Chi viaggia ha spesso un desiderio di autenticità che si traduce in una ricerca quasi ossessiva e a volte pretestuosa di esperienze il più possibile originali sia in ambito culinario che in quello artistico-culturale. Tale desiderio alimenta un business che finisce col disorientare il viaggiatore stesso. In Spagna c’è un proliferare di locali che promettono spettacoli di flamenco “come da tradizione“ pubblicizzati facendo sfoggio di nacchere, ventagli e simboli che sono uno specchietto per le allodole. Per cui si ha sempre il timore di scoprirsi turisti sprovveduti e imbattersi in una esperienza esosa e deludente.
Se si è fortunati, qualcuno ci suggerirà di passare la serata in un piccolo locale in via Calle dell’Olmo a Madrid, nel quartiere di Lavapies: El Candela. Questo locale non ha vistose insegne, bisogna quindi conoscerne l’esatta ubicazione. Il prezzo del biglietto è irrisorio rispetto al servizio offerto e al prezzo medio degli spettacoli di flamenco nei locali madrileni. Dal livello della strada, delle scale conducono in una sala seminterrata dalla forma rettangolare, nel cui lato longitudinale si trova il bancone del bar e in fondo un piccolissimo palco rialzato che ricorda un patio andaluso, con le tipiche maioliche colorate nella parte bassa. Come sfondo una parete bianca con la scritta in nero del nome del locale. Tanta semplicità e totale assenza di simboli spagnoli esibiti a forza. Ad accrescere il fascino dell’esperienza c’è l’ambiente poco illuminato e una piccola curiosità: il locale è stato ricavato dalle grotte dove un tempo trovò rifugio il celebre bandito El Candela.
Fondato negli anni ‘80 dal signor Miguel come ritrovo per chitarristi, musicisti, scrittori, negli anni è divenuto sempre di più un punto di riferimento per appassionati di flamenco. Nonostante il crescente successo, El Candela ha mantenuto intatta l’atmosfera intima e familiare degli inizi. Quella stessa atmosfera in cui il flamenco è nato. Come per tutte le espressioni d’arte popolare è difficile ricostruirne con precisione le origini, attribuirne la paternità e individuarne con esattezza le numerose contaminazioni ricevute. È una danza che nasce senza l’accompagnamento musicale chitarristico, introdotto solo in un secondo momento. Gli unici suoi due elementi costitutivi sono il “baile” e il “cante”: un canto tragico e crudo e un ballo nervoso, concitato e nello stesso tempo elegante, in cui i palmi delle mani e i piedi sono usati come strumenti di percussione.
Dal 1700, secolo in cui per la prima volta compare la parola “flamenco”, questa danza ha subito tutta una serie di modifiche ed evoluzioni. Le più significative avvengono dalla seconda metà del XIX secolo, quando una crescente richiesta di spettacolarizzazione costringe i danzatori a diversificare i ritmi e a introdurre soluzioni coreografiche sempre più complesse e d’effetto per soddisfare il pubblico pagante. Da ballo individuale danzato per pochi intimi come sfogo emotivo diviene ballo di gruppo rivolto al grande pubblico. Gli ampi spazi dei teatri permettono l’aggiunta di ballerini ed evoluzioni di braccia e gambe sempre più virtuosistiche.
Sul micro palco de El Candela si torna alle origini, con massimo due ballerini che – sempre in scena – si alternano in una danza grezza e implosiva. Due ore di spettacolo in cui si rimane rapiti dalla bravura degli interpreti, che sprigionano un’energia magnetica e viscerale. Non si è mai stanchi di quel battere sul palco che penetra i pori. Il flamenco ha una vocazione espressiva che andrebbe custodita. È una danza astratta che non nasce con lo scopo di narrare una storia o interpretare la musica; il corpo diventa così strumento musicale con cui comunicare gli affanni della vita. Sebbene sia ovviamente impossibile pretendere il ricrearsi delle condizioni che hanno reso questa danza così comunicativa, sarebbe perlomeno auspicabile trovare un compromesso tra il rispetto della tradizione e le necessità commerciali, senza svuotarlo completamente di significato e renderlo pura forma, seppur così raffinata.
A El Candela di Madrid si viene investiti da un’energia brutale che smuove l’animo e non lascia indifferenti. Si viene sorpresi non solo da ciò a cui si assiste ma anche dal pensiero nostalgico di ciò a cui avremmo potuto assistere e che invece ci siamo persi per sempre. Su quel palco c’è solo un frammento della potenza e della bellezza delle origini, di cui non faremo mai esperienza.

Giada Oliva
Romana, classe '85, laureata al Dams in Storia del teatro italiano. Ha studiato per diversi anni teatro e danza contemporanea. Particolarmente curiosa, ama essere una cacciatrice di esperienze e di nuovi punti di vista.