ArtePrimo PianoPillole d’arte: “L’abbraccio” di Egon Schiele

Francesca Ombres1 Novembre 2020
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L’abbraccio è un olio su tela di Egon Schiele, realizzato nel 1917 e oggi conservato presso la Galleria Austriaca del Belvedere della città di Vienna. Dipinto, dunque, un solo anno prima della morte dell’artista e tre anni dopo lo scoppio della Prima Guerra Mondiale, alla quale Schiele parteciperà, chiamato obbligatoriamente alle armi nel 1915.

La figura dell’uomo potrebbe essere l’artista medesimo: il busto lungo e il taglio di capelli scuri, corti e disordinati richiama i suoi innumerevoli autoritratti. Di più difficile comprensione resta invece l’identificazione della figura femminile. Non è di certo l’amata compagna Wally, i cui capelli rossi, gli occhi blu e il corpo da modella saranno ritratti in numerose delle sue opere più note. I due si separeranno pochi giorni prima della partenza di Egon per il fronte, quando deciderà di sposare la benestante Edith. Neanche la moglie però – dai capelli biondi e gli occhi azzurri, meno avvezza a farsi ritrarre in pose sensuali – sembra potersi ricondurre alla donna dalla lunga e folta chioma bruna.

Più semplice risulta invece il rimando a opere di altri artisti. Si veda come Il bacio (1907-1908) o L’abbraccio (1905-1909) di Gustav Klimt ricordino l’incontro dei volti degli amanti di Schiele, spogliati però di qualsiasi decorazione e poesia.

Inevitabile e lampante è poi il riferimento a La Sposa nel Vento (1914) di Oskar Kokoschka, le cui figure spigolose influenzeranno fortemente lo stile di Schiele, così come quelle di Klimt che in prima persona incoraggerà un giovanissimo Egon a proseguire nella sua carriera artistica.

Nell’opera di Schiele le due figure si stringono forte, adagiate sulle pieghe di un lenzuolo stropicciato, che galleggia su uno sfondo indefinito, distesa liquida increspata in superficie dal fare veloce e compulsivo del pennello e agitata dal sottofondo storico dell’esplodere implacabile delle bombe del primo conflitto mondiale. La federa del cuscino, su cui le due figure poggiano la testa, è impreziosita da triangoli aguzzi, che ricordano denti taglienti. Il lenzuolo è caverna di tessuto in cui gli amanti trovano un rifugio passeggero, è bocca di stoffa appena dischiusa, che restituisce le due figure all’angosciante realtà bellica. Ne escono masticate, accartocciate, stropicciate come lenzuolo vissuto. Vengono definite da una spessa linea di contorno di colore nero, tratto distintivo del genio di Schiele, che in quest’abbraccio sembra quasi sciogliersi, perdendo il nervosismo, la spigolosità e la secchezza delle opere precedenti e divenendo – invece – tremula e vibrante, come incapace di arginare quella carica erotica che durerà ancora il tempo di qualche respiro affannato.

La tavolozza pittorica riprende i toni terrosi e autunnali tipici della produzione dell’artista: «Bruna terra polverosa», «aria color terra di Siena», «rosso frusciante fogliame autunnale», «duomo rossonero del fitto bosco d’abeti» sono tutte parole che Egon utilizza, nelle sue corrispondenze epistolari, per descrivere la transitoria stagione dell’autunno, di fronte al cui arrivo «spesso mi si inumidivano gli occhi», aggiunge ancora. Schiele, divenuto celebre soprattutto per il suo studio della figura umana, era infatti un amante e un grande osservatore del mondo naturale, a proposito del quale dichiara: «Dappertutto si vedono reminiscenze di movimenti analoghi nel corpo umano, di analoghi sentimenti di gioia e di dolore nelle piante. E il proprio cuore percepisce un albero autunnale in estate; vorrei dipingere questa malinconia».

Il corpo dell’uomo ha, dunque, carnagione di corteccia: è legnoso, duro, nodoso, affonda i piedi a mo’ di radici fra le pieghe delle lenzuola, il fusto si allunga sino a cingere con i suoi rami la donna, forse le dita gli si impigliano nei suoi capelli folti che, come chioma d’albero, completano la sua altezza arborea. Il colorito di lei è invece nettamente più chiaro e a tratti palpita, illuminandosi di rosso. Le gambe, leggermente divaricate, tentano di stringere fra le cosce tremanti il vuoto che l’uomo ha appena lasciato, scostandosi sul lato destro. Con il braccio sinistro cinge le spalle della figura maschile, come se fosse possibile stringerlo a sé ancora più forte. La mano plana sulla schiena all’altezza del collo, divaricando le dita in una posa che ricorre più volte nelle opere di Schiele.

In conclusione gli amanti di Egon trovano nel sesso un rifugio, una parentesi temporanea di piacere. Guerra e morte impazzano al di fuori della trincea di stoffa in cui gli amanti si nascondono e stringono forte, come a voler sentire sulla pelle adesso e per sempre tutto il piacere della vita. Le dita della mano, che la donna poggia dolcemente sul volto dell’uomo, si ritrovano unite e compatte, come a formare una piccola architettura convessa oltre la quale al fruitore non è dato vedere. Architettura che preservi, almeno per questa volta, un briciolo di quell’intimità sovente reputata troppo esplicita nelle opere di Schiele. Architettura progettata per sfidare la definitività assoluta della morte: con quel gesto la donna sembra voler conservare il fruscio fugace delle parole che l’uomo le sussurra all’orecchio, sembra voler intrappolare eternamente l’odore impalpabile del piacere condiviso, che l’uomo le strappa di dosso, respirandola forte, ancora e ancora, con le narici immerse nel mare dei suoi capelli scuri, che scivolando oltre le lenzuola si confondono già con la realtà dello sfondo a cui le due figure torneranno inevitabilmente.

Francesca Ombres

Sul cielo del suo quartiere di periferia dipingeva i suoi desideri, scarabocchiandoci sopra parole a cui non riusciva a dar fiato. Smise di disegnare, innamorandosi invece di chi aveva ancora il coraggio di farlo. Così le parole mute di ieri divengono oggi “conversazioni immaginarie” - come questa città - con quegli uomini coraggiosi chiamati Artisti.