ArtePrimo PianoL’imperitura bellezza della maiolica italiana rinascimentale

Anna D’Agostino Anna D’Agostino14 Ottobre 2020
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Il termine “maiolica” devira probabilmente dalla corruzione di Maiorca, luogo di provenienza nel Medioevo di maioliche ispano-moresche. A partire dal X secolo il mondo islamico conobbe una straordinaria fioritura dell’arte ceramica: in Egitto e in Siria si producevano ceramiche ricoperte da una vernice bianca opaca, molto coprente e inventata da ceramisti mediorientali a imitazione delle preziose porcellane cinesi. Con l’intensificarsi dei traffici commerciali in tutto il Mediterraneo, anche in Italia arrivarono le esotiche stoviglie rivestite e dipinte che – oltre a essere usate per le tavole più ricche – spesso vennero inserite nei muri delle chiese come decorazione.

A partire dal Duecento la produzione di maioliche abbandonò i confini islamici e le sue aree di influenza come la Sicilia e la Spagna per approdare in Italia, luogo in cui nacquero centri eccellenti di produzione: Deruta, Cafaggiolo, Casteldurante, Urbino, Castelli, Siena e Faenza. In quest’ultima città la produzione di maioliche si sviluppò in modo particolare, tanto che il nome di Faenza divenne sinonimo di prodotto ceramico di qualità superiore. Il pregio della maiolica faentina – prodotto che conobbe il massimo splendore fra XVI e XVIII secolo – è dato dalla qualità dei materiali impiegati: gli oggetti sono modellati con un’argilla fine adatta a spessori molto sottili, suscettibili di essere lavorati in stampi ondulati, responsabili della caratteristica forma delle raffinate “crespine”.

Manifattura faentina, piatto, crespina, circa. 1540–50, maiolica (terracotta invetriata di stagno), New York, Metropolitan Museum Of Art

La stoviglieria faentina più preziosa appare ricoperta da uno strato di smalto ad alto contenuto di stagno (materiale molto costoso all’epoca), spesso candido, che ne valorizza le forme e si presta sia a semplici decorazioni al centro e sui bordi, sia alla rappresentazione di scene istoriate.

Come in tutte le arti applicate, anche nelle maioliche lo stile della decorazione dipinta si è modificato nei secoli: ciò ha permesso agli studiosi di suddividere la produzione di manufatti ceramici dipinti in varie famiglie. Il XV secolo è contraddistinto dal cosiddetto “stile severo”, caratterizzato da una espressione decorativa slegata dalla rappresentazione naturalistica dei soggetti: i motivi ornamentali – stilizzati – sono tratti dalla flora, dall’araldica, dalla figura umana e dalla geometria. Gli oggetti di questo stile sono stati suddivisi in categorie: la “famiglia verde”, dominata da decorazione vegetali e araldiche in verde e bruno; la “zaffera a rilievo”, dove il decoro è fatto con dense pennellate a rilievo blu cobalto; la “famiglia floreale gotica”, dai motivi ornamentali a fiori e foglie ispirate dai particolari decorativi dell’architettura; la “famiglia italo-moresca”, dove oltre al verde rame e al bruno di manganese si aggiungono il giallo e il turchino e infine la “palmetta persiana”, stile che si rifà alle maioliche mediorientali.

Manifattura di Deruta, Piatto da pompa con Vergine annunciata, maiolica, prima metà del XVI secolo, Washington, Corcoran Gallery of Art

La decorazione pittorica del XVI secolo divenne sempre più naturalistica e complessa, tanto da invadere tutto l’elemento ceramico; essa necessitava dell’abilità di un pittore-vasaio che attingeva sia al repertorio tradizionale sia a scene ricavate da stampe. I soggetti più amati erano tratti dalle riproduzioni degli affreschi delle stanze vaticane di Marcantonio Raimondi, ma erano in voga anche i motivi a grottesche delle Logge, gusto questo che determinò la produzione di “maioliche a raffaellesche”, molto diffuse in centro Italia. Nascono così le maioliche istoriate che trasformarono il ducato di Urbino in uno dei centri più fiorenti di tutto il Rinascimento, in particolare grazie all’impulso dei Della Rovere che intuirono il valore di quest’arte sia per l’incremento dell’economia dei loro territori sia come dono diplomatico. Queste maioliche erano decorate con scene di storia antica o sacra grazie a una tecnica simile a quella che i pittori utilizzavano per realizzare i disegni preparatori per gli affreschi. Le incisioni che il decoratore sceglieva come modello venivano ricalcate o ricopiate su un foglio di carta sottile, spesso con grande libertà, tanto che una singola scena destinata a decorare un oggetto è a volte il risultato dell’unione di parti di stampe diverse. Tale disegno fungeva dunque da cartone preparatorio e, proprio come avveniva per l’affresco, con la tecnica dello spolvero le immagini venivano trasferite sulla ceramica. Le figure così abbozzate erano poi colorate utilizzando miscele di ossidi metallici, per poi essere fissate in cottura. Nel Cinquecento le tinte base non erano molte e il decoratore, con l’uso sapiente dei composti a base di cobalto, rame, manganese, antimonio e altre sostanze (e grazie all’esperienza e alle ricette tenute spesso gelosamente segrete), realizzava quelle delicate tonalità di colore che stupiscono ancora oggi.

Manifattura di Faenza, Bacile a “raffaellesche” con stemma della famiglia faentina Liverani, XVII secolo, maiolica, Faenza, Museo internazionale delle ceramiche in Faenza

I piatti istoriati, dall’elaborata esecuzione, erano perciò rivolti a una committenza di prestigio. L’artista che più di ogni altro contribuì all’affermazione di tale genere è senza dubbio Nicolò di Gabriele Sbraghe, il quale si firmava come “Nicola da Urbino”. A lui sono attribuiti i due servizi per i Gonzaga di Mantova, i cui pezzi sono sparsi in vari musei. Infine, non si può non citare Francesco Xanto Avelli da Rovigo, un altro grande ceramista rinascimentale che operò lungamente nel ducato urbinate, il quale si distinse per la grande vivacità e forza espressiva dei suoi spolveri, ispirati spesso alle incisioni di Marcantonio Raimondi.

Francesco Xanto Avelli, Piatto con inondazione del Tevere, 1531, maiolica, Milano, Castello Sforzesco, Civiche raccolte d’arte applicata
Anna D’Agostino

Anna D’Agostino

Classe '93, laureata in Storia dell'Arte con una tesi in Museologia sull'arredamento dell'Ambasciata d'Italia a Varsavia dalla quale è scaturita una pubblicazione in italiano e polacco. Prosegue la ricerca inerente l'arredamento delle Ambasciate d'Italia nel mondo grazie a una collaborazione con la DGABAP del Mibact. É iscritta al Master biennale di II livello "Esperti nelle Attività di Valutazione e di Tutela del Patrimonio Culturale". Inoltre lavora per H501 srl.