Si è svolto giovedì 28 novembre presso la Sala Sinopoli del Teatro Vittorio Emanuele di Messina, il concerto-conferenza dedicato alla figura di Theodor Wiesengrund Adorno, dal titolo “Ich auch: il compositore dialettico Theodor Wiesengrund Adorno e la Musica”. L’evento fa parte del ciclo “Musica e Filosofia”, promosso dall’Associazione Musicale Vincenzo Bellini. Una vera e propria lectio quella del professore e musicista Cesare Natoli, intervallata da interventi musicali eseguiti dallo stesso al pianoforte e accompagnati dalla voce del soprano Claudia Caristi. Tutti i brani di Adorno eseguiti, introdotti da due Lieder di Alban Berg, suo maestro, erano in prima esecuzione a Messina. Le parole “ich auch” (“anch’io”) del titolo della conferenza sono tratte dal brano di Adorno Eine kleine Kindersuite (1933) e sono state scelte da Cesare Natoli per porre l’attenzione sul molteplice ruolo che Adorno ha sulla scena culturale: benché sia perlopiù noto come filosofo e sociologo, molto importanti sono anche le sue opere in veste da musicologo, si ricordano in particolare quelle su Wagner e Mahler, e da compositore. Il suo “anch’io” è un modo per dire: «Anch’io compongo, anch’io sono un musicista».
Theodor Wiesengrund Adorno, uno dei massimi esponenti della Scuola di Francoforte, nasce a Francoforte sul Meno nel 1903. Ha studiato filosofia e musica e per tale motivo questi due elementi saranno sempre compresenti. Uno dei più importanti concetti elaborati da Adorno, in collaborazione con Horkheimer, nel saggio Dialettica dell’Illuminismo (1974), è quello di “industria culturale”, espressione con la quale si indica il processo di “ammaestramento” delle masse sotto un sistema convenzionale, in cui la cultura e l’arte non nascono più da un’idea soggettiva, ma da un vero e proprio mercato di produzione basato sul profitto economico. In tale sistema egemonico si inquadra tutta la cultura della società contemporanea, compresa la musica: le canzoni sono frutto di un impacchettamento messo in atto dai mezzi di comunicazione di massa e fruibile da un pubblico di ascoltatori ormai del tutto inattivi. La musica non è più prodotto artistico, frutto di un’introspezione, ma mero prodotto industriale di un «sistema di istupidimento progressivo» (Introduzione alla sociologia della musica, 1962). Ciò che per Adorno comporta un notevole rischio è il fatto che colui che fruisce di tali artefatti «viene ammaestrato dal sistema generale della musica leggera a una passività che poi probabilmente si trasferisce anche al suo modo di pensare e ai suoi comportamenti sociali». Questa società è ormai composta da «jitterbugs» (letteralmente “insetti tremolanti”), termine che indica coloro che ballano lo swing, ma che in questo caso rappresenta la metafora di un comportamento frenetico e uniformante oltreché alienante nei confronti di una propria autenticità. Tutti questi meccanismi minacciano l’opera d’arte per eccellenza, quella che si contraddistingue per la sua unicità ed estrema soggettività.
La tipologia di ascoltatore più diffusa, quella dell’«ascoltatore esclusivo di musica leggera» (Adorno, 1962), bersaglio prediletto dell’industria culturale, non solo viene etichettato come passivo, ma anche, e soprattutto, come regressivo. Adorno scrive infatti: «Beethoven è […] la piena esperienza della vita esterna che si ripresenta interiormente […]; la popular music in tutte le sue versioni è al di qua di tale sublimazione, uno stimolante somatico, e dunque, […] è regressiva». La contrapposizione che Adorno mette in piedi è netta: da un lato un’esperienza artistica vissuta nella sua interezza, con una partecipazione viva e cosciente, dall’altra una regressione, un vero e proprio annullante indottrinamento, in cui non si è più capaci di «mit den Ohren denken» («pensare con le orecchie»).
«L’oscuramento del mondo rende razionale l’irrazionalità dell’arte», scrive Adorno in Teoria estetica (1970) e, viceversa, potremmo aggiungere, l’irrazionalità dell’arte rende oscuro il mondo.

Lucia Cambria
Siciliana, laureata in Lingue e letterature straniere e in Lingue moderne, letterature e traduzione. Particolare predilezione per la poesia romantica inglese e per la comparatistica. Traduttrice di prosa e versi, nel 2020 ha trasposto in italiano per Arbor Sapientiae il romanzo "L’ultimo uomo" di Mary Shelley.