CinemaPrimo PianoPericolo e sensualità in “Un tram che si chiama Desiderio” di Elia Kazan

Nadia Pannone Nadia Pannone20 Dicembre 2019
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Era il 1947 quando una delle pièce teatrali più importanti del Novecento veniva scritta dal celeberrimo drammaturgo Tennessee Williams e portata in scena da Elia Kazan. Nel 1951, poi, la stessa opera veniva riadattata per il cinema ancora da Kazan, coinvolgendo gran parte del cast originale e realizzando quello che sarebbe diventato uno dei più importanti crocevia della storia del cinema.

Un tram che si chiama Desiderio (A Streetcar Named Desire), infatti, segna un punto di svolta sotto molteplici punti di vista, primo tra tutti quello che riguarda il metodo di recitazione: si tratta, difatti, del primo esempio cinematografico illustre in cui un attore – un Marlon Brando agli inizi della sua carriera e alla prima collaborazione con Kazan – metteva in pratica il famoso metodo Stanislavskij, che prevedeva la completa immedesimazione fisica e psicologica tra il personaggio e l’attore che lo interpretava. Una prassi a cui siamo oggi abituati, ma che all’epoca, in Brando (nei panni di Stanley Kowalski) trovò la sua prima rappresentazione, nonché una delle migliori. Nel film l’innovazione del metodo emerge maggiormente se rapportato al modo di recitare decisamente più tradizionalista e artefatto di Vivien Leigh (selezionata nel ruolo della protagonista Blanche DuBois): un tipo antitetico di approccio al personaggio, che causò delle divergenze sul set tra lei e Brando ma che, in ogni caso, risulta funzionale alla messa in scena del contrasto tra le personalità di Stanley e Blanche, attorno al quale ruota gran parte della pellicola. Entrambi, infatti, simboleggiano un diverso tipo di realtà: Blanche quello dell’aristocrazia, della classe, della femminilità raffinata; Stanley quello del proletariato, dell’irruenza, della mascolinità esasperata. Una differenza apparentemente incolmabile, eppure colpevole di una recondita attrazione sessuale che comprometterà il senso etico di entrambi.

Il film è pervaso da un’incessante carica erotica, mai esplicitata appieno per non incappare nella censura, ma talmente densa da essere percepita quasi in maniera corporea. Il rapporto malato, fatto di passione e violenza, tra Stanley e sua moglie Stella (Kim Hunter) – sorella di Blanche – appare senza dubbio audace per l’epoca. Ma soprattutto, finalmente un personaggio maschile veniva dotato di una sensualità che avesse a che fare più con la fisicità che con l’eleganza. Le magliette aderenti (che grazie a Brando divennero di moda), strappate e inzuppate di sudore, non definivano Stanley solo come maschio dominante ma anche come oggetto sessuale agli occhi delle due sorelle.

Proprio l’elemento sessuale è al centro delle inquietudini dei tre protagonisti che, se a prima vista si presentano come personaggi stilizzati, in realtà celano una natura piuttosto complessa. Stella, modello di donna del Sud devota al marito, vive invero un intricato conflitto interiore: condanna la brutalità del consorte ma, al contempo, ne è eccitata. La sua ambiguità è a dir poco azzardata perché pone l’attenzione sui risvolti più controversi degli impulsi umani, sempre scivolosi da sviscerare. Stanley, a sua volta, se da un lato esibisce tutta la sua bestialità in esplosioni d’ira e di violenza nei confronti delle donne, dall’altro è capace di riflessioni argute e, contrariamente al tipico protagonista maschile rappresentato al cinema fino a quel momento, non si vergogna di mostrare i propri sentimenti; come nella sequenza in cui in lacrime, sotto la pioggia e con gli abiti lacerati, implora sua moglie di perdonarlo.

Tuttavia, il ruolo che racchiude la più ampia varietà di sfaccettature è senza dubbio quello di Blanche, per cui la Leigh è stata premiata con il premio Oscar. Proveniente da un’aristocratica famiglia del Mississippi ormai in rovina, giunge a New Orleans dove sua sorella Stella sembra aver totalmente dimenticato le raffinate origini a favore di una vita rustica insieme a Stanley. I suoi modi affettati, esageratamente teatrali, i suoi vestiti costosi e la sua cura per l’aspetto fisico la connotano agli occhi di Stanley come artefatta e ipocrita, nonché snob nei confronti dei componenti della classe proletaria. Una delle più accreditate letture della pellicola, vedeva il suo personaggio come simbolo della decorosa civiltà ottocentesca, ormai svanita per sempre poiché demolita dall’inciviltà moderna. In effetti la sua abilità di conversazione e i suoi atteggiamenti sognanti non la salvano da un orribile epilogo, come se non ci fosse più spazio per la purezza nella volgarità del presente. Ma Blanche è tutt’altro che pura. Al contrario, il suo portamento aggraziato fa parte di un personaggio da lei costruito a tavolino, e nasconde un’attrazione fatale proprio per quel mondo corrotto che sembra tanto disdegnare. Oltre al già citato amore-odio nei confronti di suo cognato, che la porta continuamente a cercare il battibecco con lui, quando sembrerà finalmente aver trovato un uomo garbato con cui sistemarsi, si abbandonerà al desiderio suscitato da un giovane incontrato per caso, tradendo il suo passato da seduttrice che le era valso il licenziamento. Si potrà storcere il naso dinanzi al fatto che questa sua condotta sia associata a un disturbo psichico che diviene sempre più esplicito man mano che ci si avvicina al finale, ma in realtà le sue turbe mentali potrebbero proprio essere l’effetto consequenziale di una natura a lungo repressa. In questo senso, il finale risulta ancora più tragico perché sottintende l’impossibilità di raggiungere un proprio io intellettivo e sessuale.

Nonostante la necessità di riadattare alcune delle scene della versione teatrale dell’opera, troppo ardite per gli schermi cinematografici, Un tram che si chiama Desiderio esibisce una straordinaria modernità per una Hollywood ancora caratterizzata dagli stilemi della classicità, ma che con Kazan (tra gli altri) iniziava a interessarsi ai problemi sociali – basti pensare a Fronte del porto (On the Waterfront, 1954) – e all’esplorazione psicologica dei personaggi. Allo stesso modo, segnò il debutto di Marlon Brando che, con il suo metodo di recitazione innovativo, ricoprì un ruolo altrettanto importante in quella fase di transizione che andava pian piano traghettando il cinema americano verso i lidi della New Hollywood.

Nadia Pannone

Nadia Pannone

Basta poco a renderla felice: un buon film, un po' di musica anni Ottanta, una libreria, qualche conversazione stimolante, un lago, delle luci al neon, una piazza deserta e assolata, delle foto vintage, una coperta e un buon caffè.