Architettura, Design e ModaArtePrimo PianoLa storia di Palazzo Barberini

Martina Scavone Martina Scavone26 Dicembre 2020
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Il complesso di Palazzo Barberini – che con i suoi annessi e gli immensi giardini caratterizza un settore della città – fu concepito quale coronamento dell’ascesa di una famiglia papale, quella dei Barberini, i quali presero il nome da Barberino in Val D’elsa, in Toscana, dove possedevano terre e castelli. Maffeo Barberini (Firenze, 5 aprile 1568 – Roma, 29 luglio 1644) salì al soglio pontificio il 5 agosto 1623 come Papa Urbano VIII; gli interessi della famiglia avevano fino ad allora orbitato attorno a Firenze, dove lo stesso Maffeo era nato. Già come cardinale si era distinto per il suo amore per le arti e il suo mecenatismo che arrivarono a sbocciare durante i suoi 21 anni di pontificato, quando si affermò un’epoca di grande splendore artistico. Costante preoccupazione del Papa fu quella di creare per la sua famiglia uno stato di privilegio, distribuendo titoli, incarichi e onorificenze; oltre a questo, Urbano VIII volle edificare una dimora degna di una corte, per stabilirne il potere e renderla alla pari delle residenze delle grandi famiglie romane.

I progetti di costruzione del palazzo partirono dall’uso delle fabbriche Sforza, che coincidono con la costruzione poi realizzata. Infatti, un improvviso rovescio finanziario della famiglia Sforza interruppe i lavori di ristrutturazione e portò nel 1625 alla vendita dell’immobile ai Barberini. Questi ultimi si assicurarono così tutta l’area tra via Quattro Fontane e la via Pia (l’attuale via XX Settembre) quale spazio necessario per il grandioso progetto di palazzo-villa, a cui i Barberini decisero di apportare delle modifiche, pur mantenendo le decorazioni interne.

Alessandro Specchi, Il Palazzo e la Piazza Barberini con il Teatro sulla sinistra, incisione, 1699

Il primo progetto della costruzione barberiniana si deve a Carlo Maderno (Capolago, 1556 – Roma, 30 gennaio 1629) che ideò in prima battuta un fabbricato quadrangolare che inglobava la villa Sforza secondo lo schema classico del palazzo rinascimentale; successivamente elaborò un progetto ad ali aperte che trasformava quest’ultimo concetto in quello di palazzo-villa, unendo le due funzioni di abitazione di rappresentanza della famiglia papale con l’uso della villa suburbana, dotata di vasti giardini e di prospettive aperte.

Alessandro Specchi, Veduta di Palazzo Barberini, incisione, 1699

Alla morte del Maderno subentrò alla direzione dei lavori Gian Lorenzo Bernini (Napoli, 7 dicembre 1598 – Roma, 28 novembre 1680): egli rispettò nelle linee generali il progetto originale ma al contempo influì concretamente sulle modifiche in corso d’opera; sua è l’ideazione del grande salone centrale che occupa in altezza i due piani del palazzo, così come dell’attigua sala ovale dalle armoniose proporzioni classiche, che riprende il tema – tipicamente berniniano – della pianta ellittica. Sua è altresì la concezione della loggia vetrata che fa da tramite, all’esterno, tra la facciata e il sottostante porticato, come pure lo scalone quadrangolare che dà accesso al piano nobile e che si contrappone alla scala elicoidale all’estremità opposta del porticato, progettata invece dal Borromini, che già aveva lavorato nel cantiere del Palazzo con lo zio, il Maderno. È tuttora argomento di dibattito quanta parte del primitivo progetto sia stato utilizzato dal Bernini, che eseguì la costruzione a due corpi, unita dal settore centrale. E proprio quest’ultimo settore, fulcro di rappresentanza della costruzione, si incentra sul grande volume del salone, che si eleva su due piani con la grande volta affrescata da Pietro da Cortona tra il 1632 e il 1639 con il Trionfo della Divina Provvidenza, a simboleggiare la gloria spirituale e temporale della famiglia. Cortona peraltro, come architetto, ebbe un ruolo decisivo anche nell’ideazione finale; suo è infatti il progetto del teatro, costruito nel cortile della Cavallerizza di Palazzo Barberini e inaugurato nel febbraio 1632 con il Sant’Alessio di Stefano Landi.

Pietro da Cortona, Trionfo della Divina Provvidenza, 1632-1639, Roma, Palazzo Barberini

Tuttavia, sul finire del XVII secolo, la gloria e le ricchezze della famiglia Barberini decaddero lentamente. L’ultima discendente, Cornelia Costanza (1716-1797), venne data in sposa all’età di 12 anni a Giulio Cesare Colonna di Sciarra, principe di Carbognano, primogenito ed erede dei Colonna. Dopo l’unità d’Italia, invece, l’area del Palazzo fu coinvolta nelle speculazioni edilizie e nelle trasformazioni di Roma capitale. Nel 1926, con l’apertura di via Barberini, venne praticamente distrutto il teatro di Pietro da Cortona, mentre la facciata di rappresentanza venne spostata verso via Quattro Fontane. Questa scandisce, con il suo doppio ingresso a due ali, la divisione dei due settori del palazzo: quello a nord abitato dal ramo secolare della famiglia – in origine da Taddeo, nipote di Urbano VIII, e dalla sua sposa Anna Colonna – e quello verso sud, che era invece abitato dagli ecclesiastici, ossia i cardinali Barberini; da questa parte, all’ultimo piano, il Cardinal Francesco aveva impiantato la sua celebre biblioteca. L’accesso principale dal lato di via Quattro Fontane fu sottolineato solo dopo la costruzione del cancello e della cancellata, progettata dall’architetto Francesco Azzurri nel 1848 e realizzata nel 1865, con i grandi telamoni scolpiti da Adamo Tadolini (1788-1868), che si inseriscono armoniosamente nel complesso barocco.

Per quanto concerne la storia più recente del Palazzo, tra gli episodi più significativi si segnala la costruzione – nel 1936 – della suddetta villa Savorgnan di Brazzà su progetto di Giovannoni-Piacentini (acquistata dallo Stato nel 1973), che dimezzò il viale centrale del Palazzo ma, contemporaneamente, portò al rinvenimento del Mitreo Barberini. Nel 1951 fu lo Stato a prendere in consegna il Palazzo e, l’anno successivo, il Ministero della Pubblica Istruzione incaricò la Soprintendenza di formare la collezione della nuova Galleria Nazionale d’Arte Antica, che venne aperta ufficialmente nel 1955.

Martina Scavone

Martina Scavone

Nata a Roma, classe ‘93. Si è laureata all’Università di Roma Tor Vergata: triennale in Beni Culturali e magistrale in Storia dell’Arte. Attualmente è iscritta a un Master e lavora come traduttrice freelance. Ama leggere, viaggiare e l’arte in tutte le sue sfaccettature.