LetteraturaPrimo PianoLe avventure di Pinocchio, la nostra vera identità e il senso della vita

Ludovica D'Erasmo13 Agosto 2019
https://lacittaimmaginaria.com/wp-content/uploads/2019/08/adevsv.jpg

«Le bugie, ragazzo mio, si riconoscono subito! Perché ve ne sono di due specie: vi sono le bugie che hanno le gambe corte, e le bugie che hanno il naso lungo: la tua per l’appunto è di quelle che hanno il naso lungo». È così che la fata Turchina avrebbe amorevolmente rimproverato Pinocchio, il burattino più famoso di tutti i tempi.


Pinocchio, uno dei personaggi più simpatici e burloni della letteratura italiana, prende vita dall’umile mano di un falegname toscano, mastro Geppetto, il quale ricava, da un pezzo di legno parlante, un vero e proprio burattino che prenderà le sembianze e la personalità di un bambino grazie al magico aiuto della Fata Turchina. Un capolavoro, il romanzo di Carlo Lorenzini detto Collodi, pubblicato per la prima volta a puntate nel 1881 con il titolo La storia di un burattino sul Giornale per i bambini. L’edizione in volume viene data alle stampe due anni dopo, nel 1883, intitolata Le avventure di Pinocchio dalla Libreria editrice Felice Paggi con le illustrazioni di Enrico Mazzanti. Una storia ambientata nelle zone a nord di Firenze, presumibilmente all’epoca del Gran ducato di Toscana, durante il periodo di Leopoldo II (1824-1859).

Ricca di significati nascosti, la storia di Pinocchio si articola attorno alla vita di un bambino-burattino insolente e derisorio, ribelle verso colui che lo mette al mondo, al quale cresce il naso a ogni bugia raccontata. Mastro Geppetto, al contrario, è un eterno sognatore, nella sua misera casa solitaria vuole costruirsi un burattino che sappia saltare, ballare, tirar di scherma e con lui girare il mondo per guadagnarsi un pezzo di pane e un bicchiere di vino. Tutti i personaggi che accompagneranno le peripezie del protagonista, travalicheranno le forme del testo per diventare tipici modelli umani o allegoria di qualcos’altro. Il grillo parlante simboleggia la coscienza del piccolo Pinocchio, alla quale quest’ultimo si ribellerà costantemente nel corso della storia. Il burattinaio Mangiafuoco, insieme al Gatto e la Volpe, rappresenta «la comoda strada del successo» che affascina e affabula il giovane ragazzo e che nasconde e rivela l’illogico mondo delle ingiustizie. La Fata Turchina è la rappresentante del Grande Dio che consegnerà a Pinocchio un destino tutto umano.

Anche gli oggetti e i luoghi sono detentori di significati altri. La scuola, che il giovane burattino boicotterà puntualmente a favore di una vita godereccia, simboleggia la conoscenza e le leggi che rappresentano la morale. Il Paese dei Balocchi è il regno del profano e della sovversione, caratterizzato dall’ignoranza, dalla ricerca della gratificazione immediata e dalla soddisfazione dei più bassi impulsi. Lucignolo, amico burlone del protagonista, incoraggerà la ricerca di questo piacere fine a se stesso. La trasformazione in asini dei giovani libertini, avvenuta nel Paese dei Balocchi, vuole spiegare ai lettori che una vita godibile e gaudente è la maniera più semplice per creare schiavi e uomini ignoranti. Una volta trasformato in asino, Pinocchio vive all’insegna della non conoscenza e della non ricerca, toccando il fondo di questa condizione nell’opulenta pancia della balena, nella quale – di ritorno dal Paese dei Balocchi – si ritroverà a cercare il suo creatore, Geppetto. Una volta uscito dalla pancia del pesce, che simboleggia il buio dell’ignoranza, il giovane comprende i valori di una vita dedita al lavoro e agli altri e viene premiato dalla Fata con la trasformazione finale in un bambino in carne ed ossa. Un lieto fine che rappresenta la crescita, l’evoluzione, l’elevazione morale di chi attraversa le ostilità del mondo arrivando alla coscienza di sé. «Siamo stati progettati per renderci conto di quale sia la nostra vera identità e portare alla luce il sacro che è in noi». Un protagonista, Pinocchio, la cui esperienza diventa esemplare. Egli rappresenta l’individuo per antonomasia, portato ad esprimere le nobili qualità che albergano dentro di lui.

«Una storia concepita per non avere fine» e l’abbondanza dei casi, dei personaggi e degli stimoli a continuare il racconto avrebbero portato Collodi a proseguire all’infinito il ritratto di un mondo vario e illogico. Una storia che insegna che «la capacità di esprimere al meglio il vero sé è l’unica cosa che sopravvive alla morte, il vero senso della vita».

Ludovica D'Erasmo

Fin da bambina coltiva la passione per la scrittura; i giochi di parole e le rime catturano la sua attenzione. Oggi studia Lettere moderne alla Sapienza e sulla scia di filosofi, scrittori e poeti realizza quello che, da sempre, è il grande sogno: scrivere un libro e da qui nasce "Rimasi". La sua scuola migliore, però, rimane il mondo campestre.