LetteraturaPrimo PianoLe inesauribili prospettive dantesche

Monica Di Martino Monica Di Martino26 Marzo 2020
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Sulla scia della giornata celebrativa del Sommo Poeta – il Dantedì – che si è appena conclusa, durante la quale hanno risuonato numerosi i versi – noti e meno noti – della Divina Commedia, è interessante anche notare come quest’ultima nasca da una visione cupa e apocalittica della realtà. Dante infatti vede dinanzi a sé un mondo caotico, violento, corrotto, in cui l’ordine voluto da Dio è sovvertito: il potere politico, che dovrebbe garantire il bene agli uomini, trascura la sua funzione; quello religioso, anziché perseguire fini spirituali, si preoccupa della potenza politica. Tutti i sani valori del passato appaiono adombrati e tra gli uomini vince la volontà di sopraffarsi a vicenda, la cupidigia. Quella che coglie Dante è insomma una crisi contemporanea che non dà scampo: la punizione divina non tarderà a giungere e un Veltro sconfiggerà la lupa (l’avarizia) e riporterà l’ordine.

Lo stesso Dante sente di essere stato investito da Dio della missione di indicare all’umanità la via della salvezza. Per questo, dovrà compiere il viaggio nell’oltretomba: esplorerà il male del mondo nell’inferno, troverà la via dell’espiazione nel purgatorio, ascenderà in cielo fino a Dio. Tornato sulla terra, attraverso il suo poema, gli uomini potranno rivedere la “diritta via” che era stata smarrita. Dante non è l’unico vivente ad avere effettuato il viaggio, ma il terzo uomo dopo Enea e san Paolo; la sua missione si colloca, quindi, a fianco delle loro e le completa perché dalla via della rigenerazione che indicherà, dipenderà la salvezza dell’umanità. Per questo la Divina Commedia assume un carattere di messaggio profetico e lo stesso Dante l’atteggiamento del profeta che proferisce oscuri presagi. Il viaggio nell’oltretomba è quello della personale redenzione di Dante che, in quanto peccatore, rappresenta anche tutta l’umanità.

La base filosofica dell’opera è costituita dalla Scolastica e, soprattutto, da san Tommaso ma nel poema confluisce anche il filone mistico di sant’Agostino così come l’influenza di altri mistici medievali come san Bonaventura e san Bernardo. Non è un caso, anzi, che l’ultima guida nell’ascesa di Dante sia proprio quest’ultimo. Alla cultura medievale rimanda anche l’impianto allegorico del Poema: Dante indica che l’allegoria della Divina Commedia è quella “dei teologi” non “dei poeti”; in quest’ultima il piano letterale infatti è un’invenzione fittizia, nell’altra invece è reale, un evento storico che rimanda ad altri significati. Il carattere storico dei personaggi rimanda anche a un’altra importante concezione, quella figurale: oltre all’allegoria, il cui significato rimanda ad un concetto astratto, vi è la “figura” che invece rimanda a un evento o personaggio storico. Virgilio, Catone, Beatrice e tutti gli altri personaggi delle tre cantiche appaiono, così, in una condizione che è l’adempimento della loro “figura” terrena. Ciò spiega il potente realismo della rappresentazione dantesca.

La molteplicità degli aspetti di cui si fa esperienza nella Divina Commedia si riflette, peraltro, anche sul piano stilistico e linguistico, così da intensificarne l’espressività. Al di là della pluralità di queste prospettive, Dante è convinto che essa sia racchiusa in un ordine unitario che regola l’intero universo e in cui si manifesta l’impronta di Dio. Tutto ciò si riflette anche nella strutturazione rigorosamente geometrica del poema, che racchiude un significato profondo espresso attraverso la simbologia dei numeri, il tre e il dieci; numeri che hanno un significato fondamentale nella mistica medievale dato che l’uno rimanda alla trinità, l’altro racchiude in sé il tre e l’uno, alludendo al mistero di Dio. Tre sono infatti le cantiche, i regni dell’oltretomba, trentatré i canti, più uno che funge da proemio per un totale di cento. Anche il metro è retto dal numero tre: la terzina a rime incatenate. La complessità della Commedia è tale e tanta da non poter essere racchiusa; non in un articolo, almeno. Qui, dunque, solo un piccolissimo assaggio di quel che aspetta al lettore quand’anche ancora ignaro.

Monica Di Martino

Monica Di Martino

Laureata in Lettere e laureanda in Filosofia, insegna Italiano negli Istituti di Istruzione Secondaria. Interessata a tutto ciò che "illumina" la mente, ama dedicarsi a questa "curiosa attività" che è la scrittura. Approda al giornalismo dopo un periodo speso nell'editoria.