CinemaPrimo Piano«Lo vede che stuzzica?»: 45 anni fa usciva “Amici miei” di Mario Monicelli

Alessandro Amato Alessandro Amato15 Marzo 2020
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«Ma, allora io le potrei dire, anche col rispetto per l’autorità, che anche soltanto le due cose come vicesindaco, capisce?». Chi non conosce la supercazzola? Esiste persino una pagina Facebook intitolata al conte Mascetti, dove ogni pretesto è buono per innescare la formula e farsi due risate. 45 anni fa, esattamente il 24 ottobre 1975, usciva Amici miei di Mario Monicelli, ed è come se fosse accaduto il mese scorso. I cult hanno questo destino: non diventano mai vecchi. Un po’ come il regista toscano, che ci lasciò quasi dieci anni fa, il 29 novembre 2010. Monicelli era contrario al sentimento della nostalgia, perché lo metteva nella scomoda posizione di parlare di sé. Il progetto del film lo ereditò da Pietro Germi – il quale aveva scritto la sceneggiatura con Leonardo Benvenuti, Piero De Bernardi e Tullio Pinelli – che morì qualche giorno prima dell’inizio delle riprese. I titoli di testa recitano: «Un film di Pietro Germi».

Ma la regia la firma Monicelli, da sempre amico di Germi e suo più grande critico. I due erano molto diversi: Mario sempre ironico, distaccato, Pietro nervoso e fin troppo serio. Solamente nella seconda parte di carriera il cineasta genovese accettò di passare dal melodramma alla commedia, come a voler esorcizzare le proprie paure in un ghigno. Questo salto avvicinò i due uomini, tanto che Germi, quando era rimasto vedovo, aveva chiesto a Monicelli di girare Signore e signori (1965). «In quel caso non mi sembrava giusto – racconta – e allora gli dissi “Cosa vuoi che sia una moglie morta? È il tuo film e devi farlo tu”». Approccio aggressivo ma efficace, tanto che ne venne fuori uno dei film italiani più belli degli anni Sessanta. Dieci anni più tardi, però, parve impossibile il rifiuto perché l’altro era troppo malato. Monicelli accettò di lavorare su una storia già pronta e da lui sentita solo in parte. I personaggi del suo cinema sono diseredati e poveri, mentre Amici miei parla di cinque professionisti di mezz’età annoiati dalla vita e pronti al più crudele degli scherzi.

A ogni modo, il risultato è sotto gli occhi di tutti: la prima commedia toscana di successo della storia del cinema italiano. Di fatto dopo vennero fuori i Giancattivi e Francesco Nuti, Roberto Benigni e poi più avanti Leonardo Pieraccioni, Massimo Ceccherini, Giorgio Panariello. «Adesso non se ne può più, sembra che bisogna essere toscani per far ridere», affermava Monicelli nel 2005. Per fortuna, ora quella moda è passata. Ma ciò che più spicca nel film è il disperato tono di fondo della vicenda. Nel senso che l’infantilismo dei protagonisti è una via senza uscita verso la morte. «Pur essendo lontana dalla mia natura, credo di averli assecondati bene in questa amarezza che affiora nonostante la continua fuga nello scherzo». Non sapremo mai come Germi avrebbe affrontato visivamente questa storia, ma è certo che Monicelli se ne appropria chiedendo al direttore della fotografia Luigi Kuveiller (già suo collaboratore per Romanzo popolare due anni prima) una Firenze grigia, non turistica, di cui mettere in luce la cupezza, al limite dello squallore.

La Commedia all’italiana prende qui la via della farsa smaccata, assumendo una piega greve e accogliendo il turpiloquio. Una volgarità voluta, che diventa elemento intorno al quale si consolida l’amicizia cameratesca dei personaggi, basata su una goliardia senza freni e fatta di ritualità. «C’è proprio una rincorsa alla volgarità, una competizione che poi si rivela un modo inconfessato di fregare il tempo». Raffaello Mascetti doveva essere interpretato da Marcello Mastroianni, ma alla fine acquista il genio di Ugo Tognazzi. Philippe Noiret piacerà tanto che il regista lo richiamerà anche molto più tardi. Adolfo Celi e Gastone Moschin furono scelti a occhi chiusi. Mentre Duilio Del Prete era stata una proposta di Germi e infatti nel secondo film verrà sostituito dal suo doppiatore, Renzo Montagnani, l’unico vero toscano. Amici miei fu campione d’incassi della stagione 1975-1976 ed è fra i 30 film italiani più visti di sempre. Si aggiudicò due David di Donatello (Monicelli e Tognazzi) e tre Nastri d’argento (produttore, soggetto originale e sceneggiatura). Inoltre, con l’ideazione del termine “supercazzola”, al film si deve la gag degli schiaffi ai passeggeri del treno, omaggiata in diverse occasioni fra cui Fantozzi alla riscossa (1990).

Alessandro Amato

Alessandro Amato

Nato a Milano, conclude gli studi a Torino, dove continua a lavorare nell'ambito critico e festivaliero. Collabora con "A.I.A.C.E." e il magazine "Sentieri Selvaggi". Dirige rassegne di cortometraggi e cura eventi per la valorizzazione del cinema italiano. Quando capita è anche autore di sceneggiature per la casa di produzione indipendente "Ordinary Frames", di cui è co-fondatore.