ArtePrimo PianoMAAM: gli alieni siamo noi

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Il fragore della grandine sul tetto di lamiera sovrasta ogni discorso: l’artista ed io, trepidanti come scolaretti, cerchiamo di captare uno sguardo benevolo, di parlare con gli occhi, di strappare un sorriso ai Metropoliziani sperando intensamente che il nostro progetto venga accolto.

Perché il MAAM Museo dell’Altro e dell’Altrove di Metropoliz_città meticcia esercita una strana malia: varcato il cancello di quella sgangherata comunità, tra i labirinti di una fabbrica dismessa, pozzanghere e murales, sculture e installazioni che emergono dal buio, cortili improvvisi traboccanti di luce, fiori e colori, sguardi canzonatori di ragazzini che ti mettono alla prova, ti trovi improvvisamente a desiderare con tutto te stesso di piacere, di essere accettato.

Gli alieni siamo noi, mentre i residenti – in assemblea con i Blocchi Precari Metropolitani (BPM) – valutano se vogliono convivere con la nostra opera d’arte nel tempo a venire.

Sì, perché il MAAM è un museo abitato, antitesi stessa del luogo di conservazione ed esposizione, è vivo e in continuo divenire.

Gianluca Fiorentini – guida del MAAM insieme a Carlo Gori – racconta con amore l’esperimento sociale di cui «il museo è la pelle»: dalla prima occupazione del 2009 coordinata dai BPM, all’idea di Giorgio De Finis, che nel 2011 arriva con Fabrizio Boni per girare il film documentario Space Metropoliz e resta poi in questo luogo per riportare il sogno dalla Luna alla Terra, per «ridare voce al sogno e all’immaginazione, troppo spesso soffocati dalle necessità del vivere e dall’urgenza del bisogno» (da Space Metropoliz – ep. 1).

Il film, che è nato come lungometraggio, può essere visto su Youtube in 11 episodi. Il nome che la città di Metropoliz si è data prende le mosse da Metropolis, raccontata nell’omonimo film di Fritz Lang (1927), ma a quella città ostile sostituisce una città ospitale, inclusiva, raccontata dalle voci dei suoi abitanti. Gianluca Fiorentini la definisce «una città immaginaria diventata reale, una città dell’utopia nell’accezione che Galeano dà a questo vocabolo».

Gli artisti arrivano nel momento in cui Giorgio De Finis li chiama per dare valore ai muri della vecchia fabbrica, affinché le loro opere costituiscano quella “barricata d’arte” a protezione degli occupanti e delle loro case. È la nascita del MAAM, che si allarga a macchia d’olio. Attualmente si parla di oltre 600 opere d’arte (anche di valore commerciale non indifferente) street art, scultura, installazioni site specific, che rileggono il luogo nelle sue declinazioni: la storia originaria – macelleria suina, fabbrica di morte restituita alla vita –, il sogno della Luna, la multiculturalità, la città condivisa dei Metropoliziani. Gli artisti provengono letteralmente dai cinque continenti: come spiega Giorgio De Finis, il museo è «un gioco situazionista preso molto sul serio e adesso sono gli artisti che si propongono per donare le loro opere al MAAM».

Come abbiamo fatto noi, passando al vaglio dei Metropoliziani.

Fin da subito si pose un limite al numero di persone residenti per garantire dignità a tutti, ma fu molto impegnativo creare gli alloggi quanto oggi è impegnativo e costoso – in assenza di qualunque finanziamento pubblico – mantenere l’intera struttura sicura e funzionale, operazione che coinvolge quotidianamente tutti gli abitanti.

Vi risiedono una sessantina di famiglie provenienti da Perù, Ecuador, Est Europa, Somalia, Eritrea, Marocco, Egitto e Italia. Più i Rom, che qui convivono con persone di diverse etnie. In totale circa duecento persone, di cui una settantina di minori. Riferisce Popica Onlus, che si occupa di dare un supporto scolastico non solo ai bambini Rom, che la percentuale di abbandono scolastico dei minori di Metropoliz è inferiore a quella del quartiere circostante: sì, perché a loro l’integrazione viene insegnata attraverso l’arte sia con i laboratori che si svolgono nella ludoteca interna, sia a volte con il coinvolgimento nell’azione creativa degli artisti di passaggio.

L’arte è un elemento integrante: l’ascensore d’oro di Michele Welke, recita «Only for Rich», ma qui le opere d’arte vivono a portata di mano di chiunque in un appartamento di 19.000 metri quadri. Perché qui, come spiega Giorgio De Finis, «non si tratta di un collettivo ma di un’opera collettiva: l’arte è individuale, ma il progetto è unico».

Nel corso degli anni il MAAM è entrato più volte nel mirino della stampa, non sempre benevola: il MAAM è infatti una barricata d’arte che ha finora impedito al gruppo CA.SA., proprietario dell’immobile, la trasformazione dello stesso in un complesso residenziale. Una situazione critica, che mette il diritto del privato contro quello all’abitare, divisiva dell’opinione pubblica al di là delle sentenze dei tribunali. Periodicamente il museo abitato torna quindi a far parte della top ten dei locali da sgomberare.

Nonostante questo, Metropoliz resta il tentativo di «riscrivere le regole di una nuova convivenza urbana», evitando accuratamente l’ipocrisia della creazione di un ghetto di favelas vestite a festa.

Sembra un esperimento inclusivo felicemente particolare. Di fronte alle tante lingue e ai tanti colori che animano questo luogo, davvero ci chiediamo: non saremo noi gli alieni?

 

INFO PRATICHE

Il MAAM si trova a Roma, zona Tor Sapienza, via Prenestina 913. L’ingresso è di 2 euro. Si visita il sabato con due visite guidate alle 11.00 e alle 15.00, ma durante la giornata si può restare quanto si vuole e anche mangiare qualcosa di cucinato dai residenti.

Aggiornamenti su programmi, eventi, visite guidate e attività:

https://www.facebook.com/museoMAAM/

Per vedere online gli 11 episodi del film di Giorgio De Finis e Fabrizio Boni segui questo link: https://www.spacemetropoliz.com/

Penelope Filacchione

Storica dell’arte, curatrice, gallerista, docente universitaria, divulgatrice, guida turistica abilitata. Approfondisce il turismo sostenibile sia scrivendone sia ideando viaggi. Redattore e autore per le ormai storiche Guide di Archeo. Fa parte della UNIT Arte Cultura con Trasporto della Link Campus University che sarà presente a Parma 2020.