CinemaPrimo PianoL’equilibrio perfetto: intervista ai filmakers Elena Beatrice e Daniele Lince

Alessandro Amato Alessandro Amato1 Dicembre 2019
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Elena Beatrice e Daniele Lince sono una coppia di registi/sceneggiatori/produttori che lavora sul territorio torinese e realizza da anni opere audiovisive di tipologia varia. Dal documentario sperimentale allo spot commerciale, dal cortometraggio narrativo alla clip promozionale, per loro una storia è una storia e l’importante è volerla raccontare. Li abbiamo incontrati per saperne di più.

 

Come nasce la denominazione Beatrice/Lince Factory e a quando risale il primo lavoro insieme?

Lince: Credo fosse il 2016, anzi la fine del 2016. Si trattava di un piccolo documentario, The Scientist of Sound. Bisogna precisare, però, che non stiamo parlando di un’azienda o una società. La Beatrice/Lince Factory siamo noi, siamo due Freelance, due registi che lavorano in coppia. La prima cosa che abbiamo pensato di fare insieme per mostrare i nostri lavori è un canale Vimeo e abbiamo scelto quel nome, che poi è rimasto.

Beatrice: Ci piace perché da l’idea della fabbrica, della creazione artigianale di storie.

 

Quindi il canale ha una idea di collettivo ma poi effettivamente vi firmate separatamente perché poi ognuno di voi può avere un ruolo diverso nel film?

Beatrice: Sì, a seconda del film abbiamo ruoli differenti. Solitamente co-dirigiamo, però per esempio ne Il ragazzo che smise di respirare io mi sono occupata della produzione mentre lui della regia, anche se abbiamo comunque lavorato molto insieme. Oppure in Fulmini e saette dove la regia è di Daniele poiché si trattava di un progetto laboratoriale insieme a OffiCine di Milano e non potevamo dirigere insieme.

Lince: Diciamo che comunque la regia l’abbiamo fatta a casa assieme (ride). Lei ha firmato lo storyboard e per me è stato come fare una co-regia in quanto abbiamo affrontato tutte le fasi insieme. Anche sul set è sempre stata presente perché era coinvolta nel team di produzione.

Beatrice: Io amo testarmi in vari ambiti, quindi mi è piaciuto fare produzione e mi piace fare anche regia. Per me quindi è bello variare.

Lince: In linea generale, oggi se dobbiamo definirci in qualche modo, diciamo che siamo una coppia di registi e sceneggiatori che lavora in team.

Beatrice: Abbiamo due teste diverse, ognuno da il suo contributo, ci fidiamo l’uno dell’altro, siamo due filmmaker interscambiabili ma insieme sentiamo di essere più forti.

 

Ma voi avete anche due formazioni diverse, vi va di raccontarcele?

Lince: Io da sempre, fin da ragazzino, ho avuto il pallino della regia cinematografica e ho iniziato a fare i primi lavori amatorialmente, a casa, obbligando famigliari e amici ad aiutarmi e a recitare in quelli che sono i miei primi corti, che nessuno vedrà mai, ma che mi sono serviti per arrivare a capire come si gira una scena o come si racconta una storia. Poi ho studiato al DAMS e ho fatto un’accademia a Genova, la SDAC, dove mi sono diplomato in regia cinematografica. E dopo il mio primo corto “ufficiale” – che era anche il mio progetto di tesi – ho continuato a fare corti che mi sono serviti ad essere quello che sono adesso. In parallelo, lavoro nella pubblicità e nei videoclip, diciamo nella produzione audiovisiva commerciale. Molto spesso succede di lavorare a dei progetti creativi e interessanti anche se finalizzati alla vendita di un prodotto.

