ArtePrimo PianoMandrione di San Giovanni: una necropoli nell’area nucleare di Rinaldone

Alice Massarenti Alice Massarenti9 Ottobre 2020
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La necropoli del Mandrione di San Giovanni si trova nel territorio di Ischia di Castro (VT) in un risparmio di bosco situato su quello che resta di un poggio, inserito all’interno di un campo adibito allo sfruttamento agricolo. Il sito è localizzato nell’area nucleare di Rinaldone, a non molta distanza da Ponte San Pietro e nei pressi del torrente della Paternale, lungo il cui corso si trovano molti altri siti di rilevante importanza per la preistoria del territorio, in particolare la necropoli di Poggio Volparo.

La necropoli venne segnalata negli anni ottanta del secolo scorso, a seguito di interventi clandestini, dall’allora proprietario Giovanni Celestini. Dopo la segnalazione alla Soprintendenza, nel 1988 la necropoli venne inserita nella lista dei siti che hanno restituito evidenze dell’età del Rame. Da allora il sito non è più stato indagato fino al 2012, quando una ripulitura approfondita ha messo in luce i segni superficiali di almeno sei strutture, suddivise in due evidenti raggruppamenti. Le ricerche hanno portato in luce un primo nucleo orientale di tre tombe (Tombe 1, 2 e 3) e un secondo raggruppamento occidentale composto da due tombe – (Tombe 4 e 6), di cui una rimaneggiata in epoca successiva – e da una struttura che si è rivelata essere una probabile fornace per l’estrazione della calce. Le strutture si sviluppano lungo il versante sud-orientale del poggio, oggi mutato a causa dello spianamento del terreno. Le tombe, realizzate all’interno di due strati di rocce, uno superiore di calcare e uno inferiore di tufo, erano coperte da uno spesso strato di “humus”. Nel tempo la necropoli è stata interessata da scavi clandestini, dall’azione distruttiva di animali e radici di alberi e dallo sconvolgimento degli strati di deposizione.

Le tombe hanno caratteristiche tipiche della cultura di Rinaldone: si tratta infatti di tombe con cella a grotticella artificiale e pozzetto d’accesso. La cella può avere pianta sub-circolare (come nelle tombe 1 e 6) oppure sub-ellittica (come per le tombe 2 e 3), mentre il fondo è generalmente irregolare e solo nel caso della tomba 2 è posto alla stessa quota del vestibolo. Gli accessi sono di dimensioni ridotte e probabilmente in antico dovevano essere chiusi da portelli in pietra, come nel caso della tomba 1, dove un grosso blocco di travertino semilavorato è posto a chiusa della camera. La tomba 1 presenta, nel lato più a valle opposto alla cella, un gradino la cui funzione rimane ignota e che, per ora, non trova confronti. Tipiche di queste tombe sono le grandi dimensioni e il loro stato di conservazione: nelle tombe 2 e 3 le volte delle camere sono ancora intatte mentre nelle tombe 1 e 6 la parte superiore della cella è crollata solo parzialmente.

Un discorso a parte va fatto per la tomba 4 e la struttura 5: la prima è una tomba di grandi dimensioni riadattata in epoca più recente come fornace per la calce, mentre la seconda – indagata solo parzialmente – non sembra aver avuto una prima fase di utilizzo come sepoltura. La tomba 4 si presenta composta da un lungo corridoio d’accesso, da un ingresso e da un ambiente sub-circolare. L’ingresso ha avuto un intervento di ristrutturazione, testimoniato da una serie di inzeppature e dalla presenza di rincalzi per gli stipiti.

È stata riconosciuta una prima fase di utilizzo del vestibolo, identificata in un taglio all’interno del corridoio, che si presenta a pianta sub-quadrangolare e che conserva un’altezza di soli 5 cm, mentre per la camera le alterazioni, dovute alla fase successiva, hanno reso quasi illeggibile la pianta originale. Tuttavia, è ancora visibile il taglio di allargamento effettuato per rialzare il soffitto della camera. Questi elementi fanno ipotizzare un primo utilizzo della struttura come tomba.

L’indagine della tomba 6 non è stata ancora terminata; durante l’ultima campagna di ripulitura è stata indagata solo la cella, che ha restituito un notevole numero di reperti ossei oltre ad alcuni frammenti fittili. La porzione esterna è stata indagata parzialmente, ma mostra già un elemento di interesse, vista la presenza di una probabile nicchia sul lato orientale della sepoltura. Uno degli elementi più rilevanti emerso dalle indagini riguarda le deposizioni degli inumati. La presenza di un banco di travertino che sovrasta quello tufaceo ha permesso, grazie a una massiccia mineralizzazione, un’ottima conservazione dei resti scheletrici. Si tratta di tombe plurime con evidenti tracce di manipolazione “post mortem”. I materiali, tutti frammentari, sono stati rinvenuti generalmente fuori delle tombe nei butti dei clandestini. Solo la tomba 6 ha restituito tre frammenti all’interno dello strato di deposizione. I reperti sono avvicinabili, per impasto e trattamento della superficie, a quelli tipici della cultura di Rinaldone.

Alice Massarenti

Alice Massarenti

Nata in provincia di Modena, classe ’84, si è laureata in “Quaternario, Preistoria e Archeologia” con tesi in “Evoluzione degli insiemi faunistici del Quaternario”. Ha un’ossessione per i fossili e una famiglia che importuna costantemente con i racconti delle sue ricerche sul campo.