CinemaPrimo PianoL’universo matriarcale di Tre donne di Robert Altman

Avatar Nadia Pannone13 Settembre 2019
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Gli anni ’70 del cinema americano avevano dato la possibilità a voci fuori dal coro di poter esprimere se stesse; di riformare un sistema ormai superato con nuove intuizioni, senza necessariamente dover scendere a compromessi. Tra le voci più autorevoli di quella fiorente fase, si posiziona senz’altro quella di Robert Altman, noto perlopiù per le critiche pungenti ravvisabili in M*A*S*H (1970) e Nashville (1975), per l’innovativo noir Il lungo addio (The Long Goodbye, 1973) e per il suo spirito anticonformista.

Il suo raggio di sperimentazione, tuttavia, non si era limitato alla sfera del realismo ma si era inoltrato nelle zone più nascoste della psiche, in particolar modo quella femminile. Il frutto di tale riflessione è racchiuso in una trilogia che comprende Quel freddo giorno nel parco (That Cold Day in the Park, 1969), Images (1972) e Tre donne (3 Women, 1977): il risultato perfettamente riuscito delle due precedenti “esercitazioni”.

Pinky Rose (Sissy Spacek) è un’ingenua ragazzina appena trasferitasi dal Texas in California. Viene assunta in un centro di riabilitazione e geriatria e affidata alla guida di Millie Lammoreaux (Shelly Duvall). Pinky sviluppa subito una morbosa adorazione nei confronti della collega più grande. Riuscirà ad avvicinarsi sempre più a lei diventandone la coinquilina, ma ben presto i ruoli delle due donne andranno a confondersi fino a ribaltarsi; legandosi inevitabilmente a Willie (Janice Rule), una terza ed enigmatica figura femminile.

Il regista ha dichiarato di essersi ispirato a Persona di Ingmar Bergman (1966) e a un suo stesso sogno per la realizzazione del film, caratterizzato sin dalla prima immagine da un’inquietante atmosfera onirica – marcata dalla colonna sonora di Gerald Busby – e dal tema del doppio, immediatamente evidenziato dall’ambigua presenza di due gemelle e dal grande utilizzo di riprese di superfici riflettenti. Inoltre, nei primi minuti vengono introdotti dei simboli che saranno i leitmotiv dell’intera pellicola: degli affreschi primitivi, anticipatori di quanto accadrà nel corso del film e promemoria ricorrente dell’equilibrio radicale e ultimo dell’opera.

Magnetica e intrigante la delineazione del rapporto tra le due protagoniste; inizialmente differenziate dai propri tratti caratteristici ma che pian piano andranno a convergere fino a rivelarsi le due facce di una stessa medaglia. Pinky è il simbolo dell’innocenza puerile e guarda con curiosità e ammirazione Millie, considerata alla stregua di una sorella maggiore o, addirittura, una madre. In realtà l’esistenza di Millie è alquanto patetica: millanta grandi amicizie e relazioni con uomini, ma nessuno sembra nemmeno accorgersi di lei. Oltre a un appartamento meticolosamente arredato con il giallo e il viola, c’è poco altro a riempire la sua vuota vita. Viene quasi da chiedersi, a volte, se esista veramente o se non sia una proiezione – non proprio riuscita – della vita che Pinky vorrebbe condurre. D’altronde diverse sono le qualità che le accomunano, tra cui il sangue texano e persino lo stesso nome: Mildred. Se Pinky, infatti, era stato il soprannome appropriato a rappresentare il suo candore fanciullesco; Mildred è il nome che la ragazza rivendicherà non appena realizzata la completa identificazione con Millie; in seguito a un evento che sancisce la sua transizione dall’infanzia all’adolescenza e la presa di coscienza della sua sessualità, che la porterà non solo a sovrapporsi alla sua omonima, ma a superarla e a riuscire lì dove lei aveva fallito.

La fusione tra le due identità viene ulteriormente complicata dal legame con la terza donna, una figura a loro del tutto antitetica: silenziosa, detentrice di segreti o forse solo di una grande saggezza matriarcale, autrice dei suddetti affreschi e in attesa di un bambino. Significativo che il loro incontro avvenga a Dodge City: una sorta di nostalgico saloon posizionato ai confini del mondo, un luogo immutato dal tempo, al di fuori dai ritmi della modernità e che rispecchia la primitività dei disegni che lo decorano. I soggetti delle raffigurazioni, a metà tra animali e umani, sono sempre quattro: tre donne – di cui una incinta – e un uomo. Se le tre donne simboleggiano palesemente le tre protagoniste, il maschio è facilmente riconducibile all’unica figura maschile di rilievo presente nel film; legato sentimentalmente a tutte e tre ma raffigurato in maniera canzonatoria, quasi fosse più uno strumento di procreazione che un uomo da amare e, per questo, sacrificabile dopo l’adempimento del proprio compito. Al culmine di una febbricitante sequenza onirica, anche il bambino – maschio – di Willie nascerà morto: non c’è spazio per gli uomini della tela tracciata dalle tre donne. L’enigmatica scena finale sembra distaccarsi dal resto del film e presentarci un’altra realtà, in cui le tre donne vivono insieme a Dodge City, secondo un ordine gerarchico e sono collegate da un nuovo vincolo: Pinky-Mildred si rivolge a Millie chiamandola “mamma” e Willie sembra incarnare il ruolo della nonna.

Il simbolismo che pervade la pellicola dà adito a molteplici interpretazioni senza, però, confermarne una esclusiva. È chiaro, a ogni modo, che Altman abbia voluto ragionare sulla figura femminile in relazione a quegli anni di grande cambiamento che erano stati i ’60 e i ’70, in termini di emancipazione e di scarto tra ciò che la donna voleva essere e ciò che la società si aspettava da lei. In quest’ottica è possibile, nelle tre donne, ravvisarne solo una; delineata in tre diverse fasi della vita e nelle complicate relazioni tra di esse. Questo spiegherebbe il dialogo finale, la condivisione dello stesso uomo, e il mutamento di Pinky – attraverso la scoperta del sesso – da bambina a giovane donna in cerca di indipendenza; e quello di Millie, da ragazza superficiale a donna autorevole e protettiva nei confronti di sua “figlia”. Oppure, richiamando l’atmosfera surreale di cui il film è pervaso, la seconda parte del film potrebbe essere nient’altro che una proiezione onirica di Pinky-Mildred, e Millie un suo alter-ego, andando così ad anticipare il capolavoro di David Lynch, Mulholland Dr. (2001). Allo stesso tempo, la scelta di concludere la pellicola in un luogo a-temporale – una sorta di landscape mentale – e l’utilizzo degli affreschi primitivi, presuppone l’universalità della storia narrata e la sua ciclicità, come se per la donna fosse ormai impossibile sfuggire a quello schema prestabilito dalla società ormai da secoli.

È proprio l’impenetrabilità a costituire il punto di forza di Tre donne: la capacità di riflettere su questioni attuali andando ad indagarne le sfumature; di sollevare una serie di interrogativi senza fornire mai una risposta univoca, proprio perché non ne esiste una che vada bene per tutti: la realtà è profondamente relativa, pronta a plasmarsi e ad acquisire significato conformemente a chi la sperimenta.

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Nadia Pannone

Basta poco a rendermi felice: un buon film, un po' di musica anni '80, una libreria, qualche conversazione stimolante, un lago, delle luci al neon, una piazza deserta e assolata, delle foto vintage, una casa abbandonata, una coperta e "a damn fine coffee".