ArtePrimo PianoNapoli 1943-1944: la beffa di Montecassino

Anna D’Agostino14 Marzo 2020
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Dopo aver parlato della salvaguardia del patrimonio italiano operata dai Musei Vaticani sul finire della seconda guerra mondiale, concentriamo adesso la nostra attenzione su Napoli, una delle città italiane con il maggior numero di bellezze culturali, che non restò immune dai saccheggi dei nazisti.

«[…] un telegramma cifrato, l’ordine atteso e temuto, ci tramutò da direttori di gallerie e di musei, in imballatori di opere d’arte, in trasportatori di casse; e ci gravò le spalle di una responsabilità, della quale sentimmo costantemente il peso e l’impegno morale, non soltanto di fronte a noi stessi, alla nostra coscienza d’uomini e di studiosi, ma di fronte a quel mondo di civiltà e di tradizioni che, superando tanto grave crisi dell’umanità, un giorno avrebbe avuto il diritto di chiederci conto, non forse di un libro di più o di meno dedicato durante questi anni ai nostri studi preferiti, ma certo d’ogni minuto e di ogni energia spesi nel far buona guardia – in così eccezionale momento storico – al patrimonio artistico affidato alle nostre povere mani perché l’aiutassimo a valicare la tempesta e a tramandarsi ai tempi futuri».

Queste sono le parole espresse dal Soprintendente alle Gallerie della Campania, Bruno Molajoli, nel 1949 durante la cerimonia di riapertura di quattro dei Musei napoletani danneggiati a seguito della guerra. Fu proprio Molajoli, Soprintendente dal 1939, a coordinare, durante la fase cruciale del secondo conflitto mondiale, dal giugno del 1940 al settembre del 1943, lo straordinario piano di salvaguardia di 59.410 oggetti d’arte destinati a sicura distruzione: furono messi in salvo 5.189 dipinti, 1.017 sculture, 29.401 disegni e stampe, 97 arazzi, 10.032 maioliche e porcellane, 72 miniature, 2.252 volumi di documenti storici o manoscritti, 11.347 monete, medaglie e oggetti vari. Tali manufatti provenivano dalla Reggia di Capodimonte, dal Museo di S. Martino, dal Museo Archeologico, dal Museo della Floridiana, dai Palazzi Reali, dall’Accademia di Belle Arti, dall’Istituto d’arte, dal Conservatorio di Musica, dal Municipio di Napoli, dalla Mostra d’Oltremare, da chiese e da private collezioni. Furono trasferiti ininterrottamente fuori dalla città di Napoli, posti in salvo nei monasteri benedettini di Cava de’ Tirreni e Montevergine, a Mercogliano, a S. Paolo di Belsito – dove vi erano due depositi in cui furono stipati i documenti dell’Archivio di Stato di Napoli e le opere del Museo Civico Filangieri – e nel convento francescano di S. Maria a Parete presso Liveri; altri nascondigli si trovavano nel piccolo villaggio di Sorbo Serpico (Avellino) e nel convento francescano di S. Antonio a Teano, in cui vennero conservati i documenti della Biblioteca Nazionale di Napoli.

Con l’aggravarsi del conflitto nel 1943 le soprintendenze napoletane, su sollecitazione dell’allora Ministero dell’Educazione Nazionale, decisero di far trasferire – per ragioni di sicurezza – le opere maggiori di Capodimonte e del Museo Archeologico presso l’Abbazia di Montecassino. Fu così che 400 opere riposte in 100 casse, provenienti dai depositi di Cava de’ Tirreni e Mercogliano, trovarono alloggio per la durata di un mese nell’edificio benedettino.

In tale luogo iniziò la messinscena dei nazisti: il 4 ottobre del 1943 giunsero due ufficiali della divisione Göring, il tenente colonnello Julius Schlegel e il capitano medico Maximilian J. Becker, i quali comunicarono all’abate Gregorio Diamare che tutti i beni lì ricoverati dovevano essere trasferiti d’urgenza a Roma e in Vaticano per questioni di sicurezza: era necessario evacuare l’Abbazia a causa del repentino avvicinarsi del fronte. Nonostante sull’edificio e il patrimonio ivi conservato gravasse il vincolo dello Stato e il divieto di alienazione, nel giro di un mese a Montecassino tutto fu sgomberato, compresi la biblioteca composta da 70.000 volumi e l’archivio di 80.000 documenti appartenenti all’abbazia stessa.

L’abate Gregorio Diamare e il colonnello Jiulius Schlegel supervisionano l’imballaggio delle opere

Alcuni monaci scortarono i mezzi nel tragitto verso Roma, ma ciò non bastò a garantire l’arrivo di tutti i camion: alcuni – contenenti dipinti, sculture e manoscritti – mancavano all’appello. All’insaputa dei monaci, i beni furono portati in un centro di raccolta a Spoleto, luogo nel quale erano stati precedentemente condotti da Becker i libri della Biblioteca Nazionale di Napoli, scoperti nel convento di S. Antonio.

