CinemaPrimo PianoPesce, amore e… La grande strada azzurra di Gillo Pontecorvo

Avatar Alessandro Amato19 Agosto 2019
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Nel cruciale momento in cui il nostro cinema prende definitivamente le distanze dalla fase neorealista, cavalca ancora il successo di Pane, amore e fantasia (1953) di Luigi Comencini e già pone le basi per la futura commedia all’italiana, l’ex partigiano comunista nonché già documentarista Gillo Pontecorvo esordisce nel lungometraggio con La grande strada azzurra (1957). Tratto dal romanzo breve Squarciò di Franco Solinas, sceneggiato con lo scrittore e con il fondamentale apporto professionale di Ennio De Concini, il film mostra la tragica parabola di un pescatore noto per essere l’unico nel golfo in cui vive a maneggiare ancora gli esplosivi per la pesca. È rimasto solo. L’ultimo. Tutti gli altri rispettano la legge e buttano le reti. Squarciò invece insegna ai giovanissimi figli ad aprire le bombe inesplose e a riutilizzare la polvere per fabbricare piccoli ordigni da buttare in mare. Inoltre lo fa al largo, lontano dalla baia, per non danneggiare nessuno.

Tuttavia, questa delicata situazione di stallo non può durare e alcuni avvenimenti drammatici costringono gli altri pescatori a riunirsi in cooperativa e ad isolare sempre di più la famiglia di Squarciò, il cui orgoglio rovina anche le speranze di matrimonio della figlia con un giovane del paese. Senza svelare il finale, possiamo perciò dire che la pellicola introduce un discorso di grande attualità come quello delle nuove modalità lavorative e lo innesta in un impianto drammaturgico di stampo letterario ma realista. Per farlo, si ispira a un racconto che è primariamente un affresco storico e ne innesca il potenziale politico e sociologico, mettendo in luce il passaggio fra due epoche attraverso le storie di uomini come tanti. Il pescatore Squarciò rappresenta, infatti, una generazione combattuta fra l’immagine secolare del pater familias che fieramente mantiene i suoi cari ed una nuova coscienza di classe suggerita al sottoproletariato dalla propaganda socialista.

Solinas giunge alla collaborazione con Pontecorvo dopo un’intensa attività giornalistica e un paio di soggetti come quello per Persiane Chiuse (1951) di Comencini. Negli stessi anni stringe amicizia con Ugo Pirro e con lui scrive alcune sceneggiature politicamente impegnate e poi non accreditate, mentre altrove firma lavori più commerciali come I fidanzati della morte (1957) di Romolo Marcellini, scritto con un altro grande marxista che era Giuseppe De Santis. Nel frattempo conosce Gillo e con lui sceneggia il corto Giovanna per La rosa dei venti (1957) curato da Joris Ivens. È perciò questo il momento in cui l’aspirante regista decide di passare dal documentario alla finzione e trova nel nuovissimo romanzo dello scrittore sardo tutto ciò che gli serve per fare il salto. Squarciò esce nel 1956 grazie a Feltrinelli, con la prefazione proprio di Pirro, e presenta in realtà una struttura episodica poiché è una raccolta di racconti tutti ambientati in un villaggio di pescatori.

I due, perciò, ripensano il materiale di partenza componendo una linea narrativa abbastanza coesa, seppure diluita nello spazio di diversi mesi, e inserendo inaspettatamente anche una scena in flashback per dimostrare che in quel mondo così naturale le difficoltà sono pressoché senza tempo.   Il racconto prende velocità proprio quando è la civiltà a farsi presenza, quando si dice che per vendere sul continente bisognerebbe scavalcare gli intermediari e costituire una società di lavoratori che miri davvero al benessere delle famiglie e del golfo. Un’epifania finalmente storica, politica, di certo sociale. Pontecorvo e Solinas propongono un’idea di cinema come scoperta del presente e riescono a farlo disegnando tuttavia una storia universale di onestà su uno sfondo autenticamente popolare. Nel cast spiccano il protagonista Yves Montand, che all’epoca si poteva definire un divo del cinema europeo, e un’improbabile Alida Valli e un giovanissimo Mario Girotti (Terence Hill).

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Alessandro Amato

Nato a Milano, conclude gli studi a Torino, dove continua a lavorare nell'ambito critico e festivaliero. Collabora con A.I.A.C.E. e il magazine Sentieri Selvaggi. Dirige rassegne di cortometraggi e cura eventi per la valorizzazione del cinema italiano. Quando capita è anche autore di sceneggiature per la casa di produzione indipendente Ordinary Frames, di cui è co-fondatore.