LetteraturaPrimo PianoL’egotismo di Stendhal

Monica Di Martino Monica Di Martino7 Novembre 2019
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L’aspirazione ad una vita energica ed intensa e l’opposizione ad una realtà mediocre e grigia furono i tratti distintivi dell’esperienza di Henri Beyle, in arte Stendhal. Nato a Grenoble nel 1783, ricoprì vari incarichi civili, durante l’epopea napoleonica, che lo portarono anche in Italia, dalla quale rimase affascinato vivendone la vita culturale e mondana. Presupposto della sua opera è quella particolare concezione della vita che ne riprende il nome: il beylismo. Essa consiste nella ricerca costante del piacere e della felicità, una sorta di epicureismo cui si associa un individualismo entusiastico, gioioso, affatto diverso da quello dei romantici. Si tratta di una gioia di vivere, un’intensità passionale che si contrappone alla cupezza opprimente dell’età della Restaurazione: un ideale di vita che contrassegna gli eroi dei capolavori stendhaliani.

Ne Il rosso e il nero così come nella Certosa di Parma i protagonisti hanno il culto di Napoleone ma si scontrano con la realtà dei tempi e finiscono tragicamente; inoltre, incarnano aspetti tipici del Romanticismo pur rifiutandone qualsiasi lirismo sentimentale. Un aspetto, quest’ultimo, che si traduce in uno stile netto, diretto e oggettivo, privo di tentazioni emotive. Il primo dei grandi romanzi di Stendhal, Il rosso e il nero, è ispirato a un fatto di cronaca: l’affare Berthet, l’omicidio della figlia di un notaio da parte dell’amante, figlio di un fabbro. Anche il protagonista Julien è di modeste origini, ma in lui domina l’ambizione e la voglia di affermarsi socialmente. Nel clima in cui vive, però, si rende ben presto conto che l’unica possibilità di affermazione è la vita ecclesiastica e per ottenere il suo fine sceglie l’ipocrisia. Pur essendo un ammiratore di Napoleone, infatti, un miscredente, decide di recitare una parte esibendo la sua devozione e la sua erudizione religiosa; in realtà egli è pieno di indignazione nei confronti della volgarità e la disonestà della gente di provincia che lo circonda. Ottenuto il ruolo di precettore in casa del sindaco, ne seduce la moglie, per un impulso in cui convogliano evidentemente il desiderio di rivalsa sociale contro i ceti superiori, da cui si sente umiliato, e la vera passione. Lo scandalo che ne segue lo costringe a trasferirsi a Parigi, dove viene assunto come segretario di un marchese della cui figlia riesce a catturare l’interesse. Presto i due diventano amanti ma, quando riusciranno ad ottenere il consenso del marchese alle nozze, l’antica amante – indotta a farlo dal suo confessore – lo denuncia come truffatore. Stravolto dalla rabbia, Julien torna nella sua vecchia città e le spara, ferendola. Ciononostante, viene condannato a morte, ma dinanzi ai giudici afferma tutto l’orgoglio dell’uomo che ha cercato di ribellarsi alla sua condizione e denuncia la volontà di punire chi ha osato tentare la scalata sociale. La ghigliottina viene affrontata con coraggio e il tragico finale riguarderà anche la sua antica amante, che morirà dopo tre giorni.

L’opera di Stendhal costituisce, insieme con quella di Balzac, la realizzazione più alta del romanzo realistico moderno. Impossibile non identificarsi con le vicissitudine di Julien, grazie al talento dell’autore che ne mette a nudo ogni pensiero, introducendosi nella coscienza e fornendo le motivazioni degli atti compiuti. L’espediente narrativo utilizzato è quello del narratore onnisciente, esterno ai fatti, che domina dall’alto l’intera vicenda e che si mostra come il più adatto a dipanare la complessità del reale.

Monica Di Martino

Monica Di Martino

Laureata in Lettere e laureanda in Filosofia, insegna Italiano negli Istituti di Istruzione Secondaria. Interessata a tutto ciò che "illumina" la mente, ama dedicarsi a questa "curiosa attività" che è la scrittura. Approda al giornalismo dopo un periodo speso nell'editoria.