ArtePrimo PianoMaterializzare l’immateriale: i “Soffi” di Giuseppe Penone

Giulia Spagnuolo15 Dicembre 2019
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Giuseppe Penone fu l’artista più giovane a unirsi al gruppo definito dal critico Germano Celant nel 1967 come “Arte Povera”, un movimento destinato a rivoluzionare i fondamenti della concezione artistica tradizionale attraverso il recupero ideologico delle avanguardie storiche e l’utilizzo di mezzi inusuali, che uscivano dal solco tracciato dall’arte fino a quel momento per avvicinarsi alle situazioni culturali contemporanee.

Giuseppe Penone, studi per Soffio di creta, 1977-78

Penone, nella sua ricerca artistica, fa convergere le forme della natura con l’espressione corporea, e lo fa abbandonando i metodi radicali dell’avanguardia degli anni ‘60, ma recuperando invece il più antico e materico dei mezzi: la scultura. Partendo da premesse di natura prettamente concettuale, a tratti persino filosofica, il giovane artista piemontese approda a risultati che coinvolgono le sfere del corpo e della materia grezza, e che indagano in particolare i rapporti tra le due come fondamento della pratica scultorea.

Giuseppe Penone, studio per Soffio di creta, 1977-78

Le forme naturali vengono esplorate da Penone attraverso il tatto e il suo stesso corpo, trasformandosi in estensioni delle sue membra, delle sue percezioni e – ancora di più – della sua memoria. È quest’ultima a infondere il tocco caratterizzante alla materia inerte, quel soffio vitale – l’antico “pneuma” – prerogativa dell’artista-demiurgo. «Toccando si conoscono i volumi, lo spazio, le forme. Il tatto è uno strumento di verifica della realtà più preciso della vista, perché il vedere si basa su una convenzione. Quando consideri uno spazio, puoi misurarlo con lo sguardo, ma finisci comunque con il verificarlo col corpo».

Giuseppe Penone, Soffio di creta, 1978

A partire dal 1978, Penone si dedica alla realizzazione di una serie di opere sviluppate intorno al tema del respiro. Alla base di questo suo percorso, egli riprende dalla mitologia classica il concetto del soffio come atto di creazione dell’uomo, elemento fortemente connotato dal punto di vista energetico e spirituale, e trova un modo per restituirlo al suo aspetto più fisico e inserirlo – letteralmente – nella materia. In Soffio di creta (1978), il primo di questo ciclo di lavori, il respiro – concepito come volume d’aria, immateriale – entra nella terracotta attraverso la mediazione del corpo dell’autore, prende consistenza fisica e la plasma, trasformandola nella più materiale delle cose: la scultura.

Giuseppe Penone, Soffio di creta, 1978

Nel blocco di terracotta a grandezza umana utilizzato, che richiama la forma di un vaso o del vetro soffiato, Penone a materia ancora fresca imprime il calco del proprio corpo per l’intera altezza. Se si osserva frontalmente la parte del blocco su cui è stata lasciata l’impronta corporea, si notano chiaramente le cavità delle scarpe, la piega delle ginocchia, la forma del volto e persino il segno lasciato dai bottoni della sua camicia.

Giuseppe Penone, Soffio di foglie, 1979

Partendo dalle stesse premesse, l’anno successivo egli realizza Soffio di foglie. Questa volta la materia in cui il peso del corpo dell’artista imprime la propria traccia è un mucchio di foglie secche. Come per Soffio di creta, il pieno del corpo si fa vuoto sulle foglie. Per Penone si tratta di proiettare all’esterno ciò che il corpo contiene, e di istituire un contatto tra materia fisica e materia naturale che sia effettivamente vivificante, ovvero in grado di dare a materiali primari nuova vita come opere d’arte.

Giuseppe Penone, Soffio di foglie, 1979

È di molti anni dopo, invece, l’ultimo lavoro legato alla serie dei Soffi. Nel 1999 Penone realizza Respirare l’ombra che, pur essendo cronologicamente lontano dalle altre due opere, si presenta come una visione profondamente complementare alla riflessione iniziata alla fine degli anni ‘70. Questa volta è ciò che è al di fuori del nostro corpo a dover essere introdotto in noi, sempre attraverso il respiro, o meglio attraverso gli odori. Respirare l’ombra è un’installazione costituita da una serie di pareti rivestite di foglie di alloro, su una delle quali è posizionata la riproduzione di un polmone in bronzo dorato. La percezione dell’odore di alloro permette allo spettatore di definire lo spazio in cui si trova, perché – come scrive lo stesso Penone – «la dimensione di un’opera d’arte sarà sempre a misura dei sensi. Un’opera d’arte si basa sui sensi e sulla logica che da essi ne deriva». Egli mira ad abolire la superiorità della vista, da sempre senso privilegiato della fruizione artistica, per favorire un utilizzo paritario di tutti e cinque i sensi, che restituiscono l’uomo alla natura a cui appartiene.

Giuseppe Penone, Respirare l’ombra, 1999

In tutte queste opere, l’operazione artistica di Penone è duplice: da una parte egli è attento alla scoperta delle potenzialità formali ed espressive della materia “povera” – della terracotta, delle foglie – a contatto con il tocco e quindi con la fisicità dell’artista; dall’altra Penone, per l’interesse dimostrato nei confronti della fase processuale del lavoro artistico, si inserisce perfettamente nella stagione dell’”Arte Povera” e sperimenta le possibilità dell’artista al di fuori dei canoni tradizionalmente stabiliti dall’arte. Egli esplora il campo del concettuale, ma lo fa – a differenza di altri – rimanendo legato alla corporeità dell’individuo-artista e alla fisicità dei materiali più semplici, ai quali conferisce valore artistico. Il suo obiettivo è rendere solido ciò che è immateriale, per lasciare un segno visibile del proprio passaggio, una vera e propria traccia: «Il pieno, presupposto per l’indagine sui vuoti, è lo scultore che con il suo strumento e con le sue mani esercita la pressione che produce i volumi. Respirare è scultura come un’impronta digitale è un’immagine pittorica».

Giulia Spagnuolo

Storica dell’arte e curatrice in fieri, è interessata a raccontare ogni storia dalla parte degli artisti, per capire quello che c’è dietro, prima e oltre le singole opere.