ArtePrimo PianoLe sepolture anomale della cultura dei vasi a bocca quadrata

Alice Massarenti Alice Massarenti22 Gennaio 2021
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Nel territorio tra Piacenza e Reggio Emilia sono state rinvenute circa 230 sepolture pertinenti alla cultura dei vasi a bocca quadrata (VBQ), ma esistono alcune testimonianze funerarie che hanno suscitato un particolare interesse per la loro particolarità. Le datazioni sono state eseguite su reperti ossei umani e hanno indicato un arco cronologico di riferimento compreso tra il primo secolo e l’ultimo quarto del V millennio BC. Le aree funerarie sono rappresentate da tombe disperse o da piccoli gruppi di tombe ritrovate accanto a strutture abitative o di altra natura; gli individui presenti comprendono maschi e femmine in egual misura e tutte le classi di età, da 6 mesi a oltre 50 anni. Tra VBQ I e II si notano significativi mutamenti sociali e nello stile di vita, evidenti anche nel costume funerario, come l’uso di oggetti di corredo nella seconda fase, e il passaggio da piccoli sepolcreti familiari prevalenti nel VBQ I a necropoli di comunità più strutturate nel VBQ II. Grazie agli esami della morfologia dentaria si sono potuti scoprire tratti di affinità più marcati nelle prime aree funerarie, mentre l’analisi isotopica condotta su denti e ossa ha rivelato nelle necropoli più tarde la presenza di defunti provenienti da ambienti diversi dalla pianura padana.

Necropoli di La Vela, Trento, tomba 3, sepoltura di bambino con corredo, foto da Bernabò Brea, 2006

Tradizionalmente i defunti vengono posti in decubito flesso sul fianco sinistro e orientati tendenzialmente Est-Ovest, mentre diventa più frequente nel VBQ II la posizione in decubito dorsale a gambe flesse. La posizione flessa sul fianco destro, comune presso altre popolazioni neolitiche, è rara tra le comunità VBQ emiliane, essendo rappresentata da soli 6 casi, le cui analisi isotopiche indicano una provenienza costiera o meridionale. I tipi di rituale anomalo sono rappresentati soprattutto dall’incinerazione e dalle sepolture ridotte o secondarie. Le incinerazioni sono piccole concentrazioni di ossa iper-combuste deposte nella nuda terra, mentre le sepolture secondarie sono costituite da pochi frammenti ossei, spesso comprendenti parti del cranio. Entrambe sono attestate in tutte le fasi, ma sembra che il rito a incinerazione riguardi soltanto la comunità femminile. Alcuni esempi di sepolture anormali si trovano alle Mose dove, nel riempimento basale di una grande fossa polilobata di 4 x 4,5 metri, è stato ritrovato un cranio di adulto, probabilmente femminile, insieme a vari strumenti litici, un vaso a bocca quadrata graffito a triangoli, un frammento di parete forato e una figurina fittile. In via Guidorossi a Parma, la tomba 33 è rappresentata da frammenti di ossa umane, di adulto, poste in un pozzetto di una fossa polilobata, con accanto due pozzetti contenenti alcuni frammenti di figurine di tipi più naturalistici.

Ponte Ghiara (PR), manufatti fittili enigmatici. 1, 2: dal pozzetto 23 di Ponte Ghiara; 3: dal pozzetto 25 di Ponte Ghiara; 4: da US 36, pozzetto 15 di Ponte Ghiara; 5: da US 100, riempimento basale della struttura 28, di Ponte Ghiara; 6, 8: dalla struttura 33 delle Mose; 7: dalla tomba 1, con riduzione, delle Mose; 9-13: dalla fossa polilobata US 92 di Pontetaro. Disegno da M. Bernabò Brea et al., 2016

A Pontetaro sono stati trovati i primi resti di neonati in due fosse polilobate, insieme a vario materiale, tra cui alcuni oggetti tipici dei corredi femminili. Alcuni autori dubitano che si tratti di resti casualmente o intenzionalmente gettati nelle fosse, sollevando invece il dubbio che possa trattarsi di neonati implicati in un rituale legato al mondo funerario. A Gaione Cinghio, all’interno di una fossa, sono stati individuati i resti di un neonato di 40 settimane, non in connessione, difficilmente databili. La tomba alla Razza di Campegine invece ci restituisce uno scheletro privo del cranio, che è appunto la parte più spesso coinvolta nei riti di prelievo selettivo delle ossa degli antenati. La presenza di riduzioni e rimaneggiamenti dello scheletro è documentata anche in altri contesti VBQ, come ad esempio a La Vela di Trento, in cui si sono rinvenute ossa umane selezionate; alla Pollera in Liguria uno scheletro completo è stato privato del cranio e all’Arma di Nasino, sempre in Liguria, sono stati rinvenuti dei crani isolati all’interno di nicchie naturali nelle pareti della grotta.

Un’altra interessante testimonianza è data dalla tomba 24 di via Guidorossi, che appartiene a una giovane donna malata di tubercolosi, deposta secondo il rituale corrente, ma accompagnata da riti inconsueti: il corredo è formato da una macina e un vaso particolare per forma e decorazione; accanto al capo erano visibili le tracce di un focolare e sulla tomba vi erano frammenti ceramici e resti di offerte come caprovini, suini, bovini, luccio e nocciole.

Parma, via Guidorossi, Struttura polilobata, foto da Bronzoni et al, 2017

In alcuni casi è il contesto sepolcrale a presentare anomalie: sono state rinvenute infatti grandi fosse, anche del tipo polilobato, accanto a cui si trovano sepolture prive di corredo, talvolta in presenza di deposizioni di resti faunistici, come ad esempio nello scavo di Pontetaro in cui la zona indagata risulta utilizzata in un lungo arco di tempo, con l’apertura di una serie di grandi fosse all’interno e ai margini delle quali sono state deposte 7 sepolture, i resti di altre inumazioni e un cane privato delle zampe posteriori.

Resta difficile spiegare la ragione della coesistenza di comportamenti funerari così diversi: da una parte alcune inumazioni indisturbate, spesso recanti gli emblemi del ruolo sociale della persona, dall’altra individui per i quali è stata messa in atto una cerimonia di seppellimento differito, con asportazione e probabile condivisione dei resti del defunto da parte dei viventi. La varietà degli aspetti funerari rivela quindi una complessità sociale e rituale che può rispecchiare anche il lignaggio all’interno della comunità e le caratteristiche personali degli individui.

Alice Massarenti

Alice Massarenti

Nata in provincia di Modena, classe ’84, si è laureata in “Quaternario, Preistoria e Archeologia” con tesi in “Evoluzione degli insiemi faunistici del Quaternario”. Ha un’ossessione per i fossili e una famiglia che importuna costantemente con i racconti delle sue ricerche sul campo.