Come nasce una storia? Esiste una parola che è la chiave di tutto, il motore immobile dell’atto creativo: l’idea. L’idea non è solo una lampadina che si accende all’improvviso, l’idea è una completa illuminazione. Come si fa a sviluppare un’idea, un singolo concetto senza un contesto, senza linee guida, partendo dunque da una sola parola? La scrittura creativa si occupa proprio di questo: tirare fuori una serie di idee concatenate che credevamo di non possedere e legarle insieme attraverso il filo della creatività. Quello che dobbiamo fare è lasciarci trasportare dalla corrente della fantasia. Certamente può sembrare un’operazione a misura di bambino per via della propensione all’incanto e al mondo immaginativo, eppure abbiamo molto più bisogno di creatività da adulti di quanto si creda. Prendiamo, per esempio, le pubblicità: il loro intento non è solo persuasivo, ma anche (e forse soprattutto) onirico; la pubblicità deve farci sognare. C’è poco da dire: la creatività ci colpisce. Ci rapisce; esattamente come ci affascina chi sa ben argomentare, chi non intavola discorsi banali risultando brillante e coinvolgente nell’eloquio. Perché alla base di tutto ci sono le parole. Le parole, come ci ricorda Gianni Rodari, sono come sassi gettati in uno stagno:
Non diversamente una parola, gettata nella mente a caso, produce onde di superficie e di profondità, provoca una serie infinita di reazioni a catena, coinvolgendo nella sua caduta suoni e immagini, analogie e ricordi, significati e sogni in un movimento che interessa l’esperienza e la memoria, la fantasia e l’inconscio e che è complicato dal fatto che la stessa mente non assiste passiva alla rappresentazione, ma vi interviene continuamente, per accettare e respingere, collegare e censurare, costruire e distruggere.
Rodari incoraggiava gli studenti a trarre esempio dagli errori. Se il Lago di Como diventava nell’elaborato di uno scolaro “L’ago di Como”, questa piccola distrazione poteva e doveva essere il principio di una grande narrazione. Oppure suggeriva di utilizzare quelle che lui chiamava «ipotesi fantastiche». Quella delle ipotesi fantastiche è una tecnica semplicissima. La sua forma è appunto quella della domanda: che cosa succederebbe se… ? Accade che il divertimento maggiore non sia formulare domande buffe e paradossali, ma il lavoro successivo: lo svolgimento del tema.
Per gli adulti la questione è un po’ diversa. Gli adulti hanno bisogno di altri stimoli visivi e di strumenti più tangibili. Una buona idea potrebbe essere quella di partire dalle immagini. Quanto è importante un’immagine per la narrazione? Pensiamo agli albi illustrati; oltre a essere meravigliosi, la loro funzione è fondamentale: la storia si accompagna e si appoggia alle illustrazioni che catturano l’attenzione anche di quei bambini che non sanno ancora leggere. Operando al contrario e partendo dunque dall’immagine e dall’invenzione di un contesto costruito ad “arte”, è possibile dare vita vera alle illustrazioni, liberandole dal loro statuto istantaneo, dalla loro staticità, rendendole dinamiche e mettendo in scena una storia che già dispone di una “sua” figurazione; magari proprio il quadro di quel pittore che tanto amiamo.
Un’altra opzione potrebbe essere quella di partire dal titolo. Il metodo è simile a quello utilizzato precedentemente con l’immagine: si sceglie un titolo che può sembrarci particolarmente accattivante (in biblioteca si avrà l’imbarazzo della scelta) e si parte da questo per la fabbricazione narrativa. Chi l’ha detto che il titolo si debba mettere necessariamente alla fine? Interessante, nella conclusione, sarà verificare quanto e come le storie inventate si siano allontanate da quelle originali. Sempre lavorando su storie già scritte, un’altra manipolazione narrativa potrebbe essere la scomposizione in sezioni e la sostituzione del finale (e magari di vari finali). Altra pratica stimolante potrebbe essere quella di costituire una piccola narrazione servendosi solo dei titoli dei libri.
Si può scrivere in maniera creativa anche in ambito poetico partendo dal metodo dadaista (o “dada poetica”): il dadaismo è una tendenza culturale nata nella neutra Svizzera della prima guerra mondiale, che ha stravolto soprattutto le arti visive e la poesia; gli stessi dadaisti la dichiarano una non-arte per l’essere priva di regole, stravagante, a volte illogica. Come scrivere una poesia dadaista ce lo svela proprio uno dei suoi maggiori esponenti, Tristan Tzara:
Prendete un giornale.
Prendete un paio di forbici.
Scegliete nel giornale un articolo che abbia la lunghezza
che voi desiderate dare alla vostra poesia.
Ritagliate l’articolo.
Tagliare ancora con cura ogni parola che forma tale articolo
e mettere tutte le parole in un sacchetto.
Agitate dolcemente.
Tirate fuori le parole una dopo l’altra, disponendole nell’ordine
con cui le estrarrete.
Copiatele coscienziosamente.
La poesia vi rassomiglierà.
Ed eccovi diventato uno scrittore infinitamente originale e fornito
di una sensibilità incantevole, benché, s’intende, incompresa dalla
gente volgare.
Non necessariamente dobbiamo seguire in maniera completa l’indicazione; possiamo prendere spunto e dare spazio alla nostra creatività: ritagliando comunque dal giornale delle parole che ci incuriosiscono (non un intero articolo, solo delle singole parole o brevi locuzioni) si può provare a disporle su un tavolo e unirle per comporre qualcosa.
Un’altra maniera accattivante di comporre poesie (o comunque componimenti tendenti al poetico) è quella di partire dalla pagina di un libro (o di un racconto di un’antologia qualsiasi) e lavorare sul testo selezionando ed evidenziando le parole che, unite insieme, avranno una coerenza, un significato, un messaggio a noi congeniale, l’espressione di un nostro pensiero o stato d’animo, divertendoci così ad accostarle, ad allontanarle, a svelarne i legami sconosciuti, a cercare la parola successiva che ci serve. Cancellando il resto del testo e tirando fuori dalla pagina una nuova storia ecco che all’improvviso le parole si fanno poesia e siamo noi a sorprenderci di ciò che viene fuori. Un ulteriore senso di bellezza che ci travalica, che c’interroga. Le parole si rincorrono e si trovano.
Questo metodo è chiamato “caviardage” ed è ideato e promosso da Tina Festa.

Giorgia Pellorca
Vive nell'agro pontino e quando può si rifugia in collina, a Cori, tra scorci mozzafiato, buon vino e resti storici. Ha studiato Lettere moderne per poi specializzarsi in Filologia. Curiosità ed empatia si fondono nell'esercizio dell'insegnamento. Organizza eventi quali reading e presentazioni di libri.