LetteraturaPrimo PianoL’eterno ritorno dell’uguale in Primo Levi

Monica Di Martino1 Agosto 2019
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La poliedricità della società attuale, del momento specifico che stiamo vivendo, implica il susseguirsi dei più disparati pareri su ciò che accade, su ciò che ci circonda: tra i generali rimbecchi cui ci abituano i mezzi di comunicazione – brusche battute, metaforici lanci di coltelli e ironie fuori luogo – ci si può ancora stupire di quanto certi aspetti della vita, certe situazioni non cambino e si ripropongano; passano i giorni, gli anni, i secoli eppure sembra che le parole di qualcuno, pronunciate nel passato, risuonino come profezie. «A molti, individui o popoli, può accadere di ritenere, più o meno consapevolmente, che ogni straniero è nemico. Per lo più questa convinzione giace in fondo agli animi come una infezione latente; si manifesta solo in atti saltuari e incoordinati, e non sta all’origine di un sistema di pensiero». Queste parole venivano pronunciate tra il 1945 e il 1947 e, tutto sommato, vi si percepisce una sorta di ottimismo allorché si legge la convinzione di un’assenza quantomeno di sistematicità. È un momento storico complesso questo, in cui si fa sempre più sottile il confine tra la volontà di salvaguardare alcuni aspetti dell’esistenza e l’affacciarsi di sentimenti rischiosi che possano portare alla personificazione e susseguente persecuzione di quanto è ritenuta causa di certi mali. Non è un’analisi della società quella che si propone né un articolo d’introspezione antropologica, ma solo un flebile ricordo per un autore di cui si é, appena ieri, celebrato il centenario della nascita mentre continua a mostrarsi ermetico e sornione, stando alle immagini più diffuse.

Primo Levi ha esordito come scrittore con Se questo è un uomo collocandosi per questo in quel filone documentario dell’epoca che si proponeva di descrivere la realtà circostante: lo scrittore, rispetto al neorealismo, lo scalza e balza altrove per proporci, senza indugi, senza filtri, l’orrore dell’esperienza vissuta nel lager. Laureatosi in Chimica, ne appare qui tutto il rigore, l’unico modo in cui evidentemente trovava fosse possibile descriverlo quell’orrore, probabile ancora di salvezza, la sola che gli consentisse di poterci ripensare. Così come, nel modo in cui alcuni episodi descritti sembrano voler comunicare, l’aggrapparsi alla memoria di particolari, altrimenti ignorati, vuol essere un recupero di quella parte dell’uomo che il lager vuole invece annientare, riducendolo a mero oggetto. Certo la sua formazione emergerà con maggior forza nelle opere successive: in Storie naturali, Vizio di forma, Il sistema periodico, La chiave a stella, Lilit si delinea maggiormente il carattere puramente tecnico, ma questo aspetto chiaro, lucido, strutturato della sua scrittura lo accompagnerà comunque in ogni suo scritto. Il tema persecutorio ritornerà poi ancora ne La tregua e, dopo un abbondante arco temporale, nel romanzo Se non ora, quando? poi, ancora, nell’ultimo saggio di Levi, I sommersi e i salvati; quasi come, insieme al vecchio marinaio di Coleridge, costretto a raccontare più volte la sua storia per trovar pace e che il sopraggiungere nuovamente dell’angoscia spinge a rinarrare perpetrandosi all’infinito – rimando continuo di nietzschiana memoria – a tentare di liberarsi.

La voce di Primo Levi smetterà di farsi sentire nel 1988, quando si incamminerà verso l’unico percorso, forse, in grado di offrirgli una via d’uscita; lasciando, ancora una volta, e per motivi diversi, un fondo di amarezza in chi vi ha visto la sopraffazione del carnefice.

Monica Di Martino

Laureata in Lettere e laureanda in Filosofia, insegna Italiano negli Istituti di Istruzione Secondaria. Interessata a tutto ciò che "illumina" la mente, ama dedicarsi a questa "curiosa attività" che è la scrittura. Approda al giornalismo dopo un periodo speso nell'editoria.