CinemaPrimo PianoPersi nell’universo tangente di Donnie Darko

Nadia Pannone Nadia Pannone11 Ottobre 2019
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È il 2 ottobre 1988 quando il motore di un Boeing, apparso dal nulla, precipita su casa Darko, segnando per sempre le vite dei cittadini di Middlesex. È il 19 gennaio 2001 quando Donnie Darko, dalla mente del regista vestiseienne Richard Kelly, piomba sulla scena cinematografica e nelle vite di molti adolescenti, diventando – quasi – immediatamente un cult generazionale. In particolar modo, quelle persone nate tra la fine degli anni ’80 e inizi ’90 – la cosiddetta generazione Y o MTV, che dir si voglia – avevano riconosciuto in Donnie un simbolo del proprio malessere; della ricerca di un equilibrio tra le pressioni famigliari e scolastiche e quella latente forza distruttrice, tipica dell’adolescenza; quando l’ipocrisia degli adulti disgusta perché non se ne intendono ancora a fondo le motivazioni, e ci si rivolge con sguardo puro al mondo, sfacciati e certi di poter davvero cambiarlo.

La potenza di Donnie Darko – a distanza di quasi vent’anni – è incredibile: anche chi non l’abbia mai visto, riconoscerà immediatamente l’iconica maschera da coniglio e saprà associare al film la meravigliosa Mad World di Gary Jules – cover dell’omonimo brano dei Tears for Fears – nata quasi per caso e diventata, probabilmente, più celebre dell’originale. Per chi lo ha visto e lo ha accolto nel proprio cuore, poi, è diventato una collezione di sequenze memorabili, citazioni da sfoggiare al momento opportuno, canzoni inserite nella propria playlist: un vero e proprio rito da adempiere a intervalli regolari di tempo.

Le motivazioni di un tale successo, ai limiti del fanatismo, sono molteplici. Donnie Darko non è solo un teen movie, non è solo un film sui viaggi nel tempo, non è solo un 80s revival – così in voga negli ultimi anni, non è solo un drammatico, non è solo un horror: riesce, in qualche modo, a comprendere tutti questi generi e a essere credibile in ognuno di esso e, dunque, ad abbracciare una grande fetta di pubblico, in grado di rintracciare nel film e nei personaggi un particolare elemento in cui rispecchiarsi.

Potremmo escludere la componente fantascientifica e ci troveremmo comunque dinanzi a un ottimo film: Donnie (Jake Gyllenhaal nel suo primo grande ruolo) è l’incarnazione dell’adolescente tormentato; dotato di un’intelligenza di gran lunga superiore a quella dei suoi coetanei e di un’empatia che lo rendono straordinario e, al contempo, emarginato rispetto a un sistema costruito sull’ipocrisia, il qualunquismo e un facile moralismo. La diffidenza nei confronti del mondo adulto e l’incapacità di scorgere un senso reale nella vita, lo portano ad assumere atteggiamenti insoliti che sfociano spesso nella violenza; e a chiudersi in un mondo tutto suo – impenetrabile persino alla sua pur comprensiva famiglia – dove un inquietante uomo travestito da coniglio diventa il suo amico immaginario e guida. Chiaramente, quelli che sono i sintomi di una spiccata sensibilità e sagacia, vengono etichettati come disturbi di schizofrenia e tenuti a bada con degli psicofarmaci. L’ambiente scolastico è demoralizzante; l’estro degli studenti viene represso a favore di una dottrina rigida e superficiale che vorrebbe ricondurre la condotta dell’essere umano in due categorie opposte, negando tutte le sfumature poste tra di esse e le alternative tra cui ci troviamo a scegliere continuamente. Le uniche voci stimolanti vengono messe a tacere, ree di aver indotto gli studenti a riflettere e a modellare una propria opinione sulla morale e sul senso della vita; come l’insegnante di lettere (Drew Barrymore) che fa leggere agli studenti Graham Greene e l’insegnante di fisica (Noah Wyle) che presta a Donnie il libro La filosofia del viaggio nel tempo. In un contesto così deprimente, Donnie si appiglia proprio al libro scritto da Roberta Sparrow – alias Nonna Morte, un’eccentrica ultracentenaria di Middlesex – per trovare un senso agli eventi bizzarri della sua vita e alle apparizioni del coniglio Frank; e a Gretchen (Jena Malone), con la quale avverte un immediato e intenso legame; quasi i due si conoscessero da sempre, o si fossero amati in un’altra vita.