Beatrice: Il mio percorso è invece un po’ diverso: sono sempre stata molto appassionata di disegno, moda, cinema, fotografia e negli anni ho sempre portato avanti queste passioni. Mi sono però laureata in Medicina e ho iniziato a lavorare come medico. Ho presto capito che non era il mio mondo anche se lo studio della materia mi è sempre interessato. Quindi mi sono impegnata per trovare un’altra strada, questa volta focalizzandomi sui miei interessi più creativi e ho iniziato a fare video e illustrazioni in maniera professionale. In ogni caso anche se non faccio più il medico, la mia formazione è sempre presente nei miei lavori e nel mio modo di essere e di pensare: gli anni di tirocinio e di lavoro mi hanno permesso di entrare in contatto con una vasta gamma di persone e sento di avere una visione diversa e più ampia rispetto ad altri che non hanno il mio passato. Mi aiuta tanto con gli attori, nella creazione del personaggio e riesco a immedesimarmi in realtà molto diverse dalla mia ma che ho vissuto attraverso i miei pazienti e le storie che ho ascoltato.

 

Questo percorso mi porta a chiedervi come lavorate con gli attori. Che tipo di approccio pensate di avere con quella professionalità?

Lince: Non è facile definirlo perché ogni attore è diverso, quindi è sempre una sfida e la sfida più grande è cercare di lavorare al meglio con l’attore che hai davanti. Inoltre, gli attori lavorano con altri attori, quindi se un attore lavora in un certo modo e collabora con uno che lavora in un modo completamente diverso si mettono in moto delle dinamiche per la quale devi capire come muoverti e come dirigerli. Non credo di riuscire a trovare le parole per definire un approccio… forse è troppo presto.

Beatrice: Dal mio punto di vista, c’è molto rispetto perché l’attore fa una cosa super generosa nei confronti dei registi, delle storie, si mette a disposizione e penso spesso a cosa possa provare quando si dice di no a un attore perché troppo alto, troppo magro o magari brutto… a volte li si tratta come fosse degli oggetti…

Lince: Come se fossero carne da macello…

Beatrice: Esatto, noi cerchiamo di non avere questo approccio. Questo l’ho imparato molto da Daniele, anche lui rispetta molto l’attore e mi ha fatto notare per esempio il fatto che, a differenza del teatro, il cinema non permette all’attore di avere una risposta immediata da parte del pubblico e devi quindi essere tu a dargliela per primo. Cerchiamo sempre di dare un feedback all’attore, perché abbiamo capito che è veramente importante per loro, come diamo molta importanza alle prove per conoscersi e arrivare già preparati.

Lince: Non bisogna per forza parlare solo del personaggio, ma anche conoscere la persona che hai davanti.

Beatrice: Più che veri e propri casting abbiamo sempre fatto molte scelte di pancia.

Lince: Spesso ci si ritrova davanti ad un caffè per creare un feeling, un clima di rispetto e volendo anche di attrazione.

Beatrice: È capitato, per esempio, in reVirgination che ci siamo in un certo senso innamorati degli attori. Eravamo in Albania per una residenza artistica ed eravamo in difficoltà a trovare attori per la parte. Alla fine sono arrivati Anila Balla e Lorin Terezi da Tirana ed è stato amore a prima vista! Lo stesso con il protagonista di Monster Sitter, Giacomo Pratelli, anche lui una persona splendida con la quale abbiamo subito trovato un feeling. Secondo me queste emozioni traspaiono molto nei film.

Lince: Per noi è fondamentale questo rapporto umano che si crea, perché altrimenti diventa tutto troppo meccanico.

 

Ma quindi voi il casting lo fate comunque oppure no? Il provino come formula non vi piace?

Lince: A dire il vero, vorremmo fare più provini e dare più spazio a quella fase, per conoscere nuove persone e avere più possibilità di scelta, quindi anche se veri e proprio casting ufficiali non li abbiamo mai fatti, ci siamo ripromessi di farli in futuro.

Beatrice: Sono utili sicuramente per vedere il panorama attoriale e lavorare con attori e volti nuovi. Spesso ci ritroviamo a vedere dei film e a pensare a quanto il casting sia azzeccato e funzionale alla storia per cui, come dice Daniele, su questo punto possiamo migliorare.

Lince: A volte però la tentazione di richiamare persone che abbiamo già conosciuto e con cui abbiamo magari già lavorato è forte!

