Alla fine del XIX secolo, durante scavi archeologici all’interno dell’area del Palatino, riemersero – straordinariamente – i resti di un complesso architettonico tardo antico. La zona occupata da questa costruzione veniva considerata, un tempo, parte del Tempio di Augusto mentre oggi viene più propriamente attribuita a Domiziano, e – nel XIX secolo – era occupata dalla Chiesa di Santa Maria Liberatrice. Venne così alla luce, a vivere la sua terza vita, la Chiesa di Santa Maria Antiqua.
Santa Maria Antiqua fu costruita, e visse la sua prima vita, in un periodo particolarmente complesso per la città di Roma: nel VI secolo d.C. infatti la città di Roma, ormai lontana dai fasti imperiali, era sconvolta da vent’anni di guerra fra Impero Romano d’Oriente e Goti, al termine della quale i bizantini ripresero in mano le redini della città; oltre ad essere sconvolta a livello politico, il tessuto stesso della società romana era stato stravolto dalla larga diffusione e dall’istituzionalizzazione della religione cristiana. In questo clima complesso venne costruita una delle poche testimonianze dell’arte bizantina nella parte occidentale dell’Impero.
Essa non è solo una chiesa, è un complesso architettonico composto da tre grandi aree: l’Oratorio dei Quaranta Martiri, il grande atrio e la Chiesa vera e propria, a cui si potrebbe aggiungere la grande rampa domizianea, che collega il livello del foro con quello – rialzato – del Palatino. Il primo di questi ambienti è il cosiddetto Oratorio dei Quaranta Martiri: questo edificio era probabilmente adibito a corpo di guardia, un luogo all’interno del quale i soldati potevano controllare gli accessi alla vicina residenza dell’imperatore che fu poi riadattato a luogo di culto, per l’esattezza un oratorio, dedicato ai martiri di Sebaste. Il secondo ambiente del complesso di Santa Maria Antiqua è costituito dall’atrio, la cui funzione nel periodo rimane per archeologi e studiosi un grande mistero. Probabilmente questa un tempo era parte di una grande biblioteca domizianea. Ultimo elemento di questo straordinario complesso chiesastico è ovviamente la Basilica vera e propria che a partire dal VI secolo d.C. recuperò un edificio nato con scopi totalmente diversi da quelli di un luogo di culto, riadattandolo alle nuove esigenze, tra cui – ad esempio – quella di crearvi una copertura, visto che inizialmente doveva trattarsi di uno spazio aperto.
Di certo però, l’aspetto della costruzione che più lascia basiti, che poi è ciò che rende questo edificio davvero unico nel suo genere, è il suo straordinario apparato pittorico interno: qualsiasi chiesa all’interno della città di Roma, infatti, è una testimonianza di fatti ed epoche che si sovrappongono e si stratificano gli uni sugli altri, e – in questo senso – questo edificio non è da meno. All’interno infatti sono presenti più di 200 metri quadri di affreschi che sono stati creati in un arco temporale di più di due secoli e che sono per gli storici dell’arte facilmente databili grazie a cartigli o alla presenza di personaggi riconoscibili dal nimbo quadrato (in presenza di esso infatti possiamo capire che il personaggio raffigurato, al momento della creazione dell’affresco, era ancora in vita). Fra le varie incredibili testimonianze pittoriche presenti al suo interno vi è la prima raffigurazione a noi conosciuta della Madonna in Trono, e – a destra dell’abside – la straordinaria “parete palinsesto” (dove con questo termine si indica una parete dove si sovrappongono, rimanendo leggibili, varie successive fasi di elaborazione pittorica) che accoglie una figura di Madonna con bambino, abbigliata alla foggia di un’imperatrice bizantina, e un affresco raffigurante un’Annunciazione, dove sono visibili il volto della Madonna e il cosiddetto “Angelo Bello”.
Questi esempi pittorici meriterebbero da soli una visita alla Chiesa ma a Santa Maria Antiqua abbiamo un’altra grande opportunità: quella di vedere una Chiesa la cui storia si è bruscamente interrotta. Infatti, nell’847 d.C., a seguito di una terremoto che fece franare parte delle strutture, la chiesa fu abbandonata, il culto fu trasferito alla vicina Santa Maria Nova e Santa Maria Antiqua venne dimenticata. Così finiva, dopo appena due secoli, la vita di una delle prime Chiese di Roma. Dopo qualche secolo, durante la costruzione di Santa Maria Liberatrice, che si trovava proprio al di sopra di Santa Maria Antiqua, questa riemerse – per la sua brevissima seconda vita – ma si decise di seppellirla di nuovo e venne – nuovamente – dimenticata. E così si ritorna al XIX secolo, quando fu scoperta per la terza volta e questa volta apprezzata per il suo vero valore, tanto da portare l’amministrazione a decidere di demolire la sovrastante Santa Maria Liberatrice per permetterle di rivedere la luce.
Al di là della storia avventurosa, oltre il valore pittorico, questo complesso architettonico è importante perché – come un faro – illumina un periodo storico che di solito si ignora e che usualmente vive sepolto, proprio come questa sua bellissima testimonianza.

Giulia Pini
Nata a Roma, studia Storia dell'Arte e Archeologia. Amante dei viaggi, dei pennelli - che prima o poi imparerà a usare - e dei libri. Particolarmente interessata a momenti di passaggio e arti minori.