Di fatto, un’altra vita esiste; e anche un altro universo. È questa la peculiarità che sgancia Donnie Darko dalla semplice definizione di teen movie e lo eleva a indagine su concetti tanto misteriosi quanto affascinanti: la teoria del multiverso, i paradossi spazio-temporali, i wormhole; proponendosi come vero e proprio precursore di una direzione che verrà intrapresa da molti film fantascientifici di lì a pochi anni e riuscendo a conservare la sua credibilità anche dopo due decenni e i numerosissimi lavori basati sugli stessi spunti.

Arrivare a una totale comprensione della pellicola risulta un’impresa a dir poco ardua. Negli anni, su internet, si sono alternate le più disparate teorie dei fan e, in realtà, lo stesso regista fornisce la principale chiave di lettura nella versione Director’s cut del 2004, inserendo il libro scritto da “Nonna Morte” a mo’ di vera e propria guida agli eventi del film. Tutto quello a cui abbiamo assistito è successo in un universo tangente; un destino già scritto e anticipato da dei personali wormhole, volto a ripercorre una serie di tappe obbligatorie, in una sorta di catena inarrestabile sfociante nel compimento del destino del “supereroe” Donnie Darko: la salvezza del mondo intero, o dell’amore che prova per Gretchen; che è poi la stessa cosa. Un amore così puro da andare oltre lo spazio e il tempo, fino a riconoscersi dolcemente pur non essendo mai accaduto.

La potenza del film, tuttavia, sta nell’enorme carica emotiva che si armonizza con la trama oggettivamente complessa. Al di là degli interessanti e ben delineati aspetti di fisica quantistica, impressiona l’onirismo con cui gli avvenimenti si manifestano; la caratterizzazione dei personaggi, tutti necessari ai fini della narrazione, come pedine di un gigantesco ma coerente puzzle. Le relazioni tra di essi, i cui echi si manifestano nella toccante sequenza finale, quando ognuno è colto dal ricordo o immagine di qualcosa che forse è accaduto, o forse ha solo sognato. Una realtà parallela in cui ha vita l’altra parte di sé che, soprattutto da adolescenti, si tende a soffocare per paura di non essere accettati. Colpisce, inoltre, per le riflessioni di sottofondo sulle condizioni storico-politiche degli Stati Uniti dei primi anni Duemila – poco prima dell’“Apocalisse”, appunto, provocata dal disastro dell’11 settembre – che si riflette nello scontro Bush-Dukakis, continuamente citato nel corso del film; e per la critica a un sistema che incoraggia il perseguimento del successo a discapito della cultura.

Richard Kelly – qui a un debutto a dir poco eccezionale – sfortunatamente non ha mai più replicato un tale successo; riuscendo, in verità, a dirigere solo altri due film che non hanno destato particolare interesse della critica e del pubblico; forse per mancanza di idee altrettanto valide, o forse perché quello stesso sistema da lui criticato non ha creduto nel suo spirito estremamente anticonformista. La speranza è di poter finalmente, un giorno, riaverlo all’opera; nel frattempo, come ogni ottobre, si riguarda Donnie Darko – anche la piattaforma Netflix lo ha inserito nella sua programmazione, strategicamente, pochi giorni fa – si ascoltano i Joy Division, i Tears for Fears, i Duran Duran e gli Echo & the Bunnymen. Si torna adolescenti e ci si rivolge con sguardo puro al mondo, sfacciati e certi di poter davvero cambiarlo.

Nadia Pannone

Nadia Pannone

Basta poco a rendermi felice: un buon film, un po' di musica anni '80, una libreria, qualche conversazione stimolante, un lago, delle luci al neon, una piazza deserta e assolata, delle foto vintage, una casa abbandonata, una coperta e "a damn fine coffee".