Già durante la Grande Guerra l’Europa prese dei provvedimenti per la protezione dei monumenti e delle opere d’arte di musei e gallerie, ma solamente con il secondo conflitto mondiale venne attuata una campagna di tutela del patrimonio culturale su vasta scala: si tratta di una grande operazione di evacuazione delle collezioni museali di maggiore importanza. Ogni nazione, in base alle specifiche necessità dettate dallo svolgersi del conflitto sul territorio, iniziò quasi immediatamente a mettere al riparo – tramite peculiari modalità e misure di protezione – i propri simboli imprescindibili d’identità culturale. Mentre la Francia, la Gran Bretagna e la Germania iniziarono ad attuare tali provvedimenti già prima dell’inizio della guerra, l’Italia aspettò di trovarsi direttamente coinvolta, nonostante le prime disposizioni ministeriali risalgano agli anni ’30. L’Italia quindi, si mosse tardi rispetto agli altri Paesi, tanto che all’inizio si pensò di proteggere i monumenti solo con impalcature e sacchi di sabbia, mentre per le collezioni di maggiore importanza fu previsto lo spostamento fuori città. I luoghi più adatti al ricovero delle opere si individuarono nella Rocca di Sassocorvaro, nel Palazzo dei Principi di Carpegna e nel Palazzo Ducale di Urbino, messi a disposizione dal Soprintendente alle Gallerie delle Marche Pasquale Rotondi dall’ottobre del 1940: qui furono messe al sicuro circa 4mila opere. Nei primi mesi del ’43 vi erano una cinquantina di rifugi in tutta la penisola, alcuni dei quali ubicati a Civita Castellana, Casamari, Genazzano e Montecassino. Lo spostamento dei beni venne effettuato velocemente, cercando di salvare in questi nascondigli il maggior numero di opere possibile.

I principali protagonisti dell’operazione furono degli intrepidi funzionari e dirigenti dell’Amministrazione delle Arti del Ministero dell’Educazione Nazionale – che svolsero l’eroico compito con pochi mezzi e spesso in condizioni di estrema precarietà – fra i quali si annoverano: Emilio Lavagnino, Giulio Carlo Argan, Antonio Morassi, Guglielmo Pacchioni, Antonio Sorrentino, Palma Bucarelli e il già citato Pasquale Rotondi.
La situazione italiana cambiò radicalmente nel 1943, in quanto lo svolgersi degli eventi finì per coinvolgere direttamente il territorio italiano e dopo l’armistizio dell’8 settembre dello stesso anno il Paese, ormai diviso in due, si trovò a essere il campo di battaglia di due eserciti. I provvedimenti presi fino a quel momento, dunque, divennero inadeguati.
Bisognava quindi garantire la conservazione materiale del patrimonio italiano fino alla fine della guerra cercando una sistemazione più sicura: quale miglior luogo di un territorio neutrale e inviolabile che godeva peraltro dell’extraterritorialità e immunità diplomatica come il Vaticano? Nonostante la parallela ipotesi di trasferire le opere italiane all’estero, in territorio neutrale, l’Italia – rappresentata dal governo Badoglio – nell’agosto 1943 prese contatti con la Santa Sede per far ospitare in Vaticano il suo patrimonio culturale.
Papa Pio XII (1939-1958) accolse la richiesta d’aiuto dello Stato Italiano e delegò il Segretario di Stato, cardinale Luigi Maglione, e il prof. Bartolomeo Nogara, Direttore dei Musei Vaticani, di supervisionare la grandiosa operazione. Dopo la scomparsa nel 1944 del Segretario di Stato, fu Mons. Giovanni Battista Montini (futuro papa Paolo VI), il referente ufficiale della Santa Sede.
Dal novembre del 1943 lo stesso gruppo di coraggiosi e abili funzionari operanti nella prima fase dei trasferimenti iniziò a collaborare con il Kunstschutz – organo tedesco preposto alla tutela dei monumenti sul territorio italiano – che garantì i mezzi e le scorte necessarie per ottenere un esito positivo negli spostamenti delle opere presso i depositi messi a disposizione dal Vaticano. Le operazioni si svolsero nell’inverno del 1943-1944.
Le opere dell’allora Ministero dell’Educazione Nazionale iniziarono ad arrivare a partire dal 27 novembre 1943: le casse sostavano a Palazzo Venezia, più raramente a Castel Sant’Angelo, per effettuare la verifica dei sigilli e della loro integrità.
Lo Stato Vaticano, non ospitò solamente le opere di competenza del suddetto Ministero, ma anche i beni delle istituzioni statali, come il Quirinale e la Camera dei Deputati, il patrimonio conservato nelle Ambasciate, negli Istituti di cultura, in quelli religiosi, nelle Biblioteche, negli Archivi e nelle collezioni private come quelle degli Aldobrandini, dei Chigi e dei Franchetti.


