CinemaPrimo PianoMorte come rinascita: 21 grammi di Alejandro González Iñárritu

Avatar Nadia Pannone6 Settembre 2019
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Prima di entrare definitivamente a far parte dell’Olimpo di Hollywood con due Oscar come miglior regista nel 2015 con Birdman e nel 2016 con Revenant – Redivivo, il regista messicano Alejandro González Iñárritu aveva già dato prova delle sue doti registiche e autoriali e della sua intenzione di non rimanere ancorato solamente alla propria terra, ma di partire da essa per valicare barriere culturali e linguistiche e abbracciare concetti universali. Come quello della morte.

È l’esplorazione di questa condizione – riscontrabile anche nello splendido Biutiful (2010) – e dei suoi effetti su chi, direttamente o non, la sperimenta a essere al centro della cosiddetta trilogia della morte, che prevede i suoi primi tre lungometraggi: Amores Perros (2000), 21 grammi (21 Grams, 2003) e Babel (2006).

Partendo dal tema comune e dalla sceneggiatura di Guillermo Arriaga, i tre film mettono in scena l’intrecciarsi di vite e destini di persone sconosciute, di classi sociali diverse e culture opposte a partire da un evento scatenante. In tutti e tre i casi, ci troviamo di fronte a un tipo di narrazione non lineare, reso possibile da un grande lavoro di montaggio e, a dire il vero, piuttosto in voga nelle produzioni cinematografiche di inizi 2000; basti pensare a Memento (Christopher Nolan, 2000).

In particolare, 21 grammi si avvale del montaggio di Stephen Mirrione nell’adozione di strutture non lineari a un livello più estremo rispetto agli altri due: i personaggi e le loro vicende vengono introdotte come pezzi di un grande puzzle, senza alcuna logica temporale, costringendo lo spettatore a un tipo di fruizione attiva. Un meccanismo non apprezzato a fondo da una parte di critica, poiché ritenuto troppo ridondante nella seconda parte, quando buona parte dell’intreccio si era già dipanato.

Ma, al di là della struttura più o meno apprezzabile e delle indiscusse qualità tecniche, 21 grammi risulta pregevole per la maniera sfaccettata in cui morte, vita, destino e riscatto vengono scrutati; ora dal punto di vista della vittima, ora del carnefice, sollevando un’ampia quantità di interrogativi, primo tra i quali: è così netto il confine tra i due?

Paul Rivers (Sean Penn) è un professore in fin di vita, in attesa di un trapianto che potrebbe anche non arrivare in tempo. Cristina Peck (Naomi Watts) ha un passato di tossicodipendenza, superato grazie all’amore del marito e delle sue due figlie ma che tornerà a minacciarla non appena si vedrà privata di quanto di più caro aveva al mondo. Jack Jordan (Benicio del Toro) è un ex galeotto che, dopo un passato di microcriminalità e alcolismo, cerca di cambiare vita attraverso una fede cieca ed esasperata in Dio. Tre vite distinte ma concatenate indissolubilmente da un incidente stradale che segnerà la fine e al contempo l’inizio di affetti e relazioni, in una continua alternanza tra vita e morte.

La morte: passaggio intrinseco dell’essere umano, temuto e agognato; causa di dolore e di speranza, a seconda della prospettiva. Il padre di Cristina cerca di consolare la figlia riportando una dichiarazione tanto banale quanto vera: la vita va avanti; ma a lei sembra impossibile anche solo poter ricominciare a parlare e sorridere. Eppure le accadrà, ritrovando nel cuore di Paul quel battito che aveva creduto di aver perso per sempre. Paul, a sua volta, troverà il coraggio di cambiare vita solo nell’angoscia della morte e sceglierà, infine, di abbracciarla; conscio di aver vissuto pienamente almeno i suoi ultimi attimi. Morte: non solo come castigo divino ma anche sollievo dalle sofferenze fisiche e spirituali. Unica via d’uscita alla condanna eterna dovuta a uno sbaglio fatale, forse inevitabile, forse voluto da Dio o forse soltanto dovuto all’errore umano. Ma spesso quando la morte si brama come mezzo egoistico di liberazione, indugia ad arrivare.

Altro elemento cardine attorno a cui ruota la pellicola e, in generale, l’intera trilogia della morte è il destino, strettamente connesso alla possibilità di riscatto. C’è, invero, una disputa continua tra il concetto di destino come sorte prestabilita – probabilmente da Dio – o come semplice prodotto delle scelte compiute dall’uomo. L’opera di Iñárritu sembrerebbe tendere verso la prima ipotesi, sottintendendo una predestinazione spesso associata anche alla provenienza sociale ed economica. In Babel, nella disgrazia generale, i personaggi appartenenti alle società più sviluppate, riuscivano a ottenere una sorta di lieto fine; nessuna redenzione, invece, spettava a chi già viveva nella povertà. In 21 grammi, Jack è verosimilmente il frutto di un disagio economico, al quale ha cercato di ribellarsi per tutta la vita scegliendo la strada della malvivenza prima, e quella della religione poi. Tuttavia, la sua necessità di appoggiarsi a qualcosa di concreto che lo aiuti a diventare una persona migliore, non gli permette più di cogliere le sfumature tra il bianco e il nero, di credere nel libero arbitrio e lo trascina in un violento fanatismo, convinto che ogni scelta, ogni dettaglio, persino «un singolo capello che si muove sulla testa», sia opera divina. Se, dunque, Dio aveva voluto che si redimesse, allo stesso tempo aveva fatto in modo che ritornasse nella stessa miserevole situazione iniziale. Una sorte simile spetta a Cristina che, dopo essersi lasciata con fatica alle spalle un passato segnato dalla droga, torna a rifugiarsi in quell’infida gabbia quando il destino, con una sorta di beffardo umorismo, le toglie quello che prima le aveva donato. Allo stesso modo Paul, dopo aver assaporato una rinascita e un nuovo amore, si ritrova ancora tra le braccia della morte: un eterno ritorno al punto di partenza.

Lo sguardo del regista potrebbe definirsi, allora, decisamente nichilista ma nella sua poetica c’è, al contrario, una volontà di mostrare il lato positivo che scaturisce dalla più tragica delle situazioni: la morte non è solo annullamento ma anche creazione; la disgrazia, a volte, lascia il posto alla speranza. «Ma quanto c’è in ventuno grammi? Quanto va perduto? Quando li perdiamo quei ventuno grammi? Quanto se ne va con loro? Quanto si guadagna? Quanto… si… guadagna?» Nei 21 grammi che si perderebbero nell’attimo della dipartita – e che il dott. MacDougall nel 1907 aveva attribuito al peso dell’anima – non c’è solo la conclusione di una vita ma un’infinità di strascichi, negativi e positivi, che si ripercuotono nelle esistenze degli individui coinvolti. Dietro ogni ombra si cela uno spiraglio di luce, basta avere il coraggio di inseguirlo.

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Nadia Pannone

Basta poco a rendermi felice: un buon film, un po' di musica anni '80, una libreria, qualche conversazione stimolante, un lago, delle luci al neon, una piazza deserta e assolata, delle foto vintage, una casa abbandonata, una coperta e "a damn fine coffee".