LetteraturaPrimo PianoL’eversiva rivalutazione “sentimentale” di Rousseau

Avatar Monica Di Martino24 Agosto 2019
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Nel vivere attuale, dove tutto tende al suo utilizzo più immediato, veloce, digitalizzato, non ci sorprende la promozione, anche in ambito politico, di piattaforme a fruizione degli utenti come strumento – in teoria – di una più rilevante partecipazione al dibattito in corso, attraverso la manifestazione immediata delle intenzioni di chi sceglie di servirsene. Maggiormente peculiare il fatto che una di queste sia denominata – ma non a caso nelle intenzioni dell’artefice – come uno tra i maggiori filosofi del Settecento. Si tratta di Jean-Jacques Rousseau.

Nato a Ginevra nel 1712 da una famiglia di ugonotti, ad influenzare non poco il suo futuro fu l’incontro con la baronessa De Warens, convertitasi al cattolicesimo. Grazie a costei, infatti, abbracciò la stessa fede, si trasferì a Torino avvicinandosi al pensiero di intellettuali come Voltaire, Locke e i giansenisti di Port-Royal, e poi a Parigi dove conobbe Diderot e D’Alembert coi quali collaborò nel lungo lavoro sull’Enciclopedia. In opposizione a quanto ci si aspetterebbe evidentemente da un pensatore d’epoca illuminista, uno dei temi fondamentali della sua posizione filosofica (Discorso sulle scienze e sulle arti) fu la critica alla nozione illuminista di “progresso” cui oppone uno “stato di natura” nel quale la sensibilità avrebbe raggiunto il culmine, caratterizzando pienamente il rapporto tra l’uomo e la realtà. Successivamente, la stessa evoluzione storica viene presa come riferimento per giudicarne le risultanze sull’organizzazione sociale e politica, sul benessere biologico dell’uomo e sulla progressiva differenziazione individuale di quest’ultimo, con conseguente trasformazione del lavoro in “proprietà” (Discorso sull’origine e il fondamento della disuguaglianza tra gli uomini). Ogni avanzamento del processo evolutivo avrebbe sì posto le basi per un’organizzazione della società efficiente dal punto di vista produttivo ma, alimentando bisogni accessori, avrebbe altresì allontanato l’uomo da ciò che è essenziale e autentico. Rousseau teorizza, poi, una società basata su un accordo tra uomini liberi che concorra a generare quella “volontà generale” per cui ognuno può considerarsi libero di disporre degli utili del proprio lavoro, nei limiti riconosciuti come necessari al bene comune (Contratto sociale). Strumento fondamentale per creare rapporti sociali corretti e sul quale occorre fondare la società è un’educazione “civile” che controlli lo sviluppo dei giovani; in questo modo, si sottolinea la specificità dell’adolescenza come periodo particolare della vita e si appoggia il loro punto di vista rispetto a quello dell’educatore (Emilio o dell’educazione). Quest’opera, sulla quale si fonderà buona parte della riflessione pedagogia settecentesca, sarà condannata al rogo dal parlamento parigino né ebbe maggiore fortuna la lettura di alcuni brani tratti dalle Confessioni: un’opera autobiografica intessuta di riflessioni e particolari intimi che suscitarono commenti sdegnosi. Di esperienze e meditazioni sentimentali, del resto, il filosofo aveva già discettato nel romanzo epistolare Giulia o la nuova Eloisa, inaugurando una diversa visione del mondo e del modo di rappresentarlo. La sua “spontaneità” e l’affermazione della propria individualità a dispetto delle “convenzioni” – un approccio forse ancora troppo acerbo per trovare proseliti all’epoca ma che è alla ricerca “dell’autenticità perduta” – sarà destinata ad aprire una nuova dimensione alla letteratura delle generazioni successive. Sarà lo stesso anche per l’ambito politico?

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Monica Di Martino

Laureata in Lettere e laureanda in Filosofia, insegna Italiano negli Istituti di Istruzione Secondaria. Interessata a tutto ciò che "illumina" la mente, ama dedicarsi a questa "curiosa attività" che è la scrittura. Approda al giornalismo dopo un periodo speso nell'editoria.