Beatrice: Noi cerchiamo di variare ma sappiamo di poterci consolare pensando che comunque molti grandi registi hanno i loro attori feticcio, per cui immagino sia normale.

Lince: Anche nella troupe cerchiamo sempre di creare una famiglia creativa con cui ci troviamo bene a lavorare e di cui ci fidiamo. Per esempio, ci troviamo bene con il direttore della fotografia Davide Piazzolla e cerchiamo di lavorare con lui il più spesso possibile.

 

Poi trattandosi di lavoro creativo più ti fidi di una persona più ti trovi a tuo agio, le cose si facilitano e i tempi si restringono.

Lince: Sì certo, anche se a volte ci diciamo che bisogna rompere questo susseguirsi di sicurezze per vedere ciò che succederebbe con altre persone.

Beatrice: Questo lo diciamo per noi ma lo pensiamo anche ad alti livelli, per esempio ci piace Paul Thomas Anderson, però ci chiediamo… cosa succederebbe se, per esempio, scrivesse con un’altra persona? A volte se rimani chiuso in te stesso corri il rischio di ripeterti, per cui anche se a volte siamo abitudinari, cerchiamo anche l’incontro e il confronto con gli altri, la scoperta continua. Per esempio, per le musiche, ci capita spesso di lavorare con compositori diversi.

 

Quindi dite che è meglio sfidare la sorte?

Beatrice: Ogni tanto sì, ogni tanto no.

 

Riguardo la musica, anche se a volte cambia il compositore l’idea che c’è dietro sembra sia sempre la stessa. Come dire, il montaggio musicale ha un principio dominante che è quello del ritmo: un’idea di film cadenzato sulla partitura. Inoltre, si nota una cosa non molto diffusa: spesso si tende a usare la musica per coprire i tempi morti, mentre voi la musica la mettete anche sotto i dialoghi, per voi è un tappeto lineare e progressivo che accompagna la storia dall’inizio alla fine. Quando scrivete avete già in mente il tipo di musica che volete?

Beatrice: Grazie, mi fa molto piacere questa osservazione. Dipende molto dal lavoro, ma di base il concetto è usare la musica già durante la scrittura, come stimolo, per poi arrivare sul set e al montaggio con un mood già chiaro in testa.

Lince: Per noi la musica non deve riempire ma servire. Deve raccontare, e se in quel momento non serve non la inseriamo. Per noi è fondamentale che diventi un tutt’uno, che la performance, la scenografia, la fotografia, i colori e il suono alla fine compongano qualcosa che non riesci più a smontare.

 

Concetto che sta alla base di un cinema consapevole del pubblico?

Beatrice: Sì, sicuramente, per noi il pubblico è importantissimo.

 

L’esperienza con lo spot commerciale vi aiuta in questo? Magari la mentalità diventa più fluida e ciò che si fa per il commercial, al servizio di chi guarda, lo si fa poi anche nei film?

Lince: Sì, a noi piace arrivare allo spettatore piuttosto che lavorare solo per noi stessi, pur mettendoci dentro tutto quello che siamo.

Beatrice: Secondo me, lo facevamo già prima di cominciare a fare pubblicità.

Lince: Nasciamo come autori di cinema e poi siamo andati verso il commerciale, che sicuramente influenza…

Beatrice: Influenza ma non direi che portiamo il commerciale dentro i film, piuttosto il contrario.

Lince: Ogni volta che ci propongono uno spot, noi cerchiamo di affrontarlo come se fosse il nostro nuovo film, questo è l’approccio, quindi è come dice Elena: portiamo la nostra voglia e il nostro modo di raccontare dentro lo spot.

 

Che è il concetto di storytelling contemporaneo: utilizzare ogni forma espressiva possibile. Invece, rispetto all’esperienza documentaria, lavorate su commissione o anche sviluppate idee vostre?

Lince: Entrambe le cose: abbiamo fatto tre documentari, due corti e uno lungo. I corti sono stati commissionati. Uno risale al 2016, era anche il nostro primo lavoro insieme, e si tratta del ritratto-intervista di un musicista. Il secondo, Watch the Tempo, è un documentario di quattordici minuti creato con la collaborazione della filarmonica del Teatro Regio di Torino. Ci hanno commissionato alcune clip di backstage per farsi conoscere da un pubblico più ampio, avevamo molto materiale e abbiamo proposto di realizzare un piccolo documentario.

Beatrice: Invece Get Big è nato un giorno in cui un nostro amico ci stava parlando di questo sport senza arbitro che si gioca con il frisbee: l’Ultimate Frisbee. Noi non ne sapevamo niente e abbiamo pensato che sarebbe stato interessante raccontarlo. Anche questo doveva essere un corto poi, parlando con la squadra di Torino, abbiamo pensato che poteva diventare un progetto più ampio, anche grazie al loro appoggio. Quindi è nato questo film, un video diario on the road, che sta facendo il suo percorso.

Lince: Non essendo frisbeesti la nostra intenzione era quella di mostrare questo mondo non come qualcuno che lo vive da dentro ma come uno che lo vede da fuori.

 

C’è come un’immedesimazione? L’occhio della camera diventa quello dello spettatore?

Lince: Sì, come se il pubblico scoprisse le cose man mano che le scopriamo noi.

Beatrice: Ci siamo concentrati molto sulla filosofia di quello sport, non tanto sul tecnicismo del gioco, a noi interessa la tradizione, lo spirito del gioco e le sue origini. Il film ha vinto alcuni premi nei festival a tematica sportiva e ora è su Amazon Prime. Il genere documentario ci piace e abbiamo voglia di farne altri. I documentari sono molto interessanti anche a livello produttivo, non è facile ma è comunque più facile della fiction: non hai bisogno di una troupe grossa, i budget necessari sono inferiori. Se immaginiamo la nostra carriera futura diciamo che ci piacerebbe molto alternare finzione e documentario.

 

Cosa potete dire del film che state preparando?

Lince: In realtà stiamo lavorando a due progetti di lungometraggio: uno è un thriller e l’altro è una black comedy, e bisogna vedere cosa succederà. Sono storie che abbiamo in testa da un bel po’ di tempo, maturate con noi e ora ci sentiamo pronti per realizzarle.

Beatrice: I cortometraggi comunque continueranno a piacerci: li vediamo un po’ come il racconto sta al romanzo ma ora il nostro obiettivo è il primo lungo di finzione. Stiamo cercando una produzione e non vediamo l’ora di iniziare i lavori.

Lince: A livello produttivo non ci interessa solo la forza economica, vogliamo progettualità, per arrivare al pubblico. In questo periodo ci stiamo concentrando sulla presentazione e sulla pianificazione dei nostri progetti. Ci piace pensare fin da subito alla possibile distribuzione e al percorso che si vuole far fare al film una volta che è stato realizzato.

Beatrice: Il rischio di fare un film che poi non viene visto da nessuno comunque rimane, il cinema è sempre una scommessa. Tornando al discorso sui rapporti umani, per noi è importante incontrare persone con le quali sia bello e arricchente rapportarsi, non solo professionalmente. Il discorso che abbiamo fatto sugli attori vale ovviamente per tutta la troupe.

Lince: Vogliamo creare un bell’ambiente per lavorare bene e fare qualcosa che ci piace. A volte è successo di trovare un collaboratore con cui non si è instaurato il giusto feeling ed è stato più faticoso realizzare il progetto.

Beatrice: Il massimo è quando si trovano belle persone piene di talento! Noi puntiamo sempre a quello e continuiamo a perseguire l’equilibrio perfetto.

Alessandro Amato

Alessandro Amato

Nato a Milano, conclude gli studi a Torino, dove continua a lavorare nell'ambito critico e festivaliero. Collabora con "A.I.A.C.E". e il magazine "Sentieri Selvaggi". Dirige rassegne di cortometraggi e cura eventi per la valorizzazione del cinema italiano. Quando capita è anche autore di sceneggiature per la casa di produzione indipendente "Ordinary Frames", di cui è co-fondatore.