LetteraturaPrimo PianoOsip Mandel’štam, sublime poeta vittima dell’orrore comunista

Ottavia Pojaghi Bettoni Ottavia Pojaghi Bettoni29 Novembre 2020
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«Amate l’esistenza della cosa più della cosa stessa e il vostro essere più di voi stessi». Questo, diceva, «è il più grande concetto dell’acmeismo». Osip Mandel’štam ha 47 anni quando muore ucciso da un viaggio troppo lungo, troppo faticoso, troppo sbagliato: quello della sua deportazione verso Kolyma. Scrive nel 1933 un Epigramma a Stalin: sarà la sua condanna a morte. È uno dei principali rappresentanti dell’acmeismo, un movimento letterario russo nato nel 1910 e terminato alla fine della seconda guerra mondiale.

L’acmeismo, fondato da Nikolaj Stepanovič Gumilëv e Sergej Mitrofanovič Gorodeckij, crea il suo manifesto: la rivista Apollon (1912). Acmeismo, dal greco “acmé”, in italiano “culmine”. Movimento del culmine, ovvero: concretezza dei contenuti, chiarezza, immediatezza ma anche attrazione per il neoclassicismo, interesse particolare ai valori formali del verso. Mandel’štam sposa quella che è la poesia neoclassica, mette le proprie radici nel movimento dell’acmeismo e nella corporazione La Gilda dei poeti, nata nel 1911 e vicina alla rivista Apollon. Per loro, scriverà Il mattino dell’acmeismo, il suo primo testo, uscito nel 1919. L’acmeismo morirà giovane: il movimento non riesce a far fronte all’insorgenza del suo nuovo contrario: il futurismo. Mandel’štam segna la storia della letteratura russa al tempo del superamento del simbolismo. È parte di quel movimento che diventò dramma di un’intera generazione poetica: l’insuccesso toccò ognuno di loro nel profondo delle proprie ideologie e credenze. L’acmeismo terminerà, lasciando spazio a nuovi volti.

A 24 anni, nel 1913, il poeta scrive e pubblica – a sue spese – La pietra. Poco dopo, verrà costretto dallo scoppio della guerra ad arruolarsi nel servizio militare e a viaggiare per la Russia. Conobbe, nel 1919 a Kiev, quella che sarebbe diventata compagna di vita: Nadežda, giovane pittrice.

 

No, non la luna, ma un quadrante luminoso
brilla per me e per quale motivo sono colpevole
di sentire la sostanza lattea delle stelle?

E l’orgoglio di Batjuškov mi repelle:
che ora è? Gli hanno domandato qui –
e lui ha risposto con curiosità: è l’eternità!

Da La Pietra

 

Tristia venne scritto a Berlino. Fu l’ultima raccolta di poesie di quegli anni. Scelse infatti di metterla da parte, privilegiando la saggistica, la critica letteraria e le memorie. Raccontare i danni del tempo, seppur in maniera velata, era una necessità. Le memorie furono principalmente due: Il rumore del tempo e Fedosia.

 

Conosco bene la scienza dei commiati, appresa
fra lamenti notturni a chiome sciolte.
E ruminano i buoi, dura l’attesa:
ultim’ora di veglia delle scolte…

Da Tristia

 

Nel 1928 verrà accusato di plagio per un errore non commesso: infatti, l’errore, si scoprì poi essere dell’editore. Si difese scrivendo. La scrittura era sua grande amica, spada preferita e portavoce. Partì per la Georgia e poi per l’Armenia, da cui scrisse Viaggio in Armenia nel 1930, pubblicato poi nel 1933. Fu «una discesa negli stadi abissali del linguaggio»; là dove «vedere, udire, capire – tutti questi significati, un tempo, confluivano in un unico fascio semantico». Esisteva, ai tempi, un organo di stampa sovietico chiamato Pravda. Apparteneva al Partito Comunista dell’Unione Sovietica, filtrava testi di ogni genere. Fu fondata da Lev Trockij, veniva pubblicato all’estero per fuggire dalla censura dell’altra Russia, quella zarista. Attraverso la Pravda pubblicò Lenin. Attraverso la Pravda, a Mandel’štam furono “tagliate le gambe”. Viaggio in Armenia fu severamente criticato. Si accusa Mandel’štam di aver preso tendenze anticonformiste, di criticare troppo apertamente il sistema militare, che lui per primo aveva toccato con mano. Si dedicò, tra la primavera e l’estate del 1933, alla stesura di una Conversazione su Dante. Concentrato di amore per la cultura italiana, esplicita fratellanza spirituale.

Ma la vera parola fine è segnata dalla pubblicazione di Epigramma a Stalin, nel 1933. Mandel’štam definirà Stalin «il montanaro del Cremlino», le cui «tozze dita» sono «come vermi». La sua, oltre a essere un’invettiva contro il leader sovietico, è una critica al regime comunista nel suo complesso, che il poeta definisce «colpevole» di numerosi, imperdonabili, errori. Uno tra questi è la collettivizzazione forzata in Ucraina, che aveva procurato solo grande carestia. Verrà arrestato, a seguito di una perquisizione che lo incolpa di aver scritto «versi antisovietici». Passa poco più di un anno. Viene riaccusato e riarrestato per «attività controrivoluzionaria» e condannato a cinque anni di lager. Vittima delle purghe staliniane, morirà durante un campo di transito, in prossimità di Vladivostok, nell’estremità orientale della Siberia, dove venne trasferito e costretto ai lavori forzati, per l’ennesima volta. Il suo corpo non venne mai trovato, le sue poesie sì. Anche grazie alle memorie della moglie che, nel ritracciare la loro vita insieme, ne ricordava alcuni versi. Le sue opere verranno scoperte e amate in tutto il mondo: in Italia, le sue poesie verranno tradotte già dagli anni ’60.

Osip Mandel’štam venne costretto a una vita al confine, solitaria. Ma non era un solitario della parola, anzi, era lontano – anni luce – dal nichilismo e dalle piaghe del disamore, della disperazione: nei gulag, si dice, leggeva poesie di Francesco Petrarca ad alta voce per consolare i detenuti. Per distoglierli, almeno per quel breve tempo, dall’orrore della sorte a cui erano predestinati. Iosif Brodkij, poeta Premio Nobel per la letteratura nel 1987, eleverà Mandel’štam a «icona dell’indipendenza contro le strettoie di ogni regime». Angelo Maria Ripellino, storico traduttore dei suoi versi, così lo definisce: «Trascinato dal culto del mondo antico, egli osserva la sua epoca come da altri secoli, e il tempo stesso sembra in lui pietrificato». Mandel’štam era un cultore della bellezza, un uomo che sapeva far parlare tutto: lontano ed esiliato dal mondo, vicino e destinato alla voce eterna della poesia.

 

Dal gorgo malvagio e paludoso
sono cresciuto frusciando come stelo di canna
dolorosamente, oscuramente e dolcemente
respirando la vita proibita.
E mi piego, senza essere da alcuno osservato,
nel freddo e fangoso rifugio,
accolto dallo stormire augurale
dei brevi minuti autunnali.
Mi felicito della crudele offesa
e nella vita più simile ad un sogno
invidio tutti
e di nascosto mi innamoro di tutti.

Da Tristia

Ottavia Pojaghi Bettoni

Ottavia Pojaghi Bettoni

Nata a Stoccarda, ha vissuto per molti anni in Germania, in Svizzera e in Francia. Attualmente si divide tra Roma e Verona. Scrive poesie e racconti.