Architettura, Design e ModaPrimo PianoMoka Bialetti: quando il caffè divenne “made in Italy”

Greta Aldeghi Greta Aldeghi27 Marzo 2020
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Ogni mattina milioni di persone si concedono un piccolo gesto, una sorta di rito per iniziare la giornata con la giusta carica: prepararsi una tazza di caffè. «Sembra facile fare un buon caffè!», metteva in guardia l’Omino coi Baffi, inventato dal fumettista Paul Campani per Bialetti, che a partire dal 1957 promuoveva nel Carosello la Moka Express, un oggetto di design italiano – oggi famoso in tutto il mondo, dotazione immancabile di ogni casa – entrato a far parte di importanti collezioni come quella del museo della Triennale di Milano o quella del MoMA di New York.

Omino con i Baffi, disegnato da Paul Campani, che a partire dal 1957 divenne simbolo della Moka Bialetti

L’Italia, nei primi trent’anni del Novecento, fu patria di alcuni importanti movimenti che portarono alla nascita del design Moderno quali il Futurismo – celebrazione del progresso industriale e della “bellezza della velocità“, identificata con i moderni mezzi di trasporto – e il Razionalismo, promosso ufficialmente a Milano nel 1923 durante un’esposizione, che cercava di conciliare il funzionalismo dell’avanguardia europea con la tradizione classica italiana e il Novecento, nel tentativo di rivitalizzare il classicismo in un linguaggio moderno. Quest’ultimo era, essenzialmente, un manifesto italiano dello stile Art Déco e il suo contributo progettuale più notevole è stata proprio la caffettiera Moka Express, disegnata da Alfonso Bialetti nel 1933. Con solo quattro pezzi di alluminio, una guarnizione e un manico in bachelite, Bialetti è riuscito a cambiare le nostre vite, imponendo la Moka – anche per la sua facilità di utilizzo – su altre macchine già esistenti.

Alfonso Bialetti con la sua moka, disegnata nel 1933

Nel 1919, Alfonso Bialetti avviò a Crusinallo (Piemonte) la sua officina specializzata nella produzione di semilavorati in alluminio. A quei tempi, il caffè era considerato uno sfizio per borghesi, consumato quasi esclusivamente nelle caffetterie: Bialetti, semplicemente osservando il funzionamento di una lavatrice, fu in grado di portarlo nelle case di tutti. Infatti, ebbe l’idea intorno agli anni Venti, osservando alcune lavandaie che facevano il bucato utilizzando una lavatrice: la “lisciveuse”, così chiamata per la “liscivia”, un detersivo un tempo molto diffuso soprattutto per la sua economicità. In questa lavatrice si aveva una sorta di caldaia in cui venivano inseriti i panni, l’acqua e il detersivo con un tubo, la cui estremità superiore era forata; giunta a ebollizione, l’acqua risaliva lungo il tubo – nel quale si raffreddava e ridiscendeva – sciogliendo la liscivia, che così poteva spargersi meglio sugli indumenti da lavare.

Disegni tecnici della Moka Bialetti, progettata nel 1933

Sulla base di queste osservazioni, Bialetti intuì di poter produrre il caffè semplicemente con una caldaia, un filtro, un imbuto e un serbatoio, disegnando così una macchina per il caffè dalle forme ispirate dalla tradizione figurativa dell’Art Déco e caratterizzata dagli elementi che ad oggi la rendono un’icona: una pianta ottagonale, un manico facile da impugnare e un piccolo cappello utile per sbirciare la fuoriuscita del caffè. Il pratico beccuccio era stato pensato con una doppia funzionalità: sia per servire con facilità il caffè, sia per diffonderne l’aroma. Un oggetto di design vero e proprio che mirava alla praticità e all’estetica sensoriale.

Pagine pubblicitarie della Moka Bialetti

Tra la fine degli anni Trenta e l’inizio degli anni Quaranta l’intera produzione delle caffettiere Bialetti era limitata a circa mille pezzi l’anno. Lo stesso Alfonso Bialetti vendeva le caffettiere al dettaglio, girando per fiere e rivolgendosi prevalentemente al mercato locale. Fu il figlio Renato a ripensare l’intero business del marchio Moka Express. A partire dalla dagli anni Cinquanta, Renato Bialetti decise di investire in modo massiccio sulla pubblicità nazionale e internazionale, cominciando anche a esportare all’estero. Durante il boom economico post-bellico, con l’aumento del reddito medio, la Moka divenne oggetto di largo consumo. Alla base di questa fama mondiale giocò un ruolo decisivo una campagna pubblicitaria basata su annunci sui giornali, spot radiofonici e anche televisivi, fra i primi in Italia. Inoltre, in occasione della più importante fiera italiana – quella di Milano – Bialetti tappezzò la città di enormi cartelloni pubblicitari raffiguranti la sua caffettiera.

Locandine pubblicitarie della Moka Bialetti, anni ’50

Il marchio Moka Express raggiunse la sua massima fama con l’invenzione dell’Omino con i baffi, disegnato dall’animatore e fumettista modenese Paul Campani, ispirato a Renato Bialetti: il personaggio divenne simbolo degli spot che venivano trasmessi durante il Carosello, oltre che apparire nel logo Bialetti e sul fianco di ogni Moka. In aggiunta a questo rivoluzionamento del marketing, Renato Bialetti ripensò l’intero assetto industriale per adeguarlo alle nuove necessità produttive: la Bialetti arrivò a produrre 18 mila pezzi al giorno, che portarono la produzione annua a circa 4 milioni. Si stima che nella sua storia siano state vendute circa 300 milioni di caffettiere, a partire da quelle a dose singola fino alle Moka da 18 caffè, anche se gli intenditori insistono nella convinzione che si raggiunga l’aroma perfetto solo utilizzando quella da tre.

Moka Bialetti, pagina pubblicitaria datata 1959

Oggi Bialetti è un gruppo internazionale quotato in borsa: i Bialetti hanno ceduto l’azienda negli anni Ottanta e la Moka non è più l’unico prodotto del brand, ma ancora oggi la loro caffettiera viene riconosciuta come una delle migliori espressioni dell’artigianato e del design italiano. Un’invenzione geniale ma soprattutto un vero e proprio spaccato della società italiana, sinonimo di quel rito sociale che unisce un’intera comunità in pochi semplici gesti.

Greta Aldeghi

Greta Aldeghi

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