LetteraturaPrimo PianoLo stato di natura in Hobbes, Locke e Rousseau

Giorgio Zaccaria Giorgio Zaccaria8 Ottobre 2019
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Per “stato di natura” si intende un espediente teorico volto ad immaginare la condizione umana prima di ogni forma sociale e di ogni ordinamento politico. Tra il XVII e il XVIII secolo, molti filosofi hanno cercato di immaginare come potesse presentarsi un simile stato di cose e attraverso quali vie si sarebbe formato lo Stato, avendo come obiettivo – invariabilmente – perorare una specifica forma politica rispetto alle altre.

Uno dei primi a soffermarsi sullo “stato di natura” fu Thomas Hobbes, filosofo inglese del Seicento e assertore dell’ Assolutismo, che nei sui scritti politici lo descrive come una «guerra di tutti contro tutti» («bellum omnium contra omnes»), dovuta al sostanziale diritto a tutto di ogni essere umano, cosa che lo porterebbe a scontrarsi con il prossimo per il sostentamento ed il possesso dei beni. Per caratterizzare questa condizione, Hobbes utilizza l’espressione introdotta da Plauto nell’Asinaria: «homo homini lupus», ovvero ogni uomo è come un lupo per ogni altro uomo. Questo stato di guerra perenne avrebbe impedito lo svilupparsi di ogni attività cooperativa e associativa, riducendo gli esseri umani alla condizione di animali impauriti. Se l’uomo fosse stato privo di ragione non avrebbe mai potuto affrancarsi da questa condizione ferina, ma essendo in questo diverso dagli altri animali, può operare un calcolo razionale, che lo porta a rinunciare al diritto a tutto e ad alienare lo stesso ad un potere superiore che, operando col consenso della moltitudine, può imporre leggi e farle rispettare con la forza. Vi è quindi un patto di unione tra tutti gli uomini e un patto di soggezione nei confronti del sovrano, unico a rimanere nella condizione naturale e a poter decidere cosa sia bene e cosa male. L’efficacia del patto, in quanto deterrente di conflitti, verrebbe meno se i sudditi potessero ribellarsi al potere costituito, ragion per cui ogni forma di dissenso e di sedizione è bandita e lo Stato si trasforma in un Leviatano, che con le sue spire avvolge e controlla ogni aspetto della vita dei sottoposti.

Da una diversa concezione dello stato naturale prende, invece, le mosse John Locke, padre dell’Empirismo inglese e teorico della monarchia parlamentare figlia della “Gloriosa Rivoluzione” posta in atto da Guglielmo D’Orange. Nel Secondo trattato sul governo tratteggia una condizione pre-sociale molto diversa da quella del suo conterraneo, affermando l’esistenza di una legge naturale innata negli individui, la quale comanda che «nessuno debba danneggiare l’altro nella vita, nella salute, nella libertà e nella proprietà». Lo “stato di natura”, pertanto, non deve essere per forza uno stato di conflitto e barbarie, ma lo diventa quando una o più persone ricorrono alla forza per ottenere ciò che la legge naturale gli nega. A questo punto è necessario creare, tramite un pactum, una forma di potere che possa legittimamente tutelare i diritti dei singoli: lo Stato. Al contrario di quanto affermato da Hobbes, anche il sovrano rientra nel patto, ragion per cui il suo potere non risulta assoluto ma limitato dai diritti naturali dei cittadini che è suo compito difendere. Il regnante, quindi, non è al di sopra della legge ma sottoposto ad essa come tutti i cittadini e, nel caso venga meno al suo compito, può essere deposto. Vale la pena di notare che tra i diritti naturali, Locke inserisca quello alla proprietà privata, il che ne fa uno dei padri della visione capitalistica e liberista che si svilupperà in Inghilterra e Olanda, per poi trasferirsi negli Stati Uniti.

Jean-Jacques Rousseau, uno dei principali filosofi dell’ Illuminismo francese, contesterà duramente i presupposti dei due autori inglesi, partendo da una visione antropologica profondamente differente. A suo avviso, infatti, sia Hobbes che Locke inseriscono in uno stato naturale un uomo che nei sui tratti è già sociale, falsando del tutto le premesse e le conclusioni del loro ragionamento. L’uomo nello “stato di natura” è, secondo il filosofo ginevrino, fondamentalmente innocente e i beni messi a disposizione dall’ambiente circostante bastevoli per tutti gli individui. Il conflitto nascerebbe con l’introduzione della proprietà privata. In un celebre passo del Discorso sull’origine della disuguaglianza afferma: «Il primo che, cintato un terreno, pensò di affermare questo è mio, e trovò persone abbastanza ingenue da credergli, fu il vero fondatore della società civile. Quanti delitti, quante guerre, quante miserie e quanti orrori avrebbe risparmiato al genere umano colui che, strappando i paletti o colmando il fossato avesse gridato ai suoi simili “guardatevi dall’ascoltare questo impostore, se dimenticate che i frutti sono di tutti e la terra non è di nessuno sarete perduti”».

L’introduzione del concetto di proprietà conduce ad una guerra tra ricchi e poveri, per ovviare alla quale nascerebbe lo Stato, figlio di un “patto iniquo”, poiché strumento di difesa dei possedimenti dei pochi fortunati contro le giuste rivendicazioni della massa. I poveri, plagiati dai possidenti, avrebbero accettato di sottostare a leggi per loro deleterie: «Tutti corsero incontro alle catene convinti di assicurarsi la libertà».

Da questa visione pessimistica della società, prese le basi per teorizzare, nel Contratto sociale, un ordinamento statale repubblicano, volto a garantire gli interessi della moltitudine, attraverso il rispetto di una «volontà generale» che si elevi al di là degli interessi privati, garantendo una graduale compensazione delle disuguaglianze.

Giorgio Zaccaria

Giorgio Zaccaria

Nato a Taranto nell'ormai lontano 1975, laureato in Filosofia con lode presso l'Università di Bari, inizia ben presto a viaggiare per dare sollievo a uno spirito nomade e inquieto. Attualmente insegna Filosofia e Storia presso il Liceo Scientifico Statale “Aristotele” di Roma. Appassionato da sempre di letteratura, arte, fumetti e cinema, viene travolto in tenera età da insana passione per la musica rock e metal. Si diverte a suonare il basso in due band capitoline, costringendo i suoi incolpevoli studenti a supportarlo (e sopportarlo).