LetteraturaPrimo PianoL’inarrestabile lotta all’ignoto in Melville

Monica Di Martino Monica Di Martino8 Agosto 2019
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Risale a circa una settimana fa, il 1 agosto scorso, il bicentenario della nascita dell’autore di quello che è ritenuto uno dei capolavori della letteratura americana, che è stato ignorato dal pubblico e dalla critica per circa un secolo. Era il 1851 quando, dalla penna di Herman Melville, uscì il romanzo Moby Dick. All’epoca il romanzo fu duramente respinto dal pubblico e presto dimenticato, ma colui che con Hawthorne, Emerson e Whitman diede vita ad un nuovo movimento letterario, il Rinascimento americano, morì quasi del tutto sconosciuto per poi essere apprezzato nella sua grandezza solo nel Novecento. Moby Dick è il racconto di una caccia alla balena, dal significato fortemente simbolico: rappresenta, infatti, l’inarrestabile volontà di una sottomissione del Male da parte del vecchio capitano Achab che, nella sua sfida tenace all’ignoto, di faustiano richiamo, incarna perfettamente i tratti caratteristici della letteratura romantica ottocentesca. L’opera però non è soltanto la storia di una vendetta personale del capitano verso colei che gli tranciò una gamba ma una sorta di ricerca iniziatica, e si discosta dai canoni dell’epoca per la sua particolare struttura. La balena è, nello stesso tempo, un creatura che affascina ma che incarna le forze oscure e inquietanti della natura e c’è anche chi, come Philip Hoare, l’autore del Leviathan, vi ha visto «un’anticipazione dell’emergenza climatica e ambientale del nostro tempo». Talvolta, infatti, il romanzo si trasforma in una sorta di trattato sulle balene, con tanto di descrizione anatomica e fisiologica, e fornisce informazioni documentaristiche sulla caccia alla balena e la sua utilizzazione. Un segnale di denuncia circa quell’inquinamento che ha causato la morte di numerose balene, per via di chili di plastica ingeriti, così come quella pratica intensiva che, per ragioni economiche mascherate da intenti scientifici, nonché per abitudini locali, viene ancora praticata in Norvegia, Islanda e soprattutto in Giappone, lo Stato che rimane uno dei maggiori compratori di bistecca di balena. La pratica, certo, è piuttosto antica ma, se mille anni fa, questi giganti del mare creavano timore oggigiorno l’evoluzione delle navi e degli arpioni hanno la meglio su queste creature, fondamentali peraltro all’ecosistema marino. I motivi marinari affiorano già nelle prime opere di Melville, da Typee ad Omoo, da Redburn a Giubba bianca, certamente suggeriti dall’esperienza che egli fece nel 1841, quando si imbarcò su una baleniera per affrontare un viaggio nel Pacifico; ma è soprattutto con Moby Dick che ne toccherà le note più elevate. Proiezione delle forze malvagie che agitano l’animo dell’uomo, in questa strenua lotta tra la forza distruttiva del Male e la limitatezza dell’uomo, misero ma determinato, Melville non vuole capitolare, pur nella consapevolezza dell’inevitabile sconfitta: avvistata la balena, la caccia si conclude dopo tre giorni, quando Moby Dick affonda la nave e il capitano annega; solo Ishmael si salva, il narratore-testimone che dissemina il romanzo delle sue riflessioni e divagazioni.

Dopo Moby Dick, Melville non scriverà più di mare e finirà la sua vita nell’oblio proprio come Achab, trascinato negli abissi dalla balena. Dopotutto, com’egli stesso scrisse, «chi non ha mai fallito in qualcosa non può essere grande», preannunciando così la risoluzione dell’incomprensione della sua epoca.

Monica Di Martino

Monica Di Martino

Laureata in Lettere e laureanda in Filosofia, insegna Italiano negli Istituti di Istruzione Secondaria. Interessata a tutto ciò che "illumina" la mente, ama dedicarsi a questa "curiosa attività" che è la scrittura. Approda al giornalismo dopo un periodo speso nell'editoria.