ArtePrimo Piano“Le carte de’ triumphi”: i tarocchi Brambilla di Bonifacio Bembo per la corte viscontea

Anna D’Agostino Anna D’Agostino18 Maggio 2020
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Le carte dei tarocchi costituiscono senza dubbio uno spaccato straordinario della vita di corte. Rimandano all’otium e allo svago dei signori, offrono un vivace riflesso del cerimoniale, della moda delle vesti, delle acconciature, degli arredi e delle dimore, il tutto ritagliato dall’immaginario cavalleresco e cortese dei romanzi medievali. Si tratta di un gioco simbolico, nel quale l’aristocrazia rispecchiava se stessa e i propri ideali in una sorta di viaggio iniziatico, ma pare (in quanto non se ne conoscono le regole a causa dell’assenza di trattati esplicativi) senza riferimenti divinatori né profetici, come sarebbe poi avvenuto nel XVIII secolo, quando i tarocchi divennero più diffusamente popolari.

Un mazzo integrale di tarocchi comprende, secondo la tradizione, 78 carte suddivise in due gruppi. Il primo, di 56 pezzi, è costituito dalle carte dei quattro semi, 14 per ognuno: spade, lance (bastoni), denari e coppe, rappresentati sia da carte senza figure, da uno a dieci, sia da carte con figure (fante, cavallo, regina e re). Il secondo è costituito dai tarocchi detti nella terminologia antica “Trionfi”, le cui figurazioni conosciute oggi come “Arcani maggiori” sono: Bagatto, Papessa, Imperatrice, Imperatore, Papa, Amore, Carro, Giustizia, Tempo, Ruota della Fortuna, Forza, Appeso (o Impiccato), Morte, Temperanza, Diavolo, Casa di Dio, Stella, Luna, Sole, Giudizio, Mondo, Matto. Nella Lombardia del Quattrocento esisteva un altro tipo di tarocchi, composto da un maggior numero di figure: sei anziché quattro, per ogni seme, con l’aggiunta del fante e del cavallo femmina per ogni seme e, nel gruppo dei Trionfi, delle tre Virtù Teologali: Fede, Speranza e Carità.

Interessanti e preziosi sono i tre mazzi di carte da tarocco eseguiti nella prestigiosa bottega cremonese di Bonifacio Bembo per le casate Visconti-Sforza, che si distinguono per i nomi dei proprietari “storici”: il mazzo Brambilla della Pinacoteca di Brera, il mazzo Colleoni-Baglioni smembrato tra Pierpont Morgan Library di New York, l’Accademia Carrara e una collezione privata di Bergamo e il mazzo dei Visconti di Modrone, ora nella Beinecke Library della Yale University, a New Haven. Il loro periodo di esecuzione corrisponde agli ultimi anni del ducato di Filippo Maria Visconti, con il quale nel 1447 si concluse la dinastia, e a quelli del dominio del successore Francesco Sforza, che ne sposò nel 1441 l’unica erede – Bianca Maria – e che conquistò il ducato di Milano nel 1450.

Per brevità ci soffermeremo solamente sul primo mazzo, quello che tra Otto e Novecento fu in casa della famiglia milanese Brambilla. Da Giovanni Brambilla, il mazzo passò alla vedova Frida Kopenhofer, e da questa a una delle quattro figlie, Anna, poi contessa Lanza di Mazarino. Probabilmente, a causa dell’esclusione delle altre sorelle da questa eredità seguì una lunga causa giudiziaria, con la sentenza che impose la vendita all’asta dei tarocchi. Lo Stato esercitò il diritto di prelazione e il 9 novembre 1971 le carte, anche grazie all’interessamento dell’Associazione Amici di Brera e dei Musei Milanesi, furono acquistate tramite la casa d’aste Finarte ed entrarono nelle collezioni della Pinacoteca di Brera.

A sinistra la Ruota della Fortuna; a destra la Regina di Lance

I tarocchi Brambilla fanno parte di un unico insieme, composto da 48 carte che – seppur incompleto – costituisce per l’alta qualità artistica e per i particolari tecnici e iconografici un’eccezionale testimonianza della committenza, come si è detto da identificarsi nella vivace corte di Filippo Maria Visconti, di cui ricorrono motti e indizi su molte carte. I semi con i Denari presentano ora un lato ora l’altro il fiorino d’oro coniato proprio da Filippo Maria nel 1442, in uso fino alla sua morte. La carta dell’Imperatore reca sul copricapo il simbolo dell’aquila imperiale tipica dei Visconti (i quali ricevettero il titolo ducale dall’imperatore). Sono inoltre presenti sulle carte i motti di estrazione petrarchesca «a bon droyt» («per giusto dritto») e «phote mantenir» («bisogna mantenere/resistere»), largamente diffusi nelle opere commissionate da Filippo Maria e che rimandano alla consistente presenza alla corte milanese delle influenze culturali savoiardo-parigine, anche grazie alle sue nozze con Maria di Savoia, avvenute nel 1428.

A sinistra l’Asso di denari; a destra L’imperatore
A sinistra l’Asso di spade; a destra il Quattro di coppe

Quelle che effettivamente erano delle carte da gioco, oramai musealizzate, sono in realtà degli oggetti complessi e preziosi, cartoncini pressati e lavorati a punzone, rivestiti di una sottile ingessatura trattata a bolo per accogliere di volta in volta la foglia d’oro o d’argento e i colori a tempera. La consistente quantità di metalli preziosi utilizzata rende questi tarocchi più simili a un oggetto di oreficeria o a uno smalto che non a una pagina miniata; pertanto proprio la lavorazione a motivi puntati che appare all’interno dei rombi punzonati sull’oro dei fondi di queste carte ricorre in particolare nella lavorazione degli smalti.

A sinistra il Cavallo di lance; a destra il Cavallo di coppe

La tipologia delle figure e dei motivi decorativi lega senza dubbio questi modelli alla cultura viscontea del primo Quattrocento, la quale era fortemente influenzata dal gotico d’Oltralpe, a Milano; erano, infatti, attive maestranze nordiche nel cantiere del duomo. Per le immagini figurate, in particolare, si leggono rimandi oltre che ai maestri dell’Alto Reno anche a Gentile da Fabriano, sicuramente una delle fonti ispiratrici della bottega dei Bembo; senza dimenticare il mondo fiabesco dell’immaginario medievale.

A sinistra il Fante di denari; al centro il Sei di spade; a destra il Fante di lance

Come testimonia Sandrina Bandera – in «Quelle carte de triumphi che se fanno a Cremona». I tarocchi dei Bembo, edito nel 2013 – questo tipo di carte erano davvero un’eccellenza cremonese, tanto che in un documento d’archivio si legge che nel dicembre 1450, da Lodi, Francesco Sforza sollecitò il tesoriere di Cremona, Antonio Trecchi, perché gli inviasse «doe para de carte de triumphi, delle più belle poray trovare et non trovando dicti triomphi, voglie mandare doe altre para de carte da giocare, pur delle più belle poray havere».

Anna D’Agostino

Anna D’Agostino

Classe '93, laureata in Storia dell'Arte con una tesi in Museologia sull'arredamento dell'Ambasciata d'Italia a Varsavia dalla quale è scaturita una pubblicazione in italiano e polacco. Prosegue la ricerca inerente l'arredamento delle Ambasciate d'Italia nel mondo grazie a una collaborazione con la DGABAP del Mibact. É iscritta al Master biennale di II livello "Esperti nelle Attività di Valutazione e di Tutela del Patrimonio Culturale". Inoltre lavora per H501 srl.