ArtePrimo PianoL’arte dei “folli”: un percorso attraverso il mito dell’artista maledetto

Valentina Merola28 Febbraio 2021
https://lacittaimmaginaria.com/wp-content/uploads/2021/02/5t5we4tgergdrgdr.jpg

Genio e follia hanno rappresentato nel corso della storia un binomio ricorrente, un confine sottile, talvolta difficile da definire. Tale relazione affascina l’uomo da secoli: già Aristotele sosteneva che «non esiste grande genio senza una dose di follia». Certamente, una caratteristica comune agli individui di grande ingegno è la creatività, che rimanda inscindibilmente al mondo dell’arte. L’artista è per definizione un creativo, e presenta spesso una personalità non stereotipata. Alcuni studi avrebbero poi evidenziato come diverse tra queste personalità siano in effetti associate a disturbi psichici. Tra le ipotesi, c’è quella che in determinati casi potrebbero essere le malattie mentali stesse a favorire l’inventiva, facendo emergere visioni o idee fuori dal normale. In effetti, molti artisti nel corso della storia hanno sofferto di patologie quali depressione, schizofrenia, bipolarismo. Uomini e donne tormentati, geni indiscussi la cui grandezza consiste nell’avere impresso il proprio essere, patologico o meno, nell’eternità.

Nell’immaginario comune, l’artista che più di altri rimanda al concetto di follia è Vincent Van Gogh. Nato in un villaggio olandese da un padre che era pastore protestante, cominciò a dipingere a 27 anni, attività che condusse per i successivi dieci: un tempo in cui il suo atteggiamento fu violento, ricco di angosce e ansie. Tra le varie ipotesi, la più accreditata è che soffrisse di disturbo bipolare, epilessia e manifestazioni psicotiche. Tormenti che sono visibili nelle sue tele; Il caffè di notte, ad esempio, è un celebre dipinto realizzato quando il pittore si trasferì ad Arles. L’artista realizzò quest’opera lavorando nel locale in questione per tre notti di fila, utilizzandolo come metafora del proprio disagio interiore. I colori sono forti, discordanti, e attraverso di essi rappresenta la realtà così come viene da lui percepita. Le pareti rosse e il tetto verde conferiscono un senso opprimente all’ambiente, i personaggi sono sopraffatti e isolati; è qui affrontato anche il tema dell’assenza, indicata dalla sedia vuota in primo piano. «Ho voluto esprimere col rosso e verde le terribili passioni umane» – spiega Van Gogh – «e sottolineare come il caffè è un luogo in cui ci si possa rovinare, diventar pazzi e commettere un delitto».

Vincent Van Gogh, Il caffè di notte, 1888, olio su tela, Art Gallery dell’Università di Yale

Anche Edvard Munch, il “pittore dell’angoscia”, merita un posto in questa indagine. La morte prematura della madre e la sindrome maniaco-depressiva del padre segneranno l’inquietudine che lo accompagnerà per tutta la vita. Munch iniziò a dipingere all’età di 17 anni e le sue opere sono un manifesto della depressione che gli fece sfiorare la follia (fu preda di allucinazioni e nervosi). LUrlo, uno dei quadri più celebri al mondo, è il capolavoro che condensa la disperazione del pittore: il grido dell’uomo posto al centro della scena è autobiografico, lancinante: deforma se stesso e tutto il paesaggio, utilizzando colori forti. Sullo sfondo, due sagome ignorano l’urlo che li circonda, sottolineando l’impassibilità di fronte alla manifestazione di questo dolore. Quest’opera è potentissima, ricca di una grande energia psichica; come disse Munch stesso, «l’arte è il sangue del nostro cuore».

Edvard Munch, L’Urlo, 1893, olio, tempera e pastello su cartone, Galleria Nazionale, Oslo

Un altro artista che desta particolare interesse psicologico è Ernst Ludwig Kirchner. Il lavoro del pittore consisteva nel riproporre la realtà attraverso le sue emozioni. Scena di strada berlinese è il dipinto che avvia l’artista verso un lavoro emotivo e drammatico: rappresenta una folla cieca, un mondo ipocrita e borghese, privo di bellezza, in cui Kirchner è in difficoltà. E lo dimostra deformandone i protagonisti, aiutato anche dal colore e dai contorni marcati. Il disagio esistenziale dovuto alla società in cui viveva peggiorò con lo scoppio della prima guerra mondiale, quando decise di arruolarsi: questa scelta sarà motivo di un forte esaurimento nervoso.

Ernst Ludwig Kirchner, Scena di strada berlinese, 1913, olio su tela, Neue Galerie, New York

Un pittore che indagò allo stesso modo l’introspezione e l’espressione del suo disagio interiore fu Egon Schiele. Pupillo di Gustav Klimt, mostrò un talento precoce e, nonostante la vita breve, realizzò un numero impressionante di opere. Il suo lavoro comprende numerosi ritratti e autoritratti: spesso i soggetti sono nudi e i loro corpi contorti. La sua è un’ossessione erotica, angosciosa e solitaria. In molti denigrarono Schiele, ritenendolo troppo esplicito, e questo lo fece rientrare a pieno titolo nella schiera degli artisti “incompresi”, rendendolo un uomo frustrato. In Autoritratto con dita aperte, l’Io dell’artista emerge: i segni spigolosi e i tratti nervosi denunciano un animo tormentato e sofferente. Lo sguardo è allucinato, le mani contorte in questa tela dove mette a nudo la propria anima.

Egon Schiele, Autoritratto con dita aperte, 1911, olio su tavola, Historisches Museum der Stadr Wien, Vienna

Francis Bacon fu una personalità complessa, al limite del disturbo psichico. La sua infanzia fu complicata, trascorsa con un padre violento. Cominciò a dipingere ispirato dal cubismo e dal surrealismo, movimento che rigetterà le sue opere; questo rifiuto provocherà una crisi che gli farà distruggere quasi tutti i suoi lavori. I soggetti di Bacon sono soprattutto corpi umani in preda a violente convulsioni, lo specchio del suo pensiero: la condizione dell’uomo è senza speranza, degradata, e questo viene espresso con l’uso di colori acidi e forme che danno un senso di frustrazione.

Francis Bacon, Trois etudes d’ Henrietta Moraes, 1969, olio su tela, Museum of Modern Art, New York.

Artista “maledetto” per eccellenza fu infine l’americano Jackson Pollock, considerato il rappresentante più emblematico dell’Espressionismo astratto: la forma viene superata per arrivare a un’arte casuale su delle enormi tele. Un giorno, resosi conto del fatto che il suo pennello gocciolava, decise di riempire ogni spazio della tela, creando un intreccio caotico di linee in cui è possibile riscontrare l’angoscia drammatica tipica dell’artista. Soffrì di gravi problemi di alcolismo, il che lo portò a frequentare sedute psicanalitiche che lo avvicinarono al proprio mondo interiore. «Quando sono nel mio dipinto» – spiega Pollock – «non sono cosciente di ciò che sto facendo. Non ho alcuna paura di distruggere l’immagine, di fare cambiamenti, perché il dipinto ha una vita propria. Io provo a farla trapelare».

Jackson Pollock, Autumn Rhythm, 1950, Metropolitan Museum of Art, New York

Valentina Merola

Laureata in Didattica dell’Arte, ha conseguito i suoi studi tra l’Accademia di Belle Arti di Napoli e l’Université Paris VIII di Parigi, con indirizzo “Arts, Philosophie, Esthétique”. Appassionata di filosofia e arte, in particolare quella medievale e rinascimentale, amante di libri e vecchie cartoline.