ItinerariLetteraturaPrimo PianoNinfa prima del Giardino: suggestioni e incanti della terra pontina

Giorgia Pellorca Giorgia Pellorca30 Agosto 2020
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«Ancora qualche passo per il prossimo mistero!»; con queste parole dal fanciullesco trasporto, una curiosa bambina guidava i genitori all’interno del Giardino di Ninfa. Mappa alla mano e passo sicuro, la piccola avventuriera sembrava aver compreso profondamente l’elemento distintivo che rende unico quell’angolo di mondo: il “mistero”. Strettamente legata all’incanto e alla magia, la prima immagine di Ninfa ci viene da Plinio il Vecchio: nel raccontare del “ninfeo romano” – purtroppo non pervenuto – che doveva lì trovarsi, l’autore tramandò inoltre una credenza locale secondo cui, presso la sorgente del fiume Nympheus, lingue di fuoco si alzavano da pietre bagnate, vibrando e oscillando a ritmo di musica. Abbandonata e ripopolata a più riprese, questa Pompei del medioevo è circondata da un fascino non facilmente descrivibile. Alla fine dell’Ottocento i possidenti – i Caetani – tornarono a visitarla; in quel periodo Onorato Caetani e sua moglie Ada vivevano tra la residenza romana in via delle Botteghe Oscure, il palazzo a Cisterna (dove Ada si occupava di un allevamento di cavalli che riforniva le scuderie del Quirinale) e la tenuta sul lago di Fogliano, vicino al Circeo (è lì che nasce il primo amatissimo giardino); presero allora l’abitudine di avventurarsi con i figli ed eventuali ospiti nei terreni di Ninfa. In un memoriale di Leone – loro primogenito all’epoca quattordicenne – datato 1883 e ritrovato in un vecchio baule, viene descritta una delle prime gite della famiglia Caetani a quello che, poco dopo, sarebbe diventato il Giardino:

 

Andammo giù per via Appia un poco e poi volgemmo a sinistra per una strada che va a Ninfa. Ninfa è una città che nel 1500 fu abbandonata a cagione di una peste e fu lasciata cadere in rovina. Tutti i monumenti sono coperti d’edera e d’erba e un fondo, non largo, ma rapidissimo torrente attraversa la deserta città. I soli esseri viventi in Ninfa sono gli affittatori d’un mulino ad acqua. Questi, appena arrivammo, si cavarono il cappello e ci vennero incontro. Entrammo nel mulino ed osservammo come macinavano il grano e la biada. Poi attraversammo il torrente sopra una tavola molto stretta, debole e lunga. Per ben mezza ora girovagammo per le rovine esaminando qua e là degli affreschi. Però frappoco ci avvedemmo che avevamo perso la strada, e gira di qua e gira di là non si poteva più raccapezzare la strada fra quelle rovine sì rotte e frastagliate.

 

Il perdersi tra i ruderi avvolti miticamente dalla selvaggia vegetazione lascia intuire la poca familiarità che i Caetani avevano con i luoghi ninfesini; ma è un perdersi che diventa presto un “ritrovarsi”: Ninfa li (ri)chiama e i Caetani rispondono. Legata alla sua peculiare e secolare aristocrazia rurale, l’antica famiglia rivendica l’appartenenza e le proprie radici, ben ancorate non alla terra romana, ma a quella pontina delle paludi, vaste e suggestive come ci vengono descritte da Goethe in Viaggio in Italia:

 

Fin dalle tre del mattino eravamo via. Allo spuntar del giorno ci trovavamo nelle paludi Pontine, che non hanno quel triste aspetto comunemente descritto dai romani. Anche se il viaggiatore che le attraversa non è in grado d’esprimere un giudizio su un’impresa così vasta e imponente come il loro previsto prosciugamento, mi sembra tuttavia che i lavori ordinati dal Papa dovrebbero poter raggiungere, almeno in gran parte, le auspicate finalità. Ci si figuri un’ampia vallata che si stende in lievissima pendenza da nord a sud e a oriente si abbassa verso i monti, mentre a occidente, in direzione del mare, è più elevata. Per tutta la sua lunghezza è stato riattato l’antico rettilineo della Via Appia; sulla sua destra è stato aperto il canale principale, che assicura il lento deflusso dell’acqua, sicché il terreno a man dritta, verso il mare, viene prosciugato e restituito alle colture; sin dove può giungere l’occhio lo si vede coltivato, o si vede che potrebbe esserlo se si trovassero i fittavoli, ad eccezione di certi punti troppo bassi di livello. Il lato sinistro, verso la montagna, presenta maggiori difficoltà allo sfruttamento agricolo. Alcuni canali trasversali passano bensì sotto la strada e sboccano in quello principale, ma, poiché verso i monti il terreno digrada, non bastano a liberarlo dall’acqua.

