LetteraturaPrimo PianoL’irraggiungibilità della meta nell’uomo di Dino Buzzati

Monica Di Martino19 Aprile 2022
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A ispirare il suo capolavoro assoluto – “kafkiano”, possiamo dire – sarà la guerra e, in generale, il mondo militare con tutti gli apparati di cui è costituito. Dino Buzzati, infatti, chiamato per la leva, si iscrive alla scuola per ufficiali della caserma Teuliè di Milano, pur soggiornando a lungo in altri campi. Dopo Barnabò delle montagne, parabola esistenziale di un guardiaboschi, e Il segreto del bosco vecchio, narrazione fantastica di un fanciullo rimasto orfano, con Il deserto dei Tartari Buzzati arriva al successo, di critica e di pubblico.

Una storia essenziale che ha la capacità di attrarre il lettore, soggiogato dall’atmosfera assurda nella quale è avvolta la vicenda del tenente Drogo, inviato in una fortezza del confine, al limite del deserto. Di fronte alla natura desolata e ostile del luogo, Drogo vorrebbe andarsene, ma finisce con il restare attratto da un sogno di gloria e di grandezza. Un presidio però senza senso perché non ci sarà alcun nemico a raggiungerlo e perché l’attesa snervante di un evento che mai si realizzerà contrasta con la quotidianità della fortezza. Il temuto scontro coi “Tartari” avrà luogo – invece – alla fine, quando ormai malato e vecchio dovrà abbandonare la fortezza ed essere sostituito, perdendo così la sua occasione di riscattare se stesso e la sua futile vita.

Centrale è il concetto del tempo che circola nell’opera. Azioni, dialoghi, pensieri, tutto procede con lentezza – complice anche la scansione di ogni situazione in una miriade di particolari – ed è pervaso dall’attesa. Tutto è un attendere: della possibilità di combattere, di animarsi. Il tempo della realtà – che scorre monotono e sempre uguale – non coincide con il tempo dell’esistenza individuale, che si profila nella continua ripetitività delle azioni e dei gesti: «Il fiume del tempo passava sopra la Fortezza, screpolava le mura, trascinava in basso polvere e frammenti di pietra, limava gli scalini e le catene, ma su Drogo passava invano; non era ancora riuscito ad agganciarlo nella fuga». La discordanza però è solo apparente in quanto s’identifica con la condizione umana. Quel «fiume del tempo» è l’allegoria della vita che non cessa di scorrere, che procede inesorabile senza che l’uomo possa “agganciarla”; di qui, l’impossibilità di pervenire alla meta, in un viaggio che di continuo lo allontana, anche quando sembra che si stia per raggiungerla. A differenza del compagno, tenente Angustina, del quale Drogo sognerà la morte e con il quale condivide il desiderio di non abbandonare la Fortezza, la sua scelta è quella di chi si abbandona a ottuse speranze e facili trionfalismi.

La Fortezza, allora, significa anche fine del viaggio – Drogo infatti non accetterà di essere estromesso dalla “battaglia” finale e morirà solo, in un’anonima trattoria – e solo gli inutili sogni di gloria del protagonista riescono a riempire il vuoto che gli sta di fronte. Eppure, nell’attesa inutile, nell’inutilità del tutto, l’uomo giunto alla fine si rianima di nuova speranza: l’ultima.

Monica Di Martino

Laureata in Lettere e laureanda in Filosofia, insegna Italiano negli Istituti di Istruzione Secondaria. Interessata a tutto ciò che "illumina" la mente, ama dedicarsi a questa "curiosa attività" che è la scrittura. Approda al giornalismo dopo un periodo speso nell'editoria.