LetteraturaPrimo PianoL’operazione parodica e demistificante del Folengo

Monica Di Martino Monica Di Martino30 Luglio 2020
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La poesia che ha i suoi antecedenti più diretti nel latino – con quel suo vocabolario tutto intriso di vocaboli e di elementi volgari, il cosiddetto latinus grossus – rimanda alla poesia maccheronica anche se, a differenza di quest’ultima, si presenta come un gioco intellettuale sugli errori di grammatica, con l’effetto di una parodia dell’elegante latino classico e umanistico. Esponente rappresentativo di questa singolare forma di letteratura fu Teofilo Folengo. Significativo sarà il suo soggiorno a Padova, culla della poesia maccheronica, anche per la sua formazione spirituale. La sua autobiografia è rinvenibile nelle varie redazioni delle Maccheronee, originali nello stile e nella concezione letteraria. Fin dalla spiegazione sull’origine dello pseudonimo Merlin Cocai, è chiaro l’intento dell’autore di rivendicare la propria origine contadina. Se la Moscheide ironizza infatti sul mondo cavalleresco, la Zanitonella si concentra sul tema amoroso dell’infelice contadino Tonello per l’indifferente Zanina, offrendoci peraltro un vivace quadretto della vita di campagna.

Lo stesso mondo contadino è presente anche nel Baldus nel quale, però, i valori cortesi e cavallereschi sono stravolti dall’atteggiamento del protagonista, così come stravolto appare il mondo contadino in cui la fanno da padrone fame, soprusi e violenze d’ogni genere. Stando al rifiuto dei valori della cultura ufficiale, la sua opera si colloca nel filone della letteratura carnevalesca. Fin dal principio, ci rendiamo conto dell’operazione compiuta dal Folengo: il proemio che, nei poemi epici, è un luogo particolarmente solenne che si accompagna all’invocazione alle Muse, diventa qui una parodia che trasforma il poema eroico in un poema eroicomico. In che modo? Con il linguaggio e con i contenuti. Il latino folenghiano non è ovviamente quello classico e il gioco dei vari registri consente una grande libertà inventiva; inoltre, alle Muse della tradizione, si contrappongono le Muse dell’”arte maccheronica” alle quali si attribuiscono caratteristiche opposte: esse sono grasse e i loro nomi si rifanno a una realtà plebea. Contrapposta alla poesia tradizionale, quella del poeta non nasce dalla cetra ma dalla “piva” – strumento rozzo e grossolano – e il cibo di cui si alimenta l’ispirazione poetica non è costituito da nettare e ambrosia bensì da macaroni, polenta e quanto soddisfa più corposamente le richieste della pancia. Infine, si afferma il mito del paese di Cuccagna, sogno di benessere e opulenza che – in periodi di fame, guerre e devastazioni fra le classi più povere – assume una funzione di speranza anche, e anzi proprio, attraverso il cibo con le sue «alpi di formaggio», i «fiumi di brodo» e le innumerevoli immagini che vi vengono rappresentate, grondanti di intingoli e condimenti.

Monica Di Martino

Monica Di Martino

Laureata in Lettere e laureanda in Filosofia, insegna Italiano negli Istituti di Istruzione Secondaria. Interessata a tutto ciò che "illumina" la mente, ama dedicarsi a questa "curiosa attività" che è la scrittura. Approda al giornalismo dopo un periodo speso nell'editoria.