A distanza di non molti anni dalle prime visite, la famiglia Caetani cominciò a trasformare la città abbandonata in un lussureggiante giardino. Gelasio, il quartogenito di Onorato e Ada, si adoperò molto per Ninfa: nel 1920 iniziò a restaurare le rovine e a piantare – assieme alle madre – i primi alberi e le prime rose (è l’inizio di tutto: da questo momento il Giardino verrà animato e vivificato dalle diverse anime e sensibilità dei componenti della famiglia; ognuno di loro lascerà un segno riconoscibile e rintracciabile). Ripercorrendo la storia di Ninfa e della casata nella Domus Caietana, Gelasio racconta dell’occupazione e della distruzione della città alla fine del Trecento:

 

Molti dei cittadini certamente perirono e ciò deduco dal fatto che, scavando tra i ruderi di Ninfa per piantare alberi da frutto o rose, ho sempre trovato ovunque, nelle strade, nei cortili, ed entro le case stesse, tale quantità di ossa umane da restarne meravigliato.

 

Questa testimonianza ci aiuta a chiudere Ninfa in un cerchio mistico e quasi sacro: lo stesso Gelasio la definì «misteriosa città morta»; tale aspetto unito a un’atmosfera di cimiteriale armonia e sospensione temporale era stato percepito e respirato dai diversi visitatori. Nella sezione dedicata a La campagna romana delle sue Passeggiate per l’Italia, lo storico tedesco Ferdinand Gregorovius ha scritto:

 

Così giungemmo a Ninfa, la leggendaria città rovinata, mezzo sepolta nella palude, con le sue mura, le sue torri, le sue chiese, i suoi chiostri e le sue case coperte di edera. Il suo aspetto è più incantevole di quello di Pompei, le cui case sembrano spettri o mummie sventrate, faticosamente strappate alla lava vulcanica. Sopra Ninfa invece si muove, al soffio del vento, un mare di fiori; ogni muro, ogni chiesa, ogni casa è rivestita d’edera, e su tutte quelle rovine oscillano i purpurei stendardi del dio trionfante della primavera.

 

Nei Viaggi e scritti letterari, Cesare Brandi ci conduce invece verso un piano edenico:

 

Non esiste, non può esistere una città morta che sia più ardente, vitale di questa: non può esistere un luogo dove il tempo si sia fermato come nel Paradiso terrestre, sicché ti senti sempre in colpa a camminare su quell’erba fiorita, sciuperai qualcosa, rintuzzerai il bulbo prezioso: un angelo infine verrà, con la spada, a ricacciarti nella terra di tutti.

 

Rintuzzare qualsivoglia bulbo è come macchiarsi del peccato originale che ha portato alla cacciata dei progenitori.

Non viene allora da stupirsi nel contemplare il cortometraggio recentemente girato a Ninfa da Matteo Garrone per Dior: tutto riconduce al mito, alla leggenda, alla soavità, al mistero, alla bellezza, alla magia, alla poesia di questo Giardino segreto italiano; uno dei luoghi più belli del Lazio, così sperduto, celato, custodito nell’abbraccio delle mura medievali, così distante dalle pompose – e bellissime – ville romane e tanto vicino agli scenari orientali, fiabeschi, arcani dove è necessario, se si vuole penetrare all’interno del suo mistero:

 

Indebolire, fiaccare la presenza autoritaria e univoca dell’io, del proprio egocentrismo, per iniziare a respirare le cose così come sono, il mondo com’è fuori da noi. È un percorso di accrescimento e profondità che, schematicamente, possiamo vivere anche in un giardino. E quale luogo migliore di Ninfa, dove la storia dell’umanità ha fatto passi indietro e poi ha iniziato a intrecciarsi con la natura animata?

(Tiziano Fratus, Da L’Italia è un giardino. Passeggiate tra natura selvaggia e geometrie neoclassiche)

Giorgia Pellorca

Giorgia Pellorca

Vive nell'agro pontino e quando può si rifugia in collina, a Cori, tra scorci mozzafiato, buon vino e resti storici. Ha studiato Lettere moderne per poi specializzarsi in Filologia. Curiosità ed empatia si fondono nell'esercizio dell'insegnamento. Organizza eventi quali reading e presentazione di libri.