I risvolti semantici del termine “memoria” riconducono al suo omofono latino, l’avo che ne ha condizionato non solo l’impianto, ma anche la memoria, appunto. Il significato basilare, e ancora oggi diffuso, è ovviamente quello di “ricordo”. Ma già nel greco antico il sostantivo “mnē-mē” e il verbo “mi-mnē-skō” condividevano il grado zero del radicale, con l’aggiunta dell’eta per il fenomeno della paragoge. Un parallelismo suffissale di non minore portata speculativa era offerto, del resto, da un altro termine cruciale come “epi-stē-mē” (“sapienza”), il che suggerisce un’indicativa corrispondenza fonematica in vocaboli dall’ingente portata semantica e valoriale. Del resto non è per nulla strano, in questa chiave di lettura, che il fattore assuma un certo rilievo anche nel grado forte del radicale: se oggi la “mon-eta” è dotata di un pregio intrinseco, per il suo valore finanziario, nell’antica Roma l’epiteto corredava il nome della regina stessa degli dei (Iuno Moneta), in quanto divinità poliade, nume tutelare del contesto urbano. Anche per questo il suo tempio sorgeva sul colle capitolino e le era consacrato il “dies festus” delle Calendigiugno, nel cuore dell’anno, proprio quando esplode la natura.
È proprio da queste premesse analogiche che si può tentare di riconsiderare le antiche radici di questo termine chiave. Scandendolo, infatti, nelle sue componenti costitutive, si profilano il raddoppiamento (“me-“), il radicale di grado forte (“mor-“) e il suffisso astratto (“-ia”) che connota altre pietre miliari della lessicografia latina, come “philosoph-ia”, “audac-ia” o “valent-ia”, per citarne appena alcune tra le più evidenti. Naturalmente, a parte prefissi e suffissi, l’anima della parola è rappresentata proprio dalla sua radice, che la connette con la Moira greca. Un’ulteriore variante apofonica ci viene fornita sempre dalla lingua greca, in cui il vocabolo “mer-os” (“parte”) propone di identificare nell’esistenza umana una porzione segmentaria della retta che unifica la storia del mondo. Proprio per questo erano le Moire a tessere lo stame, sempre misto a fili d’oro (tutti bianchi se indicavano giorni felici, in perfetta conformità con la valenza cromatica tuttora vigente): e così, se Cloto filava, Lachesi girava il fuso e Atropo recideva il filo, segnando la fine della speranza. Le Moire greche rappresentano il perfetto corrispettivo delle Parche latine. Si noti l’evoluzione onomastica e quantitativa del gruppo, da uno a trino (eccezionale connubio numerologico): se all’inizio era Parca a tutelare la nascita, e non poteva essere altrimenti, data la chiara valenza eziologica del suo nome, in seguito le furono affiancate anche Nona e Decima, con un preciso riferimento a due dei mesi più delicati della gravidanza, gli ultimi. Per distinguerla, dunque, le fu anche dato il nome di Morta, ma ancora una volta non deve trarre in inganno l’aspetto del termine, per nulla ferale, anzi tale da invocare la massima assistenza della sorte.
La documentazione letteraria offre molte testimonianze interessanti. Questo breve resoconto non può, ovviamente, ospitarne neanche una minima parte: basti appena ricordare che Catullo, nel suo splendido Carme 64, quando ricorda le nozze di Peleo e Teti descrive le tre figure intente a tessere lo stame della vita del padre di Achille, mentre a loro volta Virgilio e Orazio non mancano di inserirle in punti nodali della strategia politica augustea. Nel Foro romano furono edificate tre statue in loro onore, i Tria Fata, ragion per cui erano anche chiamate Fatae, perché le loro parole rappresentavano l’obbligo inderogabile del Fato e quindi non potevano essere osteggiate: neanche alle divinità era consentito di opporsi, anzi erano costrette a obbedire ai loro dettami senza batter ciglio.
Dalle fonti giuridiche – come il Digesto, le Istituzioni e il Codice di Giustiniano – si ricava anche il concetto della condanna della memoria (oggi comunemente nota come “damnatio memoriae”), un nesso tralatizio che singolarmente non deriva dalla tradizione letteraria antica, ma rappresenta in effetti un ingegnoso calco semantico, ormai affermatosi a pieno diritto nella lingua corrente, e non solo latina. Era una sanzione terribile, che colpiva i personaggi politici di maggior prestigio, se a un certo punto venivano accusati di aver tramato contro la realtà istituzionale. Come “extrema ratio”, infatti, erano espiantati dalla realtà circostante, con l’abrasione dei loro nominativi dai monumenti pubblici e un silenzio ferocemente imposto in via autoritativa. Venivano anche privati di un funerale legittimo e del lutto dei familiari, anzi il loro prenome era interdetto ai posteri ed erano esclusi dalla ritrattistica, nel pieno rispetto dei canoni giuridico-sacrali della liceità delle immagini. Particolarmente illuminante, in questa direzione, risulta l’operato augusteo: nelle Res Gestae evita volutamente ogni riferimento a Gneo e Sesto Pompeo, in modo da imporre una condanna definitiva anche alla loro memoria. Eppure in talune circostanze la macchinazione politica poteva muoversi in senso inverso, sottolineando l’atteggiamento liberale del “victor”, in ossequio del noto motto virgiliano per cui la vera forza non risiede nel magnificare la clemenza e i suoi rivoli benefici. In tal senso è proprio Tacito a informarci che lo stesso Augusto, non appena ebbe sopito l’offensiva di Antonio, decise di reintegrarne il nome nelle liste dei Fasti consolari, per dimostrare la sua superiorità morale rispetto alla “paucitas” del rivale ormai debellato.
Del resto questo genere di provvedimento, per la sua specifica efficacia sanzionatoria, era già diffuso anche in altre civiltà, ben anteriori rispetto a quella latina: si pensi alla scelta impressionante della regina egizia Hatshepsuth di far sparire ogni traccia dell’architetto ed ex capo di stato Senenmut, ormai uscito dalle sue grazie; o ancora, circa un millennio più tardi, al non meno celebre rifiuto di Ipparco, figlio del tiranno Pisistrato, di presentarsi in tribunale, che gli cagionò non solo la condanna in contumacia, ma anche la non meno turpe infamia che le sue statue venissero rimosse dall’Acropoli.
E comunque la memoria risulta un elemento basilare anche di altri contesti, al contempo politici e letterari. Basti appena ricordare che Cicerone la inserisce nel II libro del De oratore come uno degli snodi essenziali in cui si articola un’orazione: si tratta, in ordine, della “inventio” (trovare gli argomenti giusti), la “dispositio” (metterli in ordine), l’”elocutio” (esporli in modo forbito), la “memoria” (richiamare precedenti autorevoli, ma anche saper ricordare il testo dell’orazione, senza tentennamenti) e l’”actio” (capacità espressiva), che poi secondo il suo specifico angolo di visuale si trova anche al primo posto, come ha recentemente sottolineato Francesca Romana Nocchi nel suo bel volume sulle tecniche teatrali e la formazione dell’oratore in Quintiliano.

Arduino Maiuri
Docente presso il Liceo “Cornelio Tacito” di Roma, è ricercatore ed esperto di storia delle religioni, di letteratura latina e storia romana, del sacro della cultura classica, degli ordinamenti giuridici dei mondi greco e romano, della prima cristianità. È autore, in queste materie, di numerosi articoli scientifici e di monografie.