La Danaide è una scultura di Auguste Rodin realizzata nell’anno 1889 e oggi conservata al Museo Rodin di Parigi. Secondo la mitologia greca le Danaidi, figlie del re Danao, vennero costrette a sposare i propri cugini, figli del fratello rivale Egitto. Nel giorno della festa nuziale Danao, consapevole che Egitto stesse tramando alle sue spalle, fece giurare alle donne di uccidere i novelli mariti durante la notte di nozze. Nell’Ade le perfide mogli verranno condannate da Zeus all’invano tentativo di riempire d’acqua un’incolmabile botte forata.

Il basamento dell’opera scultorea su cui giace la Danaide è roccia infernale, appiglio per le anime dannate dell’oltretomba, al quale tentano inanemente di aggrapparsi con le unghie e con i denti, disperati scalpelli che solcano l’intera superficie con graffi verticali e irregolari. Il basamento appare in netto contrasto con la levigatezza del corpo della donna, il cui profilo traccia un arco spigoloso e fragile che tramonta all’orizzonte: partendo da destra, il piede curvilineo richiama la rotondità del profilo delle natiche nella sezione di poco superiore, continua con la linea della schiena brutalmente interrotta dalla magrezza acuta dell’anca destra, insinuandosi nel fianco sino a incontrare le costole e risalendo piano descrive con una linea frastagliata il profilo del busto superiore, scivolando delicatamente sull’esile collo e chiudendo la curvatura dell’arco nella fluente chioma di capelli sulla sinistra.

Le Danaidi sogliono essere rappresentante in gruppo, nell’atto di trasportare le pesanti anfore piene d’acqua o impegnate a svuotarne il contenuto all’interno della botte forata. La Danaide di Rodin è invece sola nell’oscurità del mondo degli Inferi, stremata è stramazzata al suolo e vicino al suo grembo giace l’anfora della condanna. L’acqua impetuosa che sfocia da quest’ultima segue il declivio naturale del basamento roccioso e a valle il suo flusso si congiunge con la cascata di capelli, che sfrutta come pendio naturale la sottile nuca della testa della donna. Nell’originale visione rodiniana è la Danaide che, al fine di riempire l’incolmabile botte, si tramuta ella stessa in acqua.
L’alternanza di superfici perfettamente levigate ad altre appena sbozzate, tipica di Rodin, richiama certamente alla poetica del “non-finito” di stampo michelangiolesco. Per Michelangelo Buonarroti in ogni blocco marmoreo destinato a essere scolpito vi era intrappolato un soggetto, motivo per il quale il compito dello scultore diviene esclusivamente quello di liberare le figure prigioniere dalla pesantezza della pietra; si veda ad esempio la serie dei Prigioni (1513-1530): sei statue che impiegano ogni muscolo del loro corpo per fuoriuscire dal soffocante blocco marmoreo, lottando contro lo stesso ed emergendo dalla durezza del suo nucleo. La Danaide rodiniana – invece – del marmo è schiava, lo subisce e a esso ritorna eternamente.

Sovente le opere di Rodin vennero definite superfici di moto e luce. Il marmo è infatti il vero protagonista delle sue sculture, le figure umane che in esso vengono scolpite sono semplice alibi per il trionfo della sua duttilità: si veda come nella Danaide il marmo è prima scabroso e statico come roccia, poi levigato e pulsante come corpo di donna e infine fluido e dinamico come acqua.

Rodin congela nel marmo la fluidità del divenire. La chioma della Danaide è già divenuta fiume. Il corpo sembra evaporare in una magrezza sempre più consunta rivestita dal velo della pelle sottile come soffio e trasparente come acqua, che solcandone ogni fragile asperità incontra l’acutezza delle anche, la spigolosità delle scapole, le piccole vertebre che fanno capolino all’altezza del collo e che come piccoli sassi tracciano il sentiero che conduce sino al luogo che cela il segreto del volto nascosto. Il viso poggia sulla mano che fuoriesce dalla piccola grotta oscura nascosta dietro il salto della cascata di capelli, gli occhi sono ancora aperti e la bocca è semi dischiusa, esalando un eterno penultimo respiro. Il volto affonda in parte nel terreno, come se la figura, succube del marmo, fosse da esso fagocitata. Anche la mano della Danaide, scavando una piccola fossa, cerca appiglio nel terreno, come le anime dannate che scalpellano a suon di graffi e morsi l’infernale basamento roccioso. Da qui ricomincia la lettura dell’opera: dal basamento al corpo dal profilo arcuato, sino a scivolare nell’acqua, tornando al terreno e così infinitamente. Non per volere di Zeus, ma bensì di Rodin, la Danaide viene nuovamente condannata a una pena da scontarsi per l’eternità: rimanere per sempre sospesa nell’attimo del sovrano divenire marmoreo.

Francesca Ombres
Sul cielo del suo quartiere di periferia dipingeva i suoi desideri, scarabocchiandoci sopra parole a cui non riusciva a dar fiato. Smise di disegnare, innamorandosi invece di chi aveva ancora il coraggio di farlo. Così le parole mute di ieri divengono oggi “conversazioni immaginarie” - come questa città - con quegli uomini coraggiosi chiamati Artisti.