CinemaPrimo PianoL’ultimo eterno ricordo: “Wandāfuru raifu” di Hirokazu Kore’eda

Nadia Pannone Nadia Pannone24 Gennaio 2020
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«Un attimo che valga una vita». È questo che Hirokazu Kore’eda insegue con il suo secondo lungometraggio – primo da sceneggiatore – Wandāfuru raifu (conosciuto anche come After Life, 1998). Un istante di pura gioia che oscuri il resto di un’esistenza spesso meschina e illumini l’infinito.

Le persone, appena decedute, si recano in una sorta di limbo proprio per individuare il ricordo più prezioso della propria vita, prima del trapasso. Non vi è alcun tipo di accezione religiosa; il regista, anzi, si libera dalle immagini storicamente attribuite all’Aldilà per mostrarlo, piuttosto, come un luogo ordinario, a metà tra a una vecchia scuola e una stazione di passaggio. Uno spazio solitario e malinconico, avvolto da una leggera foschia, in cui i “neo-morti”, in sala d’attesa, vengono indirizzati verso degli uffici, come se si trattasse ancora di una delle innumerevoli file costretti a fare in vita. Sorprendente come Kore’eda riesca a conciliare il ritmo abitudinario di una “settimana tipo” di quelli che appaiono come semplici impiegati d’ufficio con la profondità del lavoro che effettivamente compiono: abbracciare l’intera vita dei “clienti” per poi raccoglierla in un unico indimenticabile momento e impegnarsi a ricostruirlo, nei minimi dettagli, in modo che i defunti si sentano liberi di abbandonare il limbo, portando con sé solo la gioia di quel ricordo e dimenticando tutto il resto.

La prima parte della pellicola consiste, perlopiù, nell’esposizione dei ricordi da parte dei “morti”. Il regista riversa qui la sua esperienza da documentarista inserendo tra i monologhi degli attori anche interviste fatte in giro per il Giappone a persone comuni. Proprio il fatto che molti ricordi fossero autentici, realmente sperimentati dalle persone incontrate, dona al film un tocco di assoluto realismo, in una cornice del tutto astratta. Inoltre, i momenti selezionati quasi mai sono avvenimenti sensazionali; piuttosto, istanti fugaci e usuali, quasi sempre relazionati ai sensi. Di fronte a testimonianze così genuine, allo spettatore non resta che assorbire i ricordi dei vari personaggi, riconoscendo in ognuno di esso qualcosa di proprio. D’altronde, nonostante le storie messe in gioco siano numerose e disparate, incredibilmente ogni memoria rimane impressa; ogni defunto diventa protagonista di un’esperienza eccezionale, pur nella sua banalità. Ma come fare in modo che l’intensità di tali attimi non si annulli con la morte?

È a questo punto che il genio di Kore’eda si spinge oltre e intraprende un discorso di tipo metacinematografico. Scaduti i tre giorni di tempo per scegliere il ricordo e raccolti quanti più dettagli possibili, infatti, gli “impiegati” – anch’essi deceduti ma bloccati nel limbo perché non sono stati in grado di scegliere – avranno il compito di ricostruire il flashback come fosse la scena di un film; con tanto di sceneggiature, scenografie e attori per le comparse. Al termine della settimana, una volta girato e mostrato al suo “possessore”, quest’ultimo potrà finalmente transitare nell’Aldilà, accompagnato non dalla luce divina ma da quella irradiata dal suo attimo di pura gioia. Il ricordo, dunque, ha bisogno di essere ricalcato, quasi reinterpretato, per penetrare ancora più a fondo. Del resto, come osservato da Iseya – un ragazzo ventunenne che si rifiuta di scegliere il proprio ricordo – «finiamo sempre per trasformare i ricordi in immagini create da noi»: nel momento in cui ricostruiamo qualcosa, gli attribuiamo nuovi particolari, nuove sfumature fino a riportarlo in vita con un’energia rinnovata. Ed è proprio questo che fa il cinema: riprodurre la realtà rimaneggiandola, con lo scopo di far vivere allo spettatore un’esperienza sempre diversa.

Una dichiarazione d’amore, da parte di Kore’eda, al cinema e alla vita stessa, di cui sottolinea l’importanza dei piccoli momenti e della quotidianità. Per quanto miserabile, a volte, possa rivelarsi l’esistenza, ogni persona – nessuna esclusa – potrà ritrovarne il senso attraverso un solo momento di felicità. Del resto Wandāfuru raifu, tradotto letteralmente, significa proprio “vita meravigliosa”; a dimostrazione del fatto che il regista volesse porre l’accento più sul valore della vita che della morte – come, al contrario, il titolo inglese After Life sembra suggerire – e lo ha fatto con quel linguaggio poetico ed essenziale che caratterizzerà la sua carriera futura fino a condurlo al largo successo internazionale di Un affare di famiglia (Manbiki kazoku, 2018) – vincitore della Palma d’Oro – e, prima ancora, di Father and Son (Soshite chichi ni naru, 2013) – vincitore, sempre al Festival di Cannes, del Premio della giuria.

Ogni lavoro del regista giapponese sembra lasciarci di fronte a delle profonde riflessioni: dalle osservazioni sui vincoli familiari all’importanza del legame di sangue, dall’elaborazione del lutto al rapporto con la vita e la morte. Wandāfuru raifu, nello specifico, suggerisce che riconsiderare la propria vita alla luce di anche un solo particolare può avere il potere di rielaborarla e migliorarla, proprio come farebbe un film. E, soprattutto, ci lascia con l’interrogativo: se dovessimo scegliere un ricordo, uno soltanto, da rivivere in eterno, quale sarebbe? La domanda opportuna da porsi se si vuole distinguere il necessario dal superfluo.

Nadia Pannone

Nadia Pannone

Basta poco a rendermi felice: un buon film, un po' di musica anni '80, una libreria, qualche conversazione stimolante, un lago, delle luci al neon, una piazza deserta e assolata, delle foto vintage, una casa abbandonata, una coperta e "a damn fine coffee".