I conti iniziarono a non tornare, tanto che uno degli accompagnatori – padre Leccisotti – avvertì il Vaticano e da quel momento il suo referente ufficiale – Mons. Giovanni Battista Montini – informò l’ambasciata tedesca presso la Santa Sede ma, dopo un periodo di incertezze, si venne a sapere del centro di custodia a Colle Ferreto presso Spoleto e tra il dicembre e il gennaio le casse furono messe al riparo tra le mura vaticane.

Emilio Lavagnino, il reggente dei trasporti dai ricoveri per la soprintendenza di Roma, addetto alla revisione e al controllo delle opere, nel suo diario narra con precisione la vicenda: il 4 gennaio 1944 alle ore 11.00 con una cerimonia ufficiale arrivarono a Roma 31 camion tedeschi che si allinearono a Piazza Venezia e consegnarono 172 casse di opere d’arte e 600 casse contenti i libri della Biblioteca Nazionale di Napoli che furono portati alla Sapienza. In quell’occasione, Lavagnino venne a sapere che due camion stavano ritardando ad arrivare «per incidenti lungo la strada»: diede quindi disposizione di lasciarli scaricare a qualunque ora.

Roma, Piazza Venezia, 4 gennaio 1944. Soldati tedeschi mostrano una delle opere davanti l’ingresso di Palazzo Venezia

I due camion, contenti 12 casse, viaggiavano già verso Berlino. I capi militari della divisione Göring, infatti, avevano prelevato da Spoleto alcune delle opere per regalarle al titolare della Divisione, il gerarca nazista Hermann Göring, per arricchire la sua collezione privata. Le opere, infatti, una volta arrivate a Berlino furono conservate nella lussuosa residenza estiva del feldmaresciallo del Terzo Reich, la “Karinhall”, sede della sua immensa raccolta di opere d’arte trafugate nei Paesi sottomessi.

Hitler e Göring alla “Karinhall” con uno dei cervi di Ercolano del Museo Archeologico Nazionale di Napoli

Nel febbraio del 1945, quando la situazione precipitò, la collezione fu trasportata alla “Reichskanzlei”, la cancelleria del Reich, con l’intenzione di dirottarla nella raccolta d’arte di Hitler a Monaco. Ma a marzo, a causa dell’intensificarsi dei bombardamenti alleati, i capolavori furono nascosti dai nazisti nelle gallerie sotterranee delle miniere di sale di Altausse, a 70 chilometri da Salisburgo.

Proprio in tale luogo, il 21 luglio del 1945, le opere furono ritrovate dagli Alleati: erano come dei morti che tornavano in vita, coperte di fango, marcite, alterate e mutilate, uscirono dalle casse rotte la Danae e la Lavinia di Tiziano, entrambe coperte di muffa, la Madonna del velo di Sebastiano del Piombo con il volto così ossidato da sembrare perduto, la Madonna del Divino Amore di Raffaello, la Sacra Conversazione di Palma il Vecchio, la Madonna col Bambino di Bernardino Luini, la Parabola dei ciechi di Brueghel il Vecchio, il S. Girolamo nello studio di Colantonio, l’Antea di Parmigianino, l’Annunciazione di Filippino Lippi, la tela raffigurante Carlo di Borbone in visita alla Basilica di S. Pietro di Giovanni Paolo Panini, l’Adorazione dei Magi di Joos von Cleve, la Fuga in Egitto di Battistello Caracciolo, il Paesaggio con il tempio della ninfa Egeria di Lorraine e la Marina con mercanti orientali di Scuola napoletana del sec. XVII, tutte appartenenti alla Pinacoteca di Capodimonte.

Giacevano, sparse e razziate in fondo alle casse, le oreficerie antiche del Museo Archeologico Nazionale di Napoli; provenienti dallo stesso museo furono ritrovati, inoltre, l’Apollo di Pompei (arrotolato in strisce di tela), la Danzatrice di Ercolano, l’Hermes in riposo (decapitato, la testa fu ritrovata rotta in 62 frammenti), i cervi di Ercolano (uno dei quali senza zampe).

I dipinti nascosti dai nazisti nella galleria sotterranea di Altausse

Offese ma salve, queste opere, insieme a molti altri beni artistici trafugati in tutta Europa, confluirono in un quartier generale dei recuperi, coordinato dagli Alleati: si tratta del cosiddetto “Collecting Point” di Monaco di Baviera. Per quanto riguarda il materiale bibliografico e storico la sede era ad Offenbach.

Un deposito di quadri all’interno del Collecting Point di Monaco di Baviera

L’Italia doveva andare a recuperare i propri beni culturali. Il 12 aprile 1946 fu istituito l’Ufficio per il recupero delle opere d’arte e del materiale bibliografico, posto sotto la supervisione del Ministero della Pubblica Istruzione, di concerto coi ministeri della Guerra e degli Esteri: alla direzione vi era Rodolfo Siviero, fiancheggiato da altri 14 membri tra cui Giorgio Castelfranco, che si occupò di identificare le opere d’arte italiane e attestarne lo stato di conservazione, un lavoro complesso in quanto molte casse erano prive di elenchi; si impegnò, inoltre, a catalogare i pezzi.

Grazie all’enorme e complesso lavoro di questi uomini, le opere partenopee furono restituite all’Italia l’8 agosto 1947. Da Monaco partì una colonna di automezzi che giunse nella città di Bolzano, luogo nel quale – all’interno del Palazzo Ducale – si organizzò l’esposizione delle opere recuperate che durò solamente due giorni ma che ebbe una notevole risonanza; per quest’occasione, i restauratori Gaetano Lo Vullo e Teodosio Sokolow della Soprintendenza fiorentina tolsero la muffa alla Madonna di Sebastiano del Piombo.

I beni proseguirono il viaggio in treno verso Roma, dove arrivarono il 13 agosto. Nella capitale si tenne dal 10 novembre 1947 al 10 gennaio 1948 la prima grande mostra ufficiale dedicata alle opere d’arte recuperate in Germania – curata da Castelfranco – presso la Villa Farnesina, all’inaugurazione della quale il Ministro della Pubblica Istruzione – Guido Gonella – pronunciò tali parole: «Gli Alleati, che ci hanno aiutato a riavere la libertà, ci hanno pure aiutato a ritrovare sotto le macerie di una terra devastata e distrutta questi capolavori dell’arte, patrimonio della nostra tradizione e della nostra cultura, ma patrimonio anche dell’umanità tutta, ché il dono divino dell’arte non conosce frontiere e monopoli. I capolavori tornano là dove la tradizione dei padri li pose, dove intere generazioni li contemplarono, nutrendone il cuore e l’intelletto. […] Ora il popolo Italiano attende con fiducia che quest’opera di ricerca e di recupero sia condotta a termine. Perciò il Governo italiano si è sentito incoraggiato a dichiarare apertamente illegale e giuridicamente nullo ogni trasferimento d’opera d’arte in Germania avvenuto in periodo bellico, anche se coperto da una parvenza d’acquisto. Con quella dichiarazione il Governo italiano non ha inteso far valere degli interessi patrimoniali ma affermare un diritto ideale, che, in nome dei principi di civiltà delle Nazioni Unite, non può essergli contestato».

Roma, Villa Farnesina, 1947. Inaugurazione della mostra sulle opere recuperate. Da sinistra Siviero, il generale Lucius D. Clay, il capo dello Stato Enrico De Nicola, il Presidente Alcide De Gasperi e il Ministro dell’Istruzione Guido Gonella davanti la Danae di Tiziano
L’Antea di Parmigianino e la Madonna del Divino Amore di Raffaello del Museo di Capodimonte esposte alla Mostra delle opere d’arte recuperate in Germania (1947), presso la Villa Farnesina
Roma, Villa Farnesina, 1947. Inaugurazione della mostra delle opere recuperate. Da sinistra De Gasperi, Siviero, De Nicola e Clay davanti l’Hermes in riposo senza testa
Mostra delle opere d’arte recuperate in Germania alla Villa Farnesina (1947), la Sala delle Prospettive con l’Apollo di Pompei, l’Hermes in riposo (senza testa) e la Fanciulla che si allaccia il peplo del Museo Archeologico Nazionale di Napoli
Roma, Villa Farnesina, 1947. Mostra delle opere recuperate, Siviero ed altri visitatori davanti uno dei Cervi di Ercolano del Museo Archeologico Nazionale di Napoli
Roma, Villa della Farnesina, 1947. Mostra delle opere recuperate, Siviero osserva e tiene per mano l’Apollo di Pompei del Museo Archeologico Nazionale di Napoli

Anna D’Agostino

Classe '93, laureata in Storia dell'Arte con una tesi in Museologia sull'arredamento dell'Ambasciata d'Italia a Varsavia dalla quale è scaturita una pubblicazione in italiano e polacco. Prosegue la ricerca inerente l'arredamento delle Ambasciate d'Italia nel mondo grazie a una collaborazione con la DGABAP del Mibact. É iscritta al Master biennale di II livello "Esperti nelle Attività di Valutazione e di Tutela del Patrimonio Culturale".