Nella metà del XIX secolo si formò a Milano un gruppo letterario chiamato Scapigliatura, termine proposto da Cletto Arrighi nel romanzo La scapigliatura e il 6 febbraio del 1862 («Erano vissuti da scapigliati; erano morti da eroi») col significato di una vita condotta in maniera anticonformista e fuori dagli schemi. Alla base della “ribellione” degli scapigliati vi è un dissenso nei confronti del romanticismo italiano, che aveva ridotto il fermento letterario che si era verificato negli altri Paesi europei al concetto di un’arte nazionale e popolare, risultando così fiacco e incolore.
Alcuni studiosi sostengono che gli scapigliati andassero alla ricerca del cosiddetto “Unheimlich”, il perturbante freudiano. E all’interno di questa teoria si configura la scrittura di Igino Ugo Tarchetti, uno degli esponenti più importanti di quello che non può essere considerato un “movimento” in via definitiva, quanto piuttosto un modo di atteggiarsi.
Tarchetti, nato a San Salvatore Monferrato (Alessandria) nel 1839 e morto a Milano nel 1869, scrisse opere, in particolare racconti, dai caratteri tetri e demoniaci. Tra le righe di questi scritti si nota non solo un particolare gusto verso l’orrido e il macabro, ma anche un’esplorazione delle trame psicologiche dei personaggi, i veri fautori e testimoni del soprannaturale che travolge il destino degli uomini.
Persino elementi naturali e umani, nel senso di “afferenti al corpo umano”, trasudano materia che va ad alimentare l’atmosfera perturbante nella quale sono immersi i racconti tarchettiani. Un esempio sono i due racconti intitolati Un osso di morto e Storia di una gamba. Protagonisti di queste due storie sono delle parti anatomiche, una rotula nel primo caso e una gamba amputata nel secondo: essi incarnano – e il termine in questo caso è più che appropriato – il senso dell’orrore e dell’”Unheimlich” freudiano, rivelando quell’aspetto che resta celato o trasfigurato riguardo le cose comuni.
In Un osso di morto, il protagonista usa una rotula come fermacarte per undici anni, fino a che viene coinvolto in una seduta spiritica: in questa occasione viene a contatto con il professore di anatomia che gli aveva donato quell’osso. Il professore dice di aver parlato con il proprietario della rotula, il quale vuole riavere indietro quella parte del suo corpo. Il risvolto del racconto è tutto dal sapore grottesco: lo spirito di Mariani, al quale manca la rotula, si presenta al protagonista manifestando il disagio di trovarsi in quelle condizioni. Inizia a zoppicare e fa vedere la gamba riparata alla meno peggio con un nastro nero. Viene allestito un irresistibile teatrino all’interno del quale l’elemento macabro è ormai divenuto oggetto di un episodio tutt’altro che orrifico. Sebbene Tarchetti scriva dell’apparizione di uno spettro, il lettore è coinvolto in questo giochino dell’osso, il quale, restituito al legittimo proprietario, viene da questo riadattato alla sua gamba. La linea del “racconto dell’orrore”, se è questa la categorizzazione che si vuol dare a questa narrazione, viene definitivamente spezzata e con essa viene anche neutralizzato il senso di disagio e di soggezione di fronte a degli eventi inesplicabili razionalmente. L’episodio del fantasma che appare chiedendo di riavere indietro la propria rotula non fa che esorcizzare la pratica della rievocazione degli spiriti defunti, tanto in voga nell’Ottocento.
Di maggior spessore psicologico è certamente l’altro racconto, Storia di una gamba, in cui il protagonista (anche se sarebbe più opportuno considerare la stessa gamba protagonista del racconto) ha subito l’amputazione dell’arto dopo essere stato colpito da un proiettile durante il suo periodo militare. Ciò che sorge attorno a questo evento è un immenso e potente cordoglio attorno a quell’arto reciso e morto prima del resto del corpo. L’uomo si sente in questo modo parte di due mondi, mezzo vivo e mezzo morto:
«Questa gamba mi chiama, mi vuole, domanda l’altra parte che vive. Appartengo alla morte e alla vita allo stesso tempo, la mia esistenza è incompleta. Così pure il mio nulla. Non posso riempire il vuoto della vita ma posso colmare quello della morte»
L’episodio dell’amputazione è narrato con grande lucidità e con un’attenzione particolarmente acuta ai dettagli. Ogni fibra di carne che si stacca dal corpo è sotto gli occhi del lettore: si vede il sangue, si vedono i nervi recisi, le ossa spezzate, si sente persino il dolore e ciò che ne risulta è, assieme al ribrezzo per l’immagine non di certo piacevole, una forte empatia col disgraziato. L’uomo sente di aver indovinato una parte della morte, di aver varcato quella soglia, almeno con una parte del proprio corpo.
La gamba recisa è simbolo di quell’anima dilaniata, emblema di una morte anticipata e, naturalmente, espressione dell’”Unheimlich” freudiano all’apice: una gamba è qualcosa di abituale da vedere, di familiare. Ma in questa circostanza si presenta come qualcosa di mai visto prima, mai così avvertita e descritta: una gamba che ha una morte propria, tutta per sé, e, di conseguenza, ha anche una vita propria, una vita che fu. Sembra infatti che l’uomo e la gamba, nel vivere una morte diversa, ovvero su due diversi piani temporali, abbiano anche vissuto una vita diversa, scorporati l’uno dall’altra. E il modo col quale si descrive quell’arto, contiene in sé tutta la maestria letteraria dovuta a questo ineffabile sentimento:
«La gamba amputata giaceva lì presso di me, sul terreno; un istante prima era appartenuta a me, formava parte del mio essere, dirigeva i movimenti che la mia volontà le imponeva, la mia mano la toccava, essa rispondeva a quel contatto […]. Volli toccarla, sollevarla con le mie mani… Quale orrore! La sentivo pesante, fredda, molle, morta, soprattutto morta»

Lucia Cambria
Siciliana, laureata in Lingue e letterature straniere e in Lingue moderne, letterature e traduzione. Particolare predilezione per la poesia romantica inglese e per la comparatistica. Traduttrice di prosa e versi, nel 2020 ha trasposto in italiano per Arbor Sapientiae il romanzo "L’ultimo uomo" di Mary Shelley.