ArteLetteraturaPrimo PianoLe origini dell’alfabeto etrusco

Alice Massarenti14 Maggio 2021
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I suoni che le lettere etrusche esprimono possono essere compresi perché il sistema di scrittura utilizzato è un adattamento di quello che, a partire dal IX secolo a.C., circolava nel Mediterraneo. Secondo le testimonianze delle fonti scritte latine lasciateci da Tacito e Plinio, la scrittura fu introdotta in Etruria nella seconda metà del VII secolo a.C. per opera del corinzio Demarato; eppure, le più antiche iscrizioni – nelle quali si avverte la coesistenza di segni attinti da diverse tradizioni scrittorie – risalgono a un periodo compreso tra la fine del VIII e l’inizio del VII secolo a.C. La documentazione archeologica suggerisce che l’introduzione dell’alfabeto sia avvenuta in seguito a processi storici complessi, infatti si possono notare precise convenzioni elaborate secondo le scelte di ogni comunità, soggette a diversi influssi culturali; è possibile individuare un primo periodo che va dalla fine del VIII alla metà del VII secolo a.C. e un secondo periodo che si estende dalla seconda metà del VII secolo a.C. agli inizi del secolo successivo. Osservando le diverse centinaia di reperti che provengono da tombe e abitati attribuiti alla prima fase, si possono notare profondi cambiamenti: compaiono le tombe a camera, l’inumazione dei defunti e nuovi elementi nei corredi funerari. Dalla Grecia giunge un complesso rituale per la cremazione dei nobili defunti, che comporta banchetti e giochi, accompagnati da nuove forme vascolari. Dall’Asia Minore e dall’Egitto provengono bronzi sbalzati, avori, vetro, uova di struzzo e amuleti in pietre semipreziose.

Particolare di lebete con protomi in argento e oro, dalla tomba Bernardini di Palestrina (prima metà del VII secolo a.C.), Roma, Museo Villa Giulia

I più antichi esempi di lettere in Etruria compaiono su attrezzi, rocchetti e fusaiole, impiegati nell’arte di produrre tessuti. Quasi tutti i segni sono stati incisi prima della cottura dell’oggetto: non si tratta, quindi, di supporti casuali delle lettere ma di oggetti segnati per il loro preciso valore. Dalla tomba 870 della necropoli di Casale del Fosso (Veio), datata alla fine del VIII secolo a.C., provengono 18 rocchetti, di cui nove sono lisci, due hanno una croce a falsa cordicella su entrambe le basi, mentre gli altri recano segni e lettere. La croce che divide in quadranti la base del rocchetto si ritrova spesso in ambito villanoviano, mentre è rilevante la lettera “a” che occupa uno dei quattro quadranti, nello stesso modo in cui le lettere occupano gli spazi delle griglie nelle tavolette scrittorie del santuario atestino di Reitia, databili al V-IV secolo a.C. Dal sepolcreto bolognese De Lucca proviene una fusaiola, datata al Villanoviano III, su cui compaiono sei “a” e chiusa da un segno a croce.

Tarquinia, collezione privata, ceramica d’importazione protocorinzia, “kotyle” del tipo col serpente nel fregio; in alto a destra l’iscrizione etrusca

Dal Circolo degli Avori di Marsiliana d’Albegna proviene una fusaiola, datata al secondo quarto del VII secolo a.C., su cui è incisa la lettera “z”, assieme a tavolette, raschiatoi e stili. Sul bordo superiore della tavoletta, al di sopra del riquadro cerato per la scrittura, compare un alfabeto completo di tutte le lettere della serie greca euboica e altri due segni, uno proprio della serie corinzia e l’altro documentato solo nelle iscrizioni etrusche. Anche nell’iscrizione della “kotyle Jucker”, databile all’inizio del VII secolo a.C., compare un simbolo non euboico.

Già da questi esempi si può notare che la scrittura circolante nel Mediterraneo, operata dai maestri che elaborarono la scrittura per gli Etruschi, comprendeva molti più segni rispetto a quelli poi selezionati per rendere la lingua etrusca.

Tarquinia, provenienza sporadica, anforetta con iscrizione (da Bagnasco Gianni, 1996)

L’utilizzo di strumenti legati alla produzione tessile può essere correlato al metodo d’insegnamento utilizzato. Dato che la scrittura alfabetica è un sistema di simboli uniti in sequenze e nessi adatti a restituire graficamente i suoni della lingua, si può pensare che per spiegare e insegnare un’operazione tanto complessa fosse necessaria una metafora concreta attinente alla quotidianità. La metafora della tessitura, attestata anche in fonti scritte (Platone, Politico), può essere stata la più adatta quando ancora non si conoscevano tecniche di scrittura. Dalla tomba 21 della necropoli dell’Osteria (a Vulci) proviene una fusaiola su cui è inciso l’inizio di un alfabetario da “a” ad “h”, di tipo “modificato”, datato alla fine del VII secolo a.C.

Negli alfabetari di tipo “modificato” è stato letto il segno di una riforma grafica avvenuta alla fine del VII secolo a.C., a chiusura di un processo di lunga durata, in quanto essi sono privi delle lettere non utilizzate dagli Etruschi, cioè “b”,“d” e “o”, e contengono in aggiunta nuove lettere. Gli alfabetari sono da considerarsi testimonianze di grande importanza, anche se non ci danno informazioni sulle regole grammaticali. Sono stati rinvenuti in zone, come Vulci e Veio, che si affacciavano su territori abitati da genti non etrusche. In questi alfabetari compariva tutta la serie delle lettere, perché dovevano essere esibiti in territori nei quali la serie di segni doveva adattarsi a rendere un numero maggiore di suoni rispetto a quelli utilizzati dagli Etruschi.

Alice Massarenti

Nata a Mirandola, in provincia di Modena, classe ’84, si è laureata in Archeologia e storia dell’arte del vicino oriente antico e in Quaternario, Preistoria e Archeologia con una tesi in Evoluzione degli insiemi faunistici del Quaternario. Ha un’ossessione per i fossili e una famiglia che importuna costantemente con i racconti delle sue ricerche sul campo.