CinemaPrimo PianoPadri e figli: note sul cinema di Nicholas Ray a 40 anni dalla scomparsa

Alessandro Amato Alessandro Amato30 Giugno 2019
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Nell’inverno del 1977 Nicholas Ray registrò alcune delle lezioni che teneva presso la New York University e il Lee Strasberg Institute perché era convinto che riascoltando le sessioni di lavoro con i suoi studenti sarebbe riuscito a capire il senso di quella esperienza. Aveva 66 anni, quaranta dei quali dedicati al mondo dello spettacolo, e una ventina di lungometraggi all’attivo come regista. Eppure si domandava ancora se ciò che aveva da dire fosse importante. «Credo che Nick amasse insegnare, specie in questo periodo», racconta la sua quarta e ultima moglie Susan Schwartz. «L’insegnamento gli offriva un laboratorio dove poteva esplorare il suo mestiere e gli esseri umani, lo aiutava a chiarire il suo pensiero e a tirare qualche conclusione, gli permetteva di guidare ed educare i giovani così come era successo a lui. E aveva nostalgia dell’essere guidato ed educato».

Infatti, negli anni Trenta il Nostro era stato allievo del celebre architetto Frank Lloyd Wright, mentore che gli trasmise una visione del mondo ben strutturata e in grado di influenzare la sua futura attività nel cinema molto più di qualsiasi visione sul grande schermo. Non per niente il Cinemascope, che distende l’immagine sul piano orizzontale armonizzando ambiente costruito e paesaggio naturale proprio come dettato dai principi dell’architettura organica, trova nelle pellicole di Ray una compiutezza pressoché unica. Ne è un esempio eclatante Johnny Guitar (1954), western melodrammatico girato in gran parte all’interno di un saloon che sembra fare tutt’uno con la montagna alle sue spalle. Un luogo astratto e sospeso nel tempo, fortemente simbolico e suggestivo, ma altrettanto realistico sullo sfondo di una storia che da sola potrebbe raccontare il maccartismo molto meglio delle cronache dei processi contro gli indesiderabili dell’industria hollywoodiana.

Ray si inserisce nella produzione americana degli anni Cinquanta con un pensiero apolitico seppure nettamente orientato a sinistra, alla lettura sociologica del reale, alla critica dei valori piccolo-borghesi e alla ricerca di un rapporto sempre più dialettico con le generazioni più giovani. I suoi film, infatti, fin dall’esordio con La donna del bandito (They Live by Night, 1948), si interrogano sulla condizione esistenziale dei prossimi adulti e sull’ambigua eredità che lui e i suoi coetanei stanno lasciando loro: un Paese in forte crisi identitaria che tende a isolare in ogni senso possibile coloro che non sono in grado di integrarsi al solito sogno americano della corsa all’oro, che nel dopoguerra era rappresentata dalla consumistica serenità di una famiglia. Ed è così che la villetta a schiera dei sobborghi periferici si tramuta nella prigione da cui Jim Stark/James Dean e i suoi amici vogliono a ogni costo fuggire in Gioventù bruciata (Rebel Without a Cause, 1955) oppure il teatro delle follie narcisistiche di un “uomo per bene” in Dietro lo specchio (Bigger Than Life, 1956).

Questo continuo (ma forse impossibile) dialogo con l’altro da sé, con il figlio che non riconosce nel genitore un modello, nel cinema di Ray si risolve nella messa in scena di rapporti maestro-allievo drammaticamente irrisolvibili: da quello fra l’avvocato Hunphrey Bogart e l’accusato di omicidio John Derek ne I bassifondi di San Francisco (Knock on Any Door, 1949) a quello fra il campione di rodeo Robert Mitchum e l’aspirante cowboy Arthur Kennedy ne Il temerario (The Lusty Men, 1952) passando da quello fra il poliziotto violento Robert Ryan e il disturbato Sumner Williams in Neve rossa (On Dangerous Ground, 1951). Ciascuno di questi confronti deve venire a patti con la realtà di un passato che non ritorna mai uguale a se stesso e dell’incapacità del vecchio di restituire al giovane la sua esperienza come insegnamento utile. Fino al tragico finale di All’ombra del patibolo (Run for Cover, 1955), in cui allievo e maestro non si comprendono mai e finiscono con lo spararsi. Metafora non troppo astratta che tornerà vent’anni più tardi in Non possiamo tornare a casa (1973), film realizzato da Ray con i suoi studenti e che lo vede nel ruolo di un se stesso condannato a morte.

P. S.: il cinema di Nicholas Ray non può essere ridotto a queste poche considerazioni, ciononostante si è ritenuto di ragionare su alcune peculiarità di un autore che per tutta la vita ha tentato di spiegare prima di tutto a se stesso il senso della propria opera e che, venuto a sapere di un tumore, ha inteso – con il prezioso aiuto di Wim Wenders (un allievo che aveva già la personalità di un maestro) – mettersi in scena fino all’ultimo momento nell’intenso Nick’s Movie (Lightning Over Water, 1979).

Alessandro Amato

Alessandro Amato

Nato a Milano, conclude gli studi a Torino, dove continua a lavorare nell'ambito critico e festivaliero. Collabora con "A.I.A.C.E". e il magazine "Sentieri Selvaggi". Dirige rassegne di cortometraggi e cura eventi per la valorizzazione del cinema italiano. Quando capita è anche autore di sceneggiature per la casa di produzione indipendente "Ordinary Frames", di cui è co-fondatore.