LetteraturaPrimo PianoMemoria e tempo come autentica forma di conoscenza

Monica Di Martino Monica Di Martino1 Dicembre 2019
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«Ecco, immagina che una voce, corporea, cominci a risuonare, risuona, risuona ancora, ed ecco cessa, è già tornato il silenzio, la voce è passata, non c’è più voce ormai. Era futura, prima di risuonare, e non si poteva misurarla, perché non era ancora, come non si può ora, perché non è più. […] Come si potrà misurala allora? Eppure misuriamo il tempo: non quello che non è ancora, né quello che non è più, né quello che non si estende in durata, né quello che non ha limiti; cioè non lo misuriamo né futuro, né passato, né presente, né passante; eppure lo misuriamo, il tempo. […] È in te, spirito mio, che misuro il tempo». È questa la soluzione che sant’Agostino propone al problema del tempo: il tempo è contemporaneo alla nascita del mondo; non ci si può porre un problema in merito. Esso è piuttosto una distentio animi, un’estensione psicologica che si può cogliere solo attraverso la coscienza del soggetto. Tale intuizione è alla base di tutti gli sviluppi futuri del pensiero soggettivo così come di quelli, sul piano letterario, nelle opere di vari autori.

È proprio richiamandosi all’insegnamento di sant’Agostino, per esempio, che Marcel Proust ritiene che solo la memoria possa cogliere le trasformazioni apportate dal tempo sugli uomini e sulle cose, considerato nella sua possibilità di riviverlo, appunto, interiormente. Ed è proprio su questa dicotomia che egli imposta l’intero ciclo narrativo di Alla ricerca del tempo perduto. Dei sette volumi in cui si articola la Ricerca, solo il primo, Dalla parte di Swann, è l’unico ad essere pubblicato a spese dell’autore mentre i tre seguenti (All’ombra delle fanciulle in fiore, I Guermantes, Sodoma e Gomorra) vengono pubblicati da Gallimard prima che l’autore muoia, nel 1922. Gli ultimi tre (La prigioniera, Albertine scomparsa e Il tempo ritrovato) escono postumi.

L’ambiente sociale della Ricerca è l’alta società francese d’inizio secolo: da quello borghese ed intellettuale a quello aristocratico e nobile; il popolo vi appare di scorcio. Tale sfondo, però, è assorbito dalla “ricerca” individuale e dal percorso compiuto all’interno del tempo per ritrovare se stessi. Esemplare, in questo senso, Le intermittenze del cuore, uno dei brani più famosi della Ricerca (contenuto nel volume Dalla parte di Swann). Sono proprio queste “intermittenze” che riescono a illuminare e portare alla luce lembi di un passato che sembrava nascosto. Proust illustra, anzi, il modo in cui si può recuperare ciò che sembrava “perduto” e l’importanza di questo recupero nella vita del soggetto. In particolare, emergono due componenti: il ricordo cosciente, che si può richiamare, e quello di cui non si ha coscienza precisa ma che si avverte dietro una sensazione, uno stimolo apparentemente privo di importanza. Le due componenti si alternano, ma è l’importanza del “caso” che emerge come ciò grazie a cui ci si può riappropriare di quella parte di noi stessi che sembrava irrimediabilmente perduta. Al sopraggiungere di una nuova sensazione, di uno stato sconosciuto, fa seguito la ricerca della sua origine attraverso una serie di “sforzi”, ma non appena la tensione con il presente si allenta, si precisa meglio la memoria, attraverso un odore, un sapore per esempio. Il recupero di un episodio celato non è il solo fine, piuttosto si tratta dello sforzo di carpirne il senso più profondo per ricomporre l’identità che sembrava smarrita. Lo stile in cui viene narrata questa concezione è insieme analitico ed essenziale. Pur con le sue dilatazioni, Proust tende alla semplicità e alla chiarezza, riformando non solo lo stile. Oltre al tema del tempo, l’opera è infatti innovatrice per la molteplicità dei temi trattati, dall’arte in generale alla letteratura, frutto di un costante impegno e perfezionamento perseguito nel corso degli anni; un mix di intuito, di finezza e capacità di sintesi che rivelano anche un continuo raffronto con la tradizione e la contemporaneità. Con il passato e il presente – dunque, potremmo dire – per elevarsi dalla sua contingenza, proprio come dopo aver inzuppato nel tè una madeleine!

Monica Di Martino

Monica Di Martino

Laureata in Lettere e laureanda in Filosofia, insegna Italiano negli Istituti di Istruzione Secondaria. Interessata a tutto ciò che "illumina" la mente, ama dedicarsi a questa "curiosa attività" che è la scrittura. Approda al giornalismo dopo un periodo speso nell'editoria.