ArtePrimo PianoLe sepolture scomparse di Monte Moncione

Alice Massarenti Alice Massarenti26 Febbraio 2021
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In località Monte Moncione, nel comune di Portoferraio (Livorno), nell’arco di diversi decenni sono stati rinvenuti materiali ceramici di epoca protostorica. Sono quindi state esplorate diverse zone, mediante saggi localizzati che hanno messo in luce sia tracce di scavi clandestini che di frequentazione umana antica. Dal riparo sottoroccia dell’Area 100 sono emerse 2 buche, di cui una dovuta a una frequentazione di epoca moderna. Era presente un muro lungo il margine esterno del riparo, allineato secondo l’asse Nord-Sud, formato da due filari di pietre, che probabilmente formava la base di un probabile alzato costituito da pietre a secco, che poteva chiudere verso l’esterno il riparo. Sul blocco di roccia naturale che costituisce il fondo del riparo, invece, erano presenti tre filari sovrapposti di pietre. Tra i materiali recuperati non ci sono quelli tipici di un abitato, mentre sono presenti frammenti di ossa umane, cupidi di freccia peduncolate di piccole dimensioni, il fondo di un grande vaso biconico e cristalli di quarzo, probabilmente frammenti di ornamenti. Grazie a questi indizi l’ipotesi più probabile è l’utilizzo del riparo per scopi rituali o funerari.

Riparo sotto roccia dell’Area 100, foto di Marco Firmati, Laura Pagliantini in Alderighi et al.

Tra il VII e il VI secolo a.C. anche altri ripari rocciosi presenti nell’Elba occidentale sono caratterizzati dalla presenza di sepolture e i corredi sono composti da buccheri frammentari, ceramiche etrusco-corinzie, coppe ioniche e numerose tipologie di fibule, dato che porta a pensare che l’isola sia stata interessata dalla nascita di stanziamenti etruschi stabili collegati con Populonia.

Nell’Area 200 è stato ritrovato un breve muro a secco che copriva uno strato di terra contenente numerosi frammenti di ceramica d’impasto e d’incannucciato concotto, ciottoli di spiaggia (elemento solitamente collegato ai rituali funerari), oltre a polline di Quercia, Graminacee e altre arboree, elementi che indicano un ambiente con spazi boschivi e aree aperte coltivate con moderato impatto antropico e umidità stagionale.

Area 100, Ceramica d’impasto (1-2); bucchero (3-4); ceramica etrusco-corinzia (5-6); ceramica ionica (7-8), foto di Marco Firmati, Laura Pagliantini in Alderighi et al.

L’Area 300 è stata visitata da cercatori clandestini, ma presentava ancora una struttura costituita da un piccolo vano, chiuso su tre lati da un disordinato accumulo di pietre e un grosso macigno, che custodiva frammenti di ceramica d’impasto e a vernice nera e anfore. I reperti appartengono a diverse epoche, dall’età protostorica all’età ellenistica; non è stato quindi possibile stabilire una datazione accurata.

Un altro riparo è stato rinvenuto nell’Area 400: di dimensioni più contenute, non è stato risparmiato dalle indagini clandestine. Sono comunque giunti fino a noi numerosi frammenti di ossa animali e frammenti ceramici trattenuti nello strato di terreno dalle radici di un albero. Tra i reperti ceramici spiccano i resti di una ciotola con parete sinuosa e ansa a nastro verticale, una scodella carenata, un pendente biconico, armilla e fermatrecce di bronzo, elementi tipici delle sepolture femminili tra l’età del Bronzo Finale e l’età del Ferro. Sono però anche presenti forme di ceramica d’impasto che rimontano dalla fase centrale del Bronzo finale, resti di frequentazioni precedenti del riparo.

Lo strato di pietre sottostante era stato utilizzato per la regolarizzazione di un piano di posa per il seppellimento della defunta e ha svolto la funzione di sigillare il sottostante strato di terra, che non sembra contenere materiali del Bronzo finale o posteriori, ma elementi più antichi (come il dolio con primo cordone decorato a impressioni, subito sotto l’orlo, e secondo cordone sul corpo, o la scodella troncoconica). La stratificazione del riparo ha rivelato anche diversi ciottoli, probabilmente macinelli, che è difficile collegare al resto del corredo funebre della sepoltura femminile del Bronzo finale/prima Età del Ferro, in quanto potrebbero essere sia strumenti di uso domestico, sia oggetti utilizzati durante il rituale di sepoltura. Il rituale finora delineato prevede un piano di deposizione di pietre e diversi piccoli ciottoli di spiaggia, ricorrenti nelle sepolture del Moncione, nell’Elba occidentale e in Corsica.

Strato di pietre dentro il riparo sotto roccia dell’Area 400 (US 403), foto di Marco Firmati, Laura Pagliantini in Alderighi et al.

L’Area 600 è quella che ha rivelato la scoperta più interessante. Sul pendio settentrionale del monte una grande lastra di pietra romboidale era sostenuta a valle da un muretto di pietre e da un pilastro di pietre sovrapposte. Si inseriva orizzontalmente nel pendio e su due lati si aprivano due stretti varchi attraverso i quali era possibile accedere a un piccolo vano, in cui si poteva transitare solo strisciando. Lo strato di terra sottostante conteneva piccoli ciottoli, alcune scaglie di calcare marnoso (non in giacitura naturale), un frammento di verga di bronzo, un arco di fibula in bronzo e un primo metatarso del piede sinistro. Nella cavità sono stati rinvenuti inoltre una fuseruola e un rocchetto d’impasto, indizi di una sepoltura femminile databile alla tarda Età del Bronzo o prima Età del Ferro. La defunta era stata inumata su scaglie di calcare marnoso col suo corredo, coperta di uno spesso strato di piccoli ciottoli, portati da una spiaggia di Portoferraio, fino a riempire lo stretto vano sotto roccia. Purtroppo, gli interventi clandestini hanno sconvolto le stratigrafie e lasciato agli archeologi soltanto frammenti indeterminabili di quelli che potevano essere i resti di diverse sepolture.

Alice Massarenti

Alice Massarenti

Nata in provincia di Modena, classe ’84, si è laureata in “Quaternario, Preistoria e Archeologia” con tesi in “Evoluzione degli insiemi faunistici del Quaternario”. Ha un’ossessione per i fossili e una famiglia che importuna costantemente con i racconti delle sue ricerche sul campo.