Heinrich Böll è considerato un cronista dei suoi tempi. Si è assunto infatti il compito, dal 1947 in poi, con la pubblicazione di alcune novelle, di narrare e di documentare le vicende sociali e morali della Germania, personificando in questo modo la coscienza del proprio Paese.
Nato nel 1917 a Colonia, crebbe in un ambiente cattolico, tanto da opporsi al nazismo e all’iscrizione alla Gioventù Hitleriana. Iniziò gli studi di letteratura tedesca, ma venne subito dopo arruolato nell’esercito durante la seconda guerra mondiale, nel corso della quale fu ferito per ben quattro volte. Nel 1947 iniziò, come già detto, la sua attività letteraria con la pubblicazione su alcune riviste di racconti brevi. Le sue opere sono per lo più incentrate sulla situazione della Germania post-bellica e dei cosiddetti “non inseriti” nella società. Proprio per questi temi trattati, la sua attività letteraria si configura all’interno di quella ramificazione della letteratura tedesca che oggi è conosciuta come “Trümmerliteratur” (“letteratura delle macerie”): un movimento sorto subito dopo il secondo conflitto mondiale e che si protrasse fino agli anni ‘50. Con un linguaggio diretto e semplice viene data una laconica rappresentazione del mondo distrutto dalla guerra.
Nei suoi scritti, Böll si pose in un atteggiamento critico nei confronti della guerra e del nazismo, ma anche della società in genere, persino del mondo ecclesiastico. Nonostante egli fosse sinceramente credente e cristiano, non ostentò mai la propria fede; anzi, al contrario, espresse sempre esplicitamente il proprio disappunto nei confronti del clericalismo: per questa ragione attrasse le simpatie più del pubblico non credente che di quello credente. L’estremo moralismo di Böll è dovuto al fatto che fu un traumatizzato della guerra. Egli rimarrà per sempre un ferito, un mutilato nell’anima, tanto da divenire un asociale.
Lo stesso asociale che sarà protagonista di molte delle sue opere letterarie, primo fra tutti Hans Schnier, del romanzo Ansichten eines Clowns (Opinioni di un clown), del 1963. Schnier è un vero e proprio abulico nei confronti dell’esistenza e del mondo, il quale gli appare ormai un cumulo di ipocrisia. La trama del romanzo si svolge tutta nel giro di un paio d’ore, durante le quali il clown ripercorre i ricordi della propria infanzia fino all’incontro con Marie, la donna con la quale ha convissuto senza sposarla e che lo ha poi lasciato per vivere una cattolica esistenza con un cattolico osservante.
Hans Schnier finisce per vivere nella totale depressione e solitudine, per non essersi allineato alle convenzioni sociali e religiose: aveva infatti rifiutato di sposare Marie per non firmare un documento nel quale avrebbe dovuto giurare di educare i propri figli secondo la morale cattolica. Ed è qui che Böll crea un dissidio, una contraddizione stupefacente, soprattutto se si pensa che si tratti di un romanzo scritto da un vero credente: egli si mette dalla parte del protagonista senza Dio, analizzandone la coscienza, facendosi coscienza, così come fa col proprio Paese, martoriato dalla guerra. Senza Dio ma con tanto dogma, si potrebbe dire: il clown è infatti schiacciato dal peso di quelle leggi, dalla possanza di principi incorruttibili e, almeno secondo lui, impossibili da violare.
L’apparente abulia di Hans Schnier è infatti più da interpretare come un eccessivo moralismo che lo mette nelle condizioni di opporsi al mondo cattolico in maniera cinicamente paradossale: Marie, che lo lascia perché voleva vivere da cattolica, viene condotta a commettere una sorta di “adulterio” nel lasciare lui per stare con un altro uomo. E lo stesso Schnier illustra una sua caratteristica che evidenzia ancora una volta il rigore che s’impone: «Il più terribile dei miei mali è la predisposizione alla monogamia. […] vivo come dovrebbe vivere un monaco, con la differenza che io non sono un monaco». L’eccessivo moralismo e l’opposizione all’ipocrisia sociale provengono però da un buffone, le sue opinioni o, sarebbe meglio dire, “punti di vista” (per seguire l’etimologia della parola tedesca “Ansichten”, derivante da “sehen”, ovvero “vedere”), sono trascurabili: da compatire sì, ma non da prendere sul serio.
Ed è così che Opinioni di un clown non riesce, volutamente, a presentare un punto di vista attendibile; le angosce e i disagi del protagonista non sono di certo celati, ma celato è quel volto che li rappresenta, coperto dal trucco di scena, pronto per l’ennesima pantomima.

Lucia Cambria
Siciliana, laureata in Lingue e letterature straniere e in Lingue moderne, letterature e traduzione. Particolare predilezione per la poesia romantica inglese e per la comparatistica. Traduttrice di prosa e versi, nel 2020 ha trasposto in italiano per Arbor Sapientiae il romanzo "L’ultimo uomo" di Mary Shelley.