LetteraturaPrimo PianoL’assurdo kafkiano

Monica Di Martino Monica Di Martino4 Ottobre 2019
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Spesso è proprio da una condizione sofferta che sono nati alcuni tra i più importanti capolavori letterari. E tra i tanti disagi derivanti – ad esempio – da un rapporto conflittuale, un ruolo di primo piano spetta a quello giocato dalla figura del genitore. È quanto accade al giovane Franz Kafka, la cui fragile personalità si piega sotto l’autoritarismo del padre. Un’accurata autoanalisi in questo senso affiora già nella Lettera al padre, una sorta di confessione dalla quale emerge la debolezza dell’autore e il suo bisogno di affetto e di comunicazione; lo stesso bisogno che probabilmente lo spingerà a scrivere le pagine del Diario in cui racconta dei suoi desideri inappagati e dei progetti mancati. Ma è ne Il verdetto, una delle sue prime opere, che troviamo la conclusione del conflitto padre-figlio: il padre condanna il figlio a morte per annegamento e questi esegue la sentenza; è il senso di colpa, infatti, causatogli dall’autorità paterna che diverrà insopportabile al punto da pensare di essere egli stesso un essere spregevole. Così ne La metamorfosi, il protagonista si sveglia sotto forma di scarafaggio e comincia a vivere la sua “nuova” vita fra le mura domestiche fino a quando, sentendosi rifiutato dalla famiglia e non potendo contribuire alle sua necessità finanziarie, decide di lasciarsi morire di fame. Kafka presenta una caratteristica tipica del suo procedimento narrativo ponendo, sullo stesso livello, fatti possibili e irreali; dimostrando in questo modo che l’assurdo e l’impossibile si addentrano così perfettamente nella realtà, è essa stessa che finisce per apparire come la dimensione più assurda dell’esistenza. Nulla cambia nell’ambiente circostante, oltre alla mostruosità della sua condizione di scarafaggio, e persino le reazioni del protagonista restano prive di stupore. È quindi da queste circostanze che vanno ricercate le motivazioni circa le intenzioni dell’autore: l’insoddisfazione del protagonista per un lavoro che gli impedisce di realizzare le sue reali aspirazioni, l’autoritarismo implacabile del principale che reprime la volontà dei dipendenti, il legame con i genitori dei quali è costretto a «pagare il debito». Lo scrittore non solo sceglie lo stesso contesto in cui vive la propria famiglia, facendo emergere la rivalità nei confronti del padre ma, in quanto volontà di rinchiudersi in un mondo protetto, in cui ritrovare la propria identità ormai irrimediabilmente perduta in quella società dominata dall’ossessione per il successo e per il guadagno, critica anche il sistema capitalistico.

Ecco che, allora, la camera diventa luogo propizio di una regressione, che cela anche possibili sensi di colpa e un complesso di inferiorità, e unica possibilità di rifugio, così come per il protagonista di Amerika che – rifiutandosi di affrontare la realtà adulta – si rintana nella sua infanzia. Un altro capolavoro dalla forte carica autobiografica è Il processo; il protagonista, arrestato e condotto in tribunale senza alcun accenno al capo d’imputazione, verrà condannato e giustiziato senza ragioni. Qui l’assurdo e il paradossale aumentano esponenzialmente poiché, a differenza de La metamorfosi in cui si esprimono attraverso un caso inverosimile, permeano l’esistenza più comune divenendo, perciò, ancor più soffocanti e incombenti. Negli ultimi anni della sua vita, durante i quali peraltro decide di staccarsi dalla famiglia per andare a vivere da solo, Kafka lavora al romanzo incompiuto Il castello. Un agrimensore chiede di poter essere ricevuto dal signore di un castello ma, ogni volta, gli viene impedito e quando potrebbe ricevere un aiuto dall’unica persona che non gli è ostile egli, addormentato, non la sente. Anche qui, dunque, emergono le frustrazioni e l’impotenza dell’individuo che, alienato, si trova ancora una volta solo. Amara conclusione di un’attesa che, quasi a voler essere giusta punizione di colpe misteriose, investe allegoricamente la condizione umana.

Monica Di Martino

Monica Di Martino

Laureata in Lettere e laureanda in Filosofia, insegna Italiano negli Istituti di Istruzione Secondaria. Interessata a tutto ciò che "illumina" la mente, ama dedicarsi a questa "curiosa attività" che è la scrittura. Approda al giornalismo dopo un periodo speso nell'editoria.