Architettura, Design e ModaPrimo PianoOrigine storica dello stile italiano

Valeria Fancello Valeria Fancello25 Novembre 2019
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Una pagina fondamentale della storia della moda italiana è stata scritta in un momento di grande difficoltà per il nostro paese.

Nel secondo dopoguerra, l’Italia tenta di rialzarsi economicamente, sconvolta anche dalle devastazioni fisiche e psicologiche che il conflitto ha generato. L’economia francese risente anch’essa profondamente della guerra e l’isolazionismo priva l’haute couture parigina delle materie necessarie per continuare a realizzare gli abiti. Fino a quel momento la moda francese non aveva avuto dei rivali, e quella italiana… bè quella italiana semplicemente non esisteva, se non come pedissequa riproduzione di quella oltralpe.

Il processo di cambiamento inizia tuttavia già con il regime fascista. La sudditanza, seppur in fatto di gusto nel vestire, non era infatti qualcosa che il fascismo avrebbe mai potuto accettare. Così, negli Anni Trenta, Mussolini trascina anche la moda nella morsa del nazionalismo, imponendo un abbigliamento che fosse di esclusiva ispirazione italiana. L’Ente Nazionale della Moda, istituito nell’ottobre del 1935, doveva garantire che il 50% di ciò che veniva prodotto da sartorie e laboratori fosse emanazione della creatività esclusivamente italiana; chi non si atteneva a tali indicazioni e osava vendere in percentuale maggiore abiti francesi piuttosto che italiani, andava incontro a multe salatissime. Ma l’Italia non era ancora pronta per affrancarsi da Parigi. Nel libro La Moda Italiana, saggio che raccoglie gli interventi di vari studiosi, Ornella Morelli scrive che negli Anni Quaranta la creazione italiana è ancora associata dalla stampa al termine “modellismo”, con intento denigratorio in questo caso, con cui si esprimeva «la tecnica di riproduzione in scala di patron già architettati».

Con l’autarchia erano stati fatti importanti investimenti economici e mediatici, senza ottenere però i risultati sperati. Cosa mancava perciò al paese per poter dichiarare la sua indipendenza e autonomia dai dettami parigini?

Mentre in Francia e nel resto d’Europa il mercato si contraeva per la mancanza di materie prime, i produttori di lana e di seta approvvigionavano le industrie italiane; grazie alla collaborazione decennale con le sartorie e le maison d’oltralpe, molti tra modellisti e sarti furono in grado di applicare in patria ciò che avevano imparato all’estero. Il risultato fu un vento di novità che soffiò su tutto il settore grazie a uno slancio di attivismo che coinvolse non solo i lavoratori della moda ma anche persone che fino a quel momento erano impegnate in altri settori e che vedevano in tutto ciò l’occasione di prendere parte a un importante cambiamento. Aprirono i battenti tante sartorie, le cui proposte erano affascinanti per l’ottima qualità a basso costo e per la novità dei modelli, del tutto inediti. Ciò che gli americani indicavano con Made in Italy, era un concetto di eleganza e semplicità, opposto all’elaborazione e alla fastosità francese, che racchiudeva in sé l’immaginario culturale e naturalistico associato all’Italia. Osservare gli abiti di quegli anni richiamava alla mente di chi viveva nel resto d’Europa o dall’altra parte del mondo la bellezza delle città d’arte italiane o i paesaggi unici di questo paese. La moda italiana sembrava aver finalmente trovato la sua dimensione.

Un momento in particolare ha segnato però l’incoronamento a livello internazionale dello stile nostrano. Il 12 febbraio del 1951, a Villa Torrigiani a Firenze, Giovanni Battista Giorgini organizza la prima sfilata di abiti pensati e realizzati interamente in Italia. Tredici case di moda fanno sfilare i loro modelli alla presenza di buyers americani e della stampa internazionale: Carosa, Fabiani, Simonetta, Visconti, Le Sorelle Fontana, Emilio Shubert, Jole Veneziani, Vanna, Noberasko e Germana Marucelli.

Giorgini, giovane lucchese di nobile estrazione sociale appassionato di arte e antiquariato, intratteneva rapporti commerciali con gli Stati Uniti sin dagli Anni Venti; egli credeva nell’unicità della buona manifattura italiana, tanto da organizzare nel 1947 a Chicago una mostra di vetri, ceramiche, tessuti e pelletteria. Intuisce che la passione – unita alle conoscenze che aveva – poteva trasformare la moda italiana in un prodotto di punta in tutto il mondo. Siamo lontani dagli intenti dell’autarchia fascista e più vicini a una versione moderna e innovativa di imprenditoria. Da quel momento in poi, in aperta concorrenza soprattutto con la moda francese, la moda italiana costruisce tassello dopo tassello la propria identità, ponendo le basi di quello che è diventata oggi.

Il successo riscontrato dal First italian high fashion Show nel 1951 determina il rinnovamento della manifestazione anno dopo anno. Il clamore e l’entusiasmo intorno alla sfilata aumentarono e fu necessario spostare l’evento in una cornice più consona e adatta ad accoglierlo: prima venne scelto il Grand Hotel di Firenze e successivamente la splendida Sala Bianca di Palazzo Pitti.

Valeria Fancello

Valeria Fancello

Sin da piccola, nella sua bellissima isola, sogna la moda. Inizialmente affascinata dal suo aspetto patinato, scopre dopo di essere ben più attratta dal racconto e dalla cultura che si cela dietro questo mondo. Frequenta a Roma la facoltà di Scienze della moda e del costume per poi proseguire con un percorso specialistico sul giornalismo.