LetteraturaPrimo PianoL’identità, la tragedia non compiuta di Milan Kundera

Lucia Cambria Lucia Cambria2 Dicembre 2019
https://lacittaimmaginaria.com/wp-content/uploads/2019/11/ascascasdcsacasc-1280x497.jpg

«Intiepidito dalla luce rosea della vecchiaia», così il critico Pietro Citati definisce uno degli ultimi romanzi dello scrittore ceco Milan Kundera, L’identità (1996). Questo racconto contiene infatti tutto lo sgomento provocato da una nuova cruda consapevolezza: la perdita dell’identità di chi si ha accanto e, come conseguenza, della propria. Una dolorosa scoperta che si rivela però chiarificatrice.

Il romanzo ruota attorno a un equivoco messo in atto a partire da un’affermazione fatta da Chantal, la protagonista femminile: «Gli uomini non si voltano più a guardarmi». Jean-Marc, il suo compagno, dapprima offeso dal fatto che la propria donna soffra per la mancanza degli sguardi altrui, decide di inviarle delle lettere fingendosi un suo segreto ammiratore. Ciò che ne scaturisce è un vortice di smarrimenti ancora più acuti: Chantal cambia atteggiamento, è schiva, non racconta ciò che sta accadendo; Jean-Marc ripercorre un itinerario di memorie legate alla definizione di identità. Un’anticipazione circa ciò che si prova nell’impossibilità di riconoscere chi si ama lo aveva avuto nel momento in cui, osservando una donna da lontano, si era convinto si trattasse di Chantal; ma quello che sembrava uno chignon, altro non era che un foulard annodato intorno alla testa di una donna «beffardamente diversa». Allora quell’essere che lui considera «impareggiabile» è solo una figura idealizzata e apparentemente unica? Ogni essere umano ha in sé molteplici sfaccettature e ne mostra sempre una diversa in base a chi ha innanzi. Ripensa allora alla sera in cui l’aveva conosciuta: aveva avuto fin da subito l’opportunità di rimanere da solo con lei. Cosa sarebbe successo se invece l’avesse frequentata per lungo tempo in compagnia di altre persone? Si sarebbe ugualmente innamorato di lei? Tutto ciò diventa per Jean-Marc un tormento: chi è Chantal? E se non è quella che ha sempre immaginato, chi è colei che ama? E, di riflesso, chi è lui?

Jean-Marc si trasforma allora in novello Cyrano de Bergerac nel confessare la propria passione in anonimo, assumendo di volta in volta le sembianze di uno sconosciuto a caso. Il gioco della perdita di identità è quindi compiuto e tutto il racconto si svolge nel tentativo di ristabilire i ruoli smarriti.

Kundera, diversamente da quanto aveva scritto nel suo romanzo più celebre L’insostenibile leggerezza dell’essere (1984), citando il detto e ridetto “gli occhi sono lo specchio dell’anima”, perde adesso tale certezza e la fa perdere anche al proprio lettore, per lo meno al principio. I protagonisti non riconoscono più se stessi nello scrutarsi negli occhi, come un tempo. Jean-Marc sentenzia, in maniera quasi cinica, che il corpo non è altro che un marchingegno costruito per ingannare la vera essenza degli uomini e sembra accusare Dio per aver costretto le persone in un involucro limitante e trasfigurante: «Nel suo improvvisato laboratorio artigianale, Dio è riuscito per puro caso a costruire questo modello di corpo nel quale siamo costretti, ciascuno per un breve lasso di tempo, a diventare l’anima. Ma che miserabile destino è quello di essere l’anima di un corpo fabbricato alla buona […]!». Tutto gravita allora attorno a dei fantocci che danno l’illusione della conoscenza degli altri e del sé e l’unico modo per trovare rassegnazione è dimenticarsi di questo artifizio che è il corpo umano: «È stato necessario sottoscrivere un contratto che ci impegna all’oblio […] che ci è stato imposto da Dio». Le nostre sembianze hanno tutta la superficialità di un fatto accidentale e non hanno nulla a che vedere con quello che siamo.

Il romanzo sprofonda poi in una dimensione semi-onirica, tanto che l’autore è costretto a intervenire con una serie di quesiti: «E io mi domando: chi ha sognato? Chi ha sognato questa storia? Chi l’ha immaginata? Lei? Tutti e due? Ciascuno per l’altro?».

La storia si risolve come una tragedia non compiuta, in cui i personaggi tornano al loro punto di partenza, ancora precari, ma allo stesso tempo saldi, in un’identità che vibra tra il sé e l’altro: l’unione con chi si ama è quell’identità di cui Kundera parla e alla quale l’essere umano si conforma.

Lucia Cambria

Lucia Cambria

Siciliana, laureata in lingue, letterature e traduzione. Particolare predilezione per la poesia romantica inglese e per la comparatistica. Traduttrice di prosa e versi. Appassionata di lettura di classici, scrittura, arte sacra e tradizioni locali.