CinemaPrimo PianoL’utopia come momento di verità: il cinema di Paolo e Vittorio Taviani

Alessandro Amato Alessandro Amato20 Ottobre 2019
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«La mia idea della lotta antifascista e della Liberazione era mitica, ma un po’ finta, come un tableau vivant, scolpita nel marmo. […] Ma guardando quel film, d’un tratto, quella storia lì mi è diventata familiare, non solo perché vi si parlava col nostro accento e vedevi i luoghi della nostra terra, ma anche perché nei personaggi, nei dettagli, negli eventi terribili, ma anche piccoli e a volte ironici, […] c’era il seme della verità, in quei dettagli e in quelle situazioni, in quelle persone così specifiche e vere». Roan Johnson, regista e sceneggiatore nato a Londra da padre inglese e madre italiana ma cresciuto a Pisa, così parla de La notte di San Lorenzo (1982) dei fratelli Taviani. Una folgorazione, la rivelazione di un modo di fare cinema raro e rivoluzionario. La possibilità, invero esplorata da pochi, di concedere alla realtà il tempo di essere scoperta e seguita, pur senza perdere il gusto della narrazione. «Era come se un mio nonno – conclude – mi stesse raccontanto quella storia».

Si trattava del nono film firmato da Paolo e Vittorio, scritto con il loro produttore Giuliani G. De Negri (pseudonimo di Gaetano De Negri) e Tonino Guerra e presentato al 35° Festival di Cannes dove vinse il Grand Prix Speciale della Giuria e il Premio della giuria ecumenica. La Croiesette era ormai una seconda casa per i due autori in quanto lì erano già stati proiettati San Michele aveva un gallo (1972) e Allosanfàn (1974) alla Quinzaine des Réalisateurs, mentre Padre padrone (1977) si era persino aggiudicato la Palma d’oro. E I Taviani continueranno a tornare in Francia, a quel festival che aveva imparato ad amarli presto e li ha coccolati per trent’anni. Dopo le partecipazioni con Good Morning Babilonia (1987), Il sole anche di notte (1990) e Fiorile (1993), ci andranno ancora per Le affinità elettive (1996) fuori concorso e qui si concluderà questo bellissimo rapporto. Assai più recente, invece, è l’Orso d’oro del Festival di Berlino per Cesare deve morire (2012).

L’excursus appena proposto dovrebbe far riflettere sull’assurdità di avere un cinema così bello nel nostro Paese e non essere stati in grado di valorizzarlo. È pur vero che, per certi aspetti, l’opera dei fratelli Taviani sembra più vicina alla sensibilità poetica d’oltralpe che non alla via italiana al realismo e alla Storia. Già quando giravano il film d’esordio in collaborazione col comunista Valentino Orsini, Un uomo da bruciare (1962), era evidente l’apporto che la loro sensibilità portava alla drammaturgia, come ad esempio la costruzione di inquadrature quasi sospese fra teatro militante e videoarte ante litteram. Alla politica, Paolo e Vittorio, ci arrivarono attraverso il cinema e non viceversa. È importante che sia chiaro questo punto. Solo così è possibile comprendere film come Sotto il segno dello scorpione (1968), il loro contribuito sessantottesco, aggressivo, anticonvenzionale, molto vicino al pamphlet ferreriano e indiscutibilmente sperimentale.

Ma in quest’ottica è bene ripensare anche a Kaos (1984), tratto da quattro “Novelle per un anno” di Luigi Pirandello e ambientato in una Sicilia fuori dal tempo eppure estreamente verosimile. Nel più bello dei suoi episodi, intitolato La giara, Franco Franchi e Ciccio Ingrassia regalano la loro ultima interpretazione e si concedono a una dimensione tragica mai raggiunta in precedenti tentativi (soprattutto del secondo) di cinema drammatico. Una straordinaria intuizione dei Taviani, quella di affidare a due mostri sacri della comicità italiana due personaggi che nell’ironia del loro destino risultano ferocemente umani. Il noto racconto dello scrittore di Girgenti aveva già trovato spazio al cinema con la regia di Giorgio Pàstina per un episodio di Questa è la vita (1954), ma basta un rapido confronto dei due progetti per intuire che Paolo e Vittorio sono andati in tutt’altra direzione, al di là dei meccanismi comici e oltre la retorica, alla ricerca di un’astrazione finalmente veridica.

Alcuni esempi eclatanti. Le affinità elettive, tratto dall’omonimo romanzo di Goethe ma mai didascalico, mostra un tale dominio del mezzo da riuscire a mettere in scena le ambiguità emotive dei personaggi. Facendo ciò, i registi rendono i dialoghi delle semplici funzioni narrative e di fatto dimostrano che è possibile fare una trasposizione letteraria al cinema senza ricalcare pedantescamente il testo. L’essenziale è altrove, nei gesti, negli sguardi, in quei dettagli di cui parlava Roan Johnson. Ma lo stesso vale per La masseria delle allodole (2007), ispirato al libro di Antonia Arslan e utilizzato dai Taviani per elaborare una riflessione sull’eccidio degli armeni in chiave melodrammatica e relazionale. Mentre Meraviglioso Boccaccio (2015) e Una questione privata (2017) attraversano le pagine dello scrittore fiorentino prima e di Beppe Fenoglio poi con l’intento di dare voce ai giovani di una contemporaneità che sentono straordinariamente vicina.

E quella ricerca li ha portati anche, durante la loro lunga carriera, su strade impervie in cui perdersi può sembrare meraviglioso ma anche pericoloso. I fratelli, però, sono sempre riusciti a evitare la tentazione dell’onirico fine a se stesso e del surreale. Alcuni li hanno accusati di ricostruire troppo liberamente gli eventi storici, ma è evidente come non sia mai stata loro intenzione rifare per immagini la Storia, quanto piuttosto mostrare donne e uomini che amano, lottano e soffrono in primo piano mentre sullo sfondo esplode la realtà del passato, più o meno lontano. La separazione è fine ma profonda. I protagonisti dei “film politici” del Taviani, compreso l’Ermanno/Lucio Dalla de I sovversivi (1967), cercano prima di tutto loro stessi, ossessionati dall’idea di doversi martirizzare e dalla paura di non essere compresi da chi che in quel momento li sta seguendo. Ma questo vale anche per tutte quelle pellicole, come l’episodio Mal di luna di Kaos, legate alla narrazione della paura come spinta al sentimento, della notte come scoperta e dell’utopia come momento di verità.

Alessandro Amato

Alessandro Amato

Nato a Milano, conclude gli studi a Torino, dove continua a lavorare nell'ambito critico e festivaliero. Collabora con "A.I.A.C.E". e il magazine "Sentieri Selvaggi". Dirige rassegne di cortometraggi e cura eventi per la valorizzazione del cinema italiano. Quando capita è anche autore di sceneggiature per la casa di produzione indipendente "Ordinary Frames", di cui è co-fondatore.