Furono circa 900 le casse che arrivarono in Vaticano: quelle contenenti le opere d’arte vennero conservate nei Magazzini della Pinacoteca, una minima parte anche nelle sale della stessa e nel Museo Gregoriano Egizio, mentre quelle che custodivano il patrimonio archivistico e documentario furono depositate negli ambienti della Biblioteca Apostolica e dell’Archivio Segreto.
Questa grande mole di materiale entrò in Vaticano nel giro di pochi mesi, fino al luglio 1944.
Dall’agosto dello stesso anno fino al febbraio del 1947, i beni tornarono gradualmente nelle loro sedi di appartenenza, le operazioni furono coordinate dal Soprintendente ai Beni Storico-artistici di Roma, Rinaldo De Rinaldis, e dal Soprintendente ai Beni Archeologici, Salvatore Aurigemma, in collaborazione con soprintendenti e funzionari delle altre regioni italiane interessate. Si seguirono le stesse dinamiche di deposito: tutte le opere transitarono a Palazzo Venezia per essere poi riconsegnate alle Istituzioni di competenza.

Di certo questa azione di salvaguardia del patrimonio culturale italiano testimonia il valore simbolico e civile che esso rappresentò per la nostra società dando vita – seppur per un breve periodo – a quello che è stato più volte definito un “museo universale di storia dell’arte italiana”, racchiudendo quindi in un unico ambiente i manufatti artistici più celebri della storia non solo italiana ma mondiale.
Partendo dai luoghi più vicini, furono ricoverate in Vaticano 13 casse di quadri della Galleria Borghese, dieci della Corsini, le tele di Caravaggio della Cappella Contarelli nella chiesa di San Luigi dei Francesi e quelle della Cappella Cerasi in Santa Maria del Popolo a Roma; alcune opere della Galleria Nazionale delle Marche tra cui la Flagellazione di Cristo di Piero della Francesca; giunsero 88 casse con i quadri provenienti da gallerie e chiese veneziane tra cui l’Assunta di Tiziano della Basilica di Santa Maria Gloriosa dei Frari e la Pala d’Oro della Basilica di San Marco, il Convito in Casa di Levi del Veronese e la Tempesta di Giorgione delle Gallerie dell’Accademia; dalla Lombardia arrivarono alcune opere dell’Accademia Carrara di Bergamo, il Tesoro del Duomo di Monza, l’Altare di Vuolvino della Basilica di Sant’Ambrogio a Milano, le opere della Pinacoteca e della Biblioteca Ambrosiana, quelle conservate nel Castello Sforzesco, nel Museo Poldi Pezzoli e nella Pinacoteca di Brera tra cui lo Sposalizio della Vergine di Raffaello, la Pala Montefeltro di Piero della Francesca, il Ritratto di Andrea Doria in veste di Nettuno del Bronzino, solo per citarne alcune.




I nomi di coloro i quali, dentro e fuori il Vaticano, dedicarono tempo ed energie per svolgere il nobile compito di sottrarre ai furti e ai danneggiamenti il prezioso patrimonio culturale italiano – come si è visto, non si parla solo di patrimonio artistico bensì di patrimonio culturale, comprensivo di libri, documenti e altri manufatti artistici – sono purtroppo ancora poco conosciuti, mentre questi funzionari – che possono essere definiti eroi – devono essere ricordati come veri e propri “Monuments Men”, senza i quali – probabilmente – non avremmo ancora i nostri Raffello, Tiziano, Caravaggio.

Anna D’Agostino
Classe '93, laureata in Storia dell'Arte con una tesi in Museologia sull'arredamento dell'Ambasciata d'Italia a Varsavia dalla quale è scaturita una pubblicazione in italiano e polacco. Prosegue la ricerca inerente l'arredamento delle Ambasciate d'Italia nel mondo grazie a una collaborazione con la DGABAP del Mibact. É iscritta al Master biennale di II livello "Esperti nelle Attività di Valutazione e di Tutela del Patrimonio Culturale".