Per molti, il primo romanzo della letteratura italiana non è I promessi sposi, ma Ultime lettere di Jacopo Ortis, l’opera scritta in forma epistolare da Ugo Foscolo. Senza entrare nel merito di questa o quella posizione, anche perché la cosa richiederebbe molto spazio, è interessante notare che questi due capolavori lamentano entrambi un’occupazione straniera del suolo italiano, prima ancora che ci fosse un’Italia. Venezia era stata ceduta all’Austria con il trattato di Campoformio, da qui la grande delusione di Ortis (e quindi di Foscolo) per il tradimento di Napoleone, di certo non interessato ad agevolare la formazione dell’Italia. E Alessandro Manzoni, di contro, voleva esortare gli italiani alla rivolta contro gli Austriaci, tornando indietro di due secoli e trattando la dominazione spagnola. Un colpo da maestro, per sfuggire alla censura.
Che cosa spinge un popolo a ribellarsi? E come? Questo si chiede Manzoni, e non è il solo. Perché in quel periodo, in cui proliferavano romanzi storici, si tendeva a un ritorno al passato, attraverso la riscoperta di antiche storie, che avrebbero risvegliato o accresciuto un certo orgoglio popolare. Storie di eroismo, cavalleria, amore e sacrificio, e in questo percorso un irraggiungibile modello, anche per il nostro Manzoni, fu Walter Scott. A questo punto, però, sarebbe stato lecito attendersi intrecci dello stesso tenore, ricchi di eroi ed eroine, non certo il racconto di povera gente che non riesce a sposarsi. Ma l’Italia era popolata proprio da queste persone e il milanese Manzoni intendeva fare un racconto realistico, non romantico. Lo ambienta nei pressi di Milano, nel bel mezzo della seicentesca guerra dei Trent’anni, ove sorgevano rivolte e si annidava la bestia nera della peste; in questo contesto, due comuni abitanti di Lecco, nei pressi di Como, desideravano solamente sposarsi.
Ora, questi due protagonisti, in lotta con i potenti, sono semplici abitanti d’Italia. Non hanno particolari doti o caratteristiche uniche. Lucia non è splendente come le eroine dei romanzi. Ha una «modesta bellezza», anche se nella prima edizione del romanzo tale bellezza era descritta come «non comune». Lucia è la tipica contadina lombarda o, come scrive Verina Jones nel suo saggio Le dark ladies manzoniane, è una donna «poco eccitante ma semplice e buona». Quella di Manzoni, è una scelta che differisce dal tipico modello di eroina, anche se lo consideriamo all’interno dei romanzi di scrittori stranieri ambientati in Italia. Forse, è un’operazione contro la colonizzazione letteraria che subiva l’Italia a quel tempo. In quanto meta prediletta dei viaggi della nobiltà, l’Italia era spesso usata come ambientazione delle storie e le protagoniste differivano in modo clamoroso dalla realtà quotidiana. Ne sono un perfetto esempio La Certosa di Parma di Stendhal o Corinna o l’Italia di Madame de Staël, opere popolate da bellezze indimenticabili, colte, ma distanti dal vero. E a Manzoni interessa la vera Italia.
Lucia è dolce, modesta, timida, riservata. Lungi dall’essere una tentatrice, come la monaca di Monza, è l’incarnazione della bontà e della bellezza devozionale, in linea con il pensiero cattolico dello scrittore. L’innocenza che la contraddistingue, insieme alle sue buone qualità, le permette di resistere alle “avances” di don Rodrigo, un don Giovanni mancato che usa la violenza per ottenere quello che non riesce a ottenere col fascino. E quella sua resistenza e fedeltà a Renzo accentuano l’acredine dell’uomo, sempre più ossessionato e intenzionato a impedire il matrimonio e a imporsi su Lucia. Risiede qualcosa di eroico in una donna semplice come Lucia, che si rifiuta di piegarsi, mostrando lo stesso coraggio che si chiede ai patrioti per resistere e ribellarsi alle angherie dei conquistatori. La verginità di Lucia diviene la migliore metafora possibile dell’indipendenza nazionale.
Non tutti erano convinti che Lucia fosse il simbolo più adatto a tale scopo, e lo storico della letteratura, nonché politico, Francesco De Sanctis, osservava che la ragazza di Lecco rappresentasse «un ideale iniziale e passivo, senza la ricchezza sufficiente per rappresentare degnamente l’ideale del poeta». Troppo astratta, remota e santa, una Madonna lombarda, eppure proprio in quella sua astrattezza risiede la sua universalità nel disegno manzoniano. Non stupisce, una volta conosciuto il vero intento dello scrittore, che il carattere di Lucia nel corso delle edizioni del romanzo si faccia sempre meno individuale, uscendo dal contesto letterario per acquisire una dimensione reale e realistica.
Tanto che alla fine del romanzo, quando i due novelli sposi si trasferiscono a Bergamo, i due vicini restano delusi dall’aspetto di Lucia, tanto lontano da quello delle eroine dei romanzi «con i capelli proprio d’oro», e la descrivono come una «contadina come tant’altre». Eppure, Lucia non è come tante altre, perché ha in sé una forza spirituale grandissima, la capacità di resistere alle insidie della sorte e di spingere a migliorare chiunque le stia vicino. Diviene il baluardo e la rappresentante di un altro tipo di società, una realtà contadina non più disposta a subire le vessazioni di un’aristocrazia prepotente e straniera. La figura emblematica di una nascente letteratura e della sua nuova nazione. La vera bellezza italiana che poteva cogliere solo un italiano come Manzoni, perché posta assai più in profondità di quanto l’occhio straniero potesse vedere.

Adele Porzia
Nata in provincia di Bari, in quel del ’94, si è laureata in Filologia Classica e ha proseguito i suoi studi in Scienze dello Spettacolo. Giornalista pubblicista, ha una smodata passione per tutto quello che riguarda letteratura, teatro e cinema, tanto che non cessa mai di studiarli e approfondirli.