ArtePrimo PianoLeggero e prezioso: il vetro veneziano dalle origini al Cinquecento

Anna D’Agostino Anna D’Agostino16 Settembre 2020
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Del vetro veneziano si conoscono le formidabili qualità e la straordinaria maestria con la quale gli artigiani veneziani, a partire dal Duecento, crearono delle vere opere d’arte uniche al mondo. Dai mosaici ai vetri soffiati e alle coppe, il vetro è da sempre un materiale versatile che si presta sia alle lavorazioni più preziose e complesse che agli impieghi più umili, come gli oggetti d’uso comune.

Si tratta di un materiale completamente artificiale, la cui scoperta è fatta risalire ai Fenici, come sostiene Plinio il Vecchio nella sua Naturalis Historia, in cui narra che alcuni mercanti – carichi di soda – accesero il fuoco sulla sabbia, in prossimità del fiume Belo in Siria, accorgendosi – il giorno successivo – della formazione di una materia trasparente e lucente. Più probabile, invece, è che il vetro sia l’esito di una serie di esperimenti compiuti fin dalla metà del III millennio a.C., in Mesopotamia, Egitto e Siria, dove sono state ritrovate le più antiche tracce della sua lavorazione. Dal X secolo a.C. il vetro iniziò a diffondersi nei Balcani e in Europa meridionale, fino a raggiungere, in età ellenistica (IV-I secolo a.C.), tutto il Mediterraneo.

Alabastron, ambito culturale greco, Venezia, Museo del Vetro di Murano

Furono i romani a dare alla produzione del vetro nuovo impulso e la più ampia diffusione. Al I secolo a.C. risalgono l’invenzione, in Palestina, della tecnica della soffiatura, che sostituì laboriosi procedimenti di colatura a caldo e la creazione del vetro incolore. Tra il II e III secolo d.C. le produzioni di vetro soffiato e a stampo furono ulteriormente perfezionate.

Olpe, vetro soffiato, ambito culturale romano, Venezia, Museo del Vetro di Murano

Composto solido amorfo, il vetro è costituito da un vetrificante – la salice, ottenuta da ciottoli quarzosi o sabbia – e un fondente, la sostanza in grado di abbassare il punto di fusione della massa vetrosa. Nella vetraria egizia, in quella romana e nel vetro veneziano, il fondente è la soda ottenuta dalle ceneri calcinate di alghe e piante marine. Con questi componenti, infornati alla temperatura di 1200-1400 gradi, si ottiene la cosiddetta “fritta”, cioè il risultato della prima fusione; in seguito la massa vitrea viene integrata con sostanze dette affinanti (coloranti, rottami di vetro lavato), infornata nuovamente e infine lavorata. Il vetro sodico, a differenza di quello piombo-potassico, è detto “vetro lungo”, perché rimane plastico per molto tempo, consentendo le lunghe lavorazioni di soffiatura e modellazione, tipiche della vetraria antica e della produzione muranese.

L’ arte vetraria veneziana nasce dai profondi contatti con il Medio Oriente, in particolare con la Siria, i cui vetri – sofisticati e raffinati – erano celebri nel Medioevo. I primi vetrai veneziani li imitarono e inoltre importarono da quell’area anche alcune materie prime per realizzarli. Nel XIV secolo la produzione veneziana era ben avviata, con almeno dodici vetrerie che soffiavano oggetti d’uso comune, ma è dalla metà del Quattrocento che Venezia, complice il declino della produzione islamica, ebbe la vera supremazia nell’arte del vetro.

La vera svolta è determinata anche dall’invenzione del vetro cristallino, dovuta al muranese Angelo Barovier (1405-1460), grazie al quale per la prima volta si creò un vetro purissimo, trasparente, simile al cristallo di rocca. I vetri muranesi trasparenti, decorati con smalti policromi fusibili e oro, furono richiesti da grandi famiglie, dai dogi e persino dal Papa; ci fu, dunque, una grandissima richiesta dal mercato artistico che va dal XV fino alla fine del XVII secolo, dovuta proprio alla varietà di decorazioni – che a volte riprendono temi propri dell’iconografia rinascimentale – e tipologie che resero questa arte particolarmente preziosa. Uno splendido esempio è la celebre coppa Barovier del 1460 creata dall’omonimo artista come dono di nozze, oggi conservata presso il Museo del Vetro di Murano di Venezia.

Angelo Barovier, Coppa Barovier, 1460, vetro soffiato con smalti policromi, Venezia, Museo del Vetro di Murano. Fonte: Wikipedia CC. BY 3.0 ©Sailko

Una delle tecniche ornamentali più interessanti è la decorazione a pinze, eseguita sull’oggetto che aveva raggiunto la sua forma definitiva, pur essendo ancora alla temperatura di lavorazione (circa 500 gradi). Il manufatto veniva staccato dalla canna da soffio e attaccato a una canna detta pontello per le operazioni di rifinitura che potevano essere limitate alla definizione del bordo dell’oggetto o all’applicazione di anse e decorazioni fatte a cordoncino intrecciato e modellato, spesso molto complesse.

Per eseguire queste rifiniture il vetraio usava delle particolari pinze di ferro per stringere e pizzicare i vari ornamenti ancora allo stato plastico. Oltre a questa tecnica, nel Cinquecento era particolarmente gradito il “vetro a ghiaccio”, così detto per la sua somiglianza con il ghiaccio screpolato. Questo effetto è ottenuto immergendo il pezzo semilavorato in acqua fredda e poi di nuovo nel forno; in questo modo gli sbalzi di temperatura provocano delle screpolature. Il pezzo in seguito veniva ulteriormente soffiato per raggiungere la forma definitiva e lucidato a caldo per rendere omogenee le spaccature. L’effetto “ghiacciato” è dato anche dai toni biancastri del vetro che in questo modo opacizza leggermente. Le forme adatte a questo materiale erano quelle più semplici: ciotole, alzatine lisce e secchielli che potevano avere delle essenziali decorazioni in vetro acquamarina o in cristallo lavorato a cordoncino.

Una delle più affascinanti creazioni muranesi è la filigrana, inventata da Filippo Catani della Sirena (o Serena) verso il 1527, ottenuta incorporando in vario modo nel cristallo canne di vetro contenenti sottili fili di vetro bianco (lattimo) o colorato, a fascette parallele o intrecciate. È una tecnica assai complessa, ancora oggi di grande successo.

Brocca a reticello, XVI sec., Venezia, Museo del Vetro di Murano
Anna D’Agostino

Anna D’Agostino

Classe '93, laureata in Storia dell'Arte con una tesi in Museologia sull'arredamento dell'Ambasciata d'Italia a Varsavia dalla quale è scaturita una pubblicazione in italiano e polacco. Prosegue la ricerca inerente l'arredamento delle Ambasciate d'Italia nel mondo grazie a una collaborazione con la DGABAP del Mibact. É iscritta al Master biennale di II livello "Esperti nelle Attività di Valutazione e di Tutela del Patrimonio Culturale". Inoltre lavora per H501 srl.