L’area dei laghi varesini è stata frequentata fin dalla Preistoria; dal Neolitico, poi, cominciarono a sorgere villaggi palafitticoli sulle sponde dei bacini lacustri, in alcuni casi frequentati fino all’Età del Bronzo grazie alle caratteristiche di un ecosistema vario e ricco di risorse.
I siti palafitticoli varesini furono identificati nella seconda metà dell’Ottocento, per stimolo di quanto accadde in Svizzera: durante l’inverno 1853-54, una forte siccità produsse uno straordinario abbassamento del livello dei laghi; a Obermeilen, sul lago di Zurigo, le acque scoprirono il primo esteso campo di pali. A quel tempo però i metodi di indagine utilizzati non furono proprio ortodossi, in particolare per l’utilizzo di una draga per prelevare dal fondo del lago i reperti mobili – la cosiddetta “cucchiaia” – che aveva come effetto collaterale la distruzione dell’eventuale stratigrafia conservata; inoltre, tra gli oggetti rinvenuti vennero conservati solo quelli che potevano essere storici o più interessanti e scartati tutti gli altri.

Solo negli anni 2000 la Soprintendenza per i beni archeologici della Lombardia decise di riprendere le ricerche utilizzando nuove metodologie, tra cui lo scavo subacqueo, che hanno permesso di delimitare l’area palificata dell’abitato, molto più grande di quanto ritenuto in precedenza: 160 x 70 metri. Al suo interno furono notati vari allineamenti di pali circolari, di diametro compreso tra i 5 e i 20 centimetri, con diversa concentrazione di materiali ceramici, alcune centinaia raggruppati in alcune concentrazioni significative, reperti litici (in selce grigia o grigio nera tipica della zona) e ossei (tra cui ossa lunghe animali spezzate e denti). Le strutture non sono ricostruibili in quanto i pali sono conservati per un’esigua porzione fuori terra e manca qualsiasi elemento strutturale orizzontale di fondazione o di pavimentazione, nonché dell’alzato.
Le indagini xilotomiche hanno mostrato che tutti appartengano a latifoglie, in maggior parte legno di ontano e di quercia caducifoglia; a seguire una piccola percentuale di olmo, frassino, betulla e salice. Le specie individuate suggeriscono che per la realizzazione delle strutture siano stati selezionati, tra gli alberi presenti nelle immediate vicinanze del sito, i legni più adatti per la permanenza in ambiente sommerso. Fra le specie impiegate la quercia è quella maggiormente durevole, caratterizzata da un durame difficilmente attaccabile da xilofagi; essa costituisce la specie dominante delle strutture lignee verticali delle palafitte dell’Età del Bronzo dell’Italia settentrionale, a esclusione dei siti palafitticoli trentini, dove prevalgono le conifere.

Le analisi radiometriche al radiocarbonio su due campioni di quercia e di ontano hanno fornito l’età radiometrica di 3230± 40 BP, corrispondente a un periodo compreso tra la seconda metà del XVII e la prima metà del XV secolo a.C., durante l’Età del Bronzo Medio, mentre un campione di olmo ha fornito un’età radiometrica di 4240 ± 60 BP, corrispondente alla prima metà del III millennio a.C., nell’Età del Rame.
Complessivamente sono stati rinvenuti 433 reperti litici, le cui caratteristiche – come ad esempio un’alta percentuale di schegge di lavorazione recanti residui di cortice e la presenza in situ di nuclei – permettono di supporre che all’interno del sito avvenivano tutti i passaggi della catena operativa volta alla produzione dei manufatti.

La gran parte dei resti ossei appartiene al bue, seguito dai caprovini, dal maiale, dal cane, dal cervo, dal cinghiale e dalla volpe. I bovini erano di taglia medio-piccola, come anche in altri abitati coevi del Nord Italia, sfruttati per l’approvvigionamento di carne e come animali di fatica, ma non venivano mai abbattuti in età senile. Visti i metodi utilizzati, l’ambiente di conservazione e l’impossibilità per i sommozzatori di riconoscere frammenti di piccole dimensioni attraverso la scarsa visibilità delle acque, non ci sono dati sui piccoli mammiferi o l’avifauna.
Lo studio micromorfologico di un frammento di concotto ha fornito un chiaro indizio sulla coltivazione e sulla trasformazione dei cereali da parte delle comunità del sito, anche se non è possibile conoscere in modo più approfondito l’agricoltura e la raccolta degli abitanti che vivevano in questi luoghi a causa della mancanza di depositi di accrescimento antropico, dilavati dall’erosione.

Alice Massarenti
Nata a Mirandola, in provincia di Modena, classe ’84, si è laureata in Archeologia e storia dell’arte del vicino oriente antico e in Quaternario, Preistoria e Archeologia con una tesi in Evoluzione degli insiemi faunistici del Quaternario. Ha un’ossessione per i fossili e una famiglia che importuna costantemente con i racconti delle sue ricerche